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Il sito della rivoluzione d'Ottobre

La Russia della Grande guerra

Il granduca Nicola Nicolaievic Un mese dopo l'uccisione a Serajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, il governo russo, che sosteneva la Serbia nella crisi con l'Austria, ordinò la mobilitazione generale ed il granduca Nicola Nicolaievic venne nominato Capo dell'esercito.
Diverse furono, tuttavia, le motivazioni profonde che portarono la Russia nel conflitto: l'appartenenza alla "Triplice Intesa" con Francia ed Inghilterra, la politica espansionistica tradizionale del regime zarista e la conflittualità nei confronti dell'impero ottomano e austroungarico. Inoltre il governo zarista vide nella guerra una buona occasione per dissolvere definitivamente i movimenti rivoluzionari.
Molti appelli, rimasti inascoltati, tentarono di dissuadere lo zar dal prendere parte al conflitto, come quello di Pyotr Durnovo, ex ministro degli interni e membro del Consiglio di stato, che scrisse, con grande lungimiranza, in un famoso promemoria: "Una grande guerra europea costituirebbe un pericolo mortale per la Russia e per la Germania, chiunque ne risultasse vincitore. Nel caso di una nostra sconfitta la rivoluzione sociale nella sua forma estrema sarebbe inevitabile".
Quindici giorni prima della mobilitazione, il Capo di stato maggiore russo già si impegnò con la Francia a mandare contro i tedeschi un esercito di 800.000 uomini. In un paese preminentemente agricolo i contadini rappresentavano la quasi totalità delle forze armate poiché la diffusa corruzione dei funzionari statali permetteva alla borghesia di sottrarsi facilmente agli obblighi militari.
Nei primi giorni d'agosto 1914 prima la Germania e poi l'Austria dichiararono guerra alla Russia. Dal Mar Baltico al Mar Nero il fronte russo-germanico si estendeva per circa 1200 chilometri e quello tra la Russia e l'impero austro-ungarico per altri 900 chilometri. Nello stesso mese il nome della città di Pietroburgo venne mutato in Pietrogrado per far scomparire il suo suono germanico.
Nonostante la superiorità numerica (vennero mobilitati nel primo anno 9 milioni di uomini), l'esercito russo era impreparato ad affrontare la guerra, ma la debolezza maggiore era rappresentata dalla inefficienza della macchina statale per mancanza di uomini di valore, energici e lungimiranti ad iniziare dallo zar che era “l'ombra dell'ombra del monarca che il popolo si era abituato ad immaginare”.
La lunga linea del fronte orientale Dalla Polonia russa, divenuta un'immensa piazza d' armi, le armate russe dei generali Rennenkampf e Samsonov invasero la Prussia orientale da ovest e da nord, ma vennero sbaragliate da Hindenburg nelle battaglie di Tannenberg (27-30 agosto) e dei Laghi Masuri, poi l'offensiva tedesca si arrestò alla linea del Niemen. Intanto gli austriaci, che avevano invaso la Polonia Centrale furono sconfitti nella battaglia di Leopoli (13 settembre 1914) ed tedeschi, per arginare l'avanzata russa in Bucovina, i primi di ottobre lanciarono una offensiva verso Varsavia che costrinse i russi a ripiegare mentre la successiva controffensiva russa intorno a Cracovia, venne respinta da Hindenburg che il 7 dicembre occupò Lodz. Le armate russe a loro volta respinsero un offensiva austriaca da Cracovia.
Nel marzo 1915 i russi riuscirono a ricacciare i tedeschi oltre la Vistola, ad impadronirsi della piazzaforte polacca di Przemysl ed a conquistare alcuni passi nei Carpazi, ma, in primavera, il disgelo e le piogge che avevano trasformato le strade in fiumi di fango resero difficili gli approvvigionamenti ed i soldati dovettero far ritorno in trincea. Negli alti comandi e perfino tra i soldati si cominciò ad avere la sensazione che per il loro esercito si stava avvicinando un difficile momento ed il presentimento non tardò ad avverarsi.
Soldati russi in trincea prima di un assalto Infatti il 2 maggio quattordici armate austro-tedesche penetrarono in Galizia; il 31 maggio riconquistarono Przemysl ed il 22 giugno Leopoli. Varsavia dovette essere abbandonata e solo l'abilità del granduca Nicola riuscì ad evitare che la ritirata si trasformasse in una fuga rovinosa.
L'inefficenza e l'incompetenza dello Stato Maggiore Russo divennero proverbiali.
Nell'autunno-inverno 1915-1916 si moltiplicarono gli scioperi ai quali presero parte mezzo milione di operai che protestavano contro gli aumenti del costo della vita e contro la guerra. Nelle officine Putilov, una delle maggiori fabbriche belliche del paese fu decisa la sospensione del lavoro e le sommosse, scoppiate nelle fabbriche tessili di Kostromà e di Ivanov-Voznesensk furono represse nel sangue dalla polizia zarista.. Nelle manifestazioni, che si erano andate sempre più politicizzando, fece la sua comparsa la bandiera rossa e nei cortei si sentiva gridare: “Abbasso la guerra! Abbasso l'autocrazia”.
Il generale Brussilov Nel giugno 1916 le truppe del generale Brussilov sferrarono una grande offensiva che sfondò il fronte austriaco. I russi occuparono Cernovitz e riconquistarono la Bucovina, la Volinia, la Galizia ed il primo ottobre riportarono una grande vittoria tra Leopoli e Tarnopol. Ben presto, però, l'offensiva si affievolì e le truppe dovettero far ritorno nel fango delle trincee. Nella popolazione, dopo l'euforia per l'offensiva vittoriosa, subentrò un senso di grande sconforto.
L'unico contributo dell'esercito russo al conflitto era rappresentato dal costringere la Germania a combattere su due fronti.
La Russia aveva mobilitato tredici milioni di uomini e nel 1916 già si contavano due milioni di morti, quattro milioni di feriti e due milioni di prigionieri mentre imperversava la carestia. I prezzi dei cereali erano aumentati vertiginosamente perché la produzione di grano, a causa della scarsità di manodopera nei campi ( milioni di contadini erano stati richiamati alle armi) e della insufficiente concimazione per la requisizione di venti milioni di bovini e di cinque milioni di cavalli per le necessità dell'esercito, si era notevolmente ridotta. Inoltre, le importazioni dall'Europa occidentale erano cessate del tutto.
Per tentare di far fronte alla difficilissima crisi alimentare alcuni governatori arrivarono a chiudere i confini della loro regione per impedire l'esportazione del grano mentre il ministero dell'Agricoltura impose un prezzo massimo per i cereali. L'approvvigionamento e la distribuzione delle granaglie alla popolazione fu tolta dalle mani dei commercianti privati ed affidata a funzionari statali.
Bivacco invernale di soldati russi in Volinia L'industria bellica riusciva a soddisfare solo in parte le necessità dell'esercito mentre i bisogni delle popolazioni civili furono del tutto trascurati. Le ferrovie, nonostante l'immane sforzo dei suoi addetti, non assicuravano più il trasporto dei soldati e degli armamenti ne rifornivano le città di generi alimentari. Ad aggravare la situazione dei trasporti c'era il fatto che più della metà delle locomotive e dei vagoni era caduto in mano dei tedeschi, le fabbriche di materiale ferroviario avevano dovuto ridurre la produzione per la carenza di materie prime e del carbone necessario al funzionamento degli altiforni, e le officine non riuscivano a riparare se non in parte i guasti del materiale rotabile.
Nello stesso anno le spese di guerra inghiottirono la metà delle risorse economiche russe cosicché il governo fu costretto ad emettere prestiti e ad aumentare la circolazione monetaria provocando una forte ondata inflativa. La crisi spinse la borghesia russa a pretendere di assumere la direzione dell'economia non solo per accrescere lo sforzo per la guerra, ma per liquidare l'autocrazia zarista, ma la stessa non aveva l'esperienza e le capacità necessarie per controllare l'immensa macchina amministrativa, cosicché il regime fu in grado di paralizzare l'attività degli organi autonomi.
La situazione critica in cui venne a trovarsi la Russia rese sempre più intollerabile l'ingerenza di Rasputin negli affari di stato, suscitando crescenti pressioni, senza successo, presso lo zar perché fosse allontanato dalla corte.
Rasputin Grigorij Efimevic Novykh, più noto come Rasputin, era stato chiamato a corte grazie alla sua reputazione di guaritore, nella speranza che potesse essere l'unico possibile rimedio per contenere l'inguaribile emofilia di Alessio, il piccolo zareviç. Essendo riuscito incomprensibilmente ad ottenere una remissione della malattia, ottenne la fiducia dei reali e divenne tutore del bambino. Il suo carisma esercitò sulla zarina Alessandra una forte influenza, tanto da dare adito a numerose congetture.
Il monaco libertino, con la sua nefasta influenza sulla famiglia, riuscì a far nominare dei propri seguaci alla guida del governo, che instaurarono un regime di arbitrio e corruzione, gettando nuovo discredito sulla già traballante dinastia.
L'otto settembre la zarina, completamente plagiata dal Rasputin, riuscì anche a far esautorare il granduca Nicola dall'incarico di comandante supremo mentre il primo ministro Goremikin ottenne dallo zar la chiusura della Duma come ritorsione alla costituzione di un “blocco progressista”, ostile alla politica governativa, che raccoglieva i due terzi dei membri della Duma, con l'esclusione delle formazioni di estrema destra e di estrema sinistra.
Dopo la sospensione dei lavori dell'assemblea, i suoi membri tornarono a riunirsi in segreto. In una di queste riunioni clandestine, il capo del gruppo dei trudoviki,
Kerenskij, propose, senza successo, che si preparasse un sollevamento popolare contro il governo.
Alla fine di novembre la maggioranza della Duma attaccò violentemente il governo ed delegazione di operai delle officine Putilov si recò dal presidente dell'assemblea per offrirgli un aiuto armato contro il regime.
Verso la fine del 1916 cominciarono a prender corpo, tra gli impiegati e gli intellettuali, le dicerie che a corte si erano formate, sotto l'influenza di Rasputin, forti correnti filogermaniche ed anche tra le file dell'esercito divennero sempre più insistenti le voci secondo le quali influenti uomini politici erano stati convinti dai servizi segreti tedeschi a tradire il popolo e l'esercito e che perfino il ministro della guerra si era impegnato, in cambio di un miliardo di rubli, a fare in modo che la fame facesse il maggior numero di vittime tra la popolazione russa.
La zarina il giorno dell'incoronazione Il 30 dicembre 1916 venne ripescato nelle acque della Neva a Pietrogrado la salma di uno sconosciuto di circa cinquanta anni, di statura superiore alla media, capelli color castano chiaro, baffi e la barba in disordine, una catena d'oro al collo, le mani ed i piedi legati con una corda. Il cadavere era vestito con una blusa celeste ricamata che ricopriva una camicia bianca chiazzata di sangue. Il viso era ricoperto di sangue, colato dalla fronte e presentava diverse ferite in varie parti del corpo tre delle quali prodotte da proiettili di calibro diverso. Il corpo venne identificato come quello di Gregorio Rasputin, ucciso per mano del principe Jussupov, del granduca Dimitri Pavlovic, del deputato monarchico Puriškevic. I congiurati avevano deciso di eliminarlo per porre un freno al discredito della famiglia imperiale in un estremo tentativo di salvare la monarchia, arrestando l'involuzione conservatrice del governo per aprire la strada ad una evoluzione liberale moderata, prima che fosse troppo tardi.
Ma al di là delle intenzioni dei cospiratori, la morte del monaco determinò una svolta a destra ancora più decisa. Nicola II, sordo ai richiami della ragione, nominò alla direzione politica del paese gli elementi più retrivi della reazione: Protopopov ed il principe Golicyn, mentre divenne sempre più diffuso tra le truppe un'atteggiamento disfattista: interi reggimenti si rifiutarono di andare all'assalto. L'attività dei bolscevichi tra le file dell'esercito, facilitata dall'arruolamento di decine di migliaia di operai aderenti ai movimenti rivoluzionari, aveva dato i suoi frutti.
Fin dai primi mesi del 1917, un numero crescente di soldati fraternizzò con il nemico e crebbe di molto il numero dei disertori. Molti di loro, una volta tornati a casa in licenza. non fecero più ritorno al fronte. I comandi furono subissati da un'infinità di rapporti che lamentavano l'insubordinazione dei soldati, i quali trascuravano le armi ed il materiale in dotazione. Anche tra i vecchi ufficiali aristocratici e quelli borghesi di recente nomina sorgevano frequenti dissidi. Questi ultimi, pur non tollerando l'indisciplina, rifiutavano i metodi usati dagli ufficiali di carriera, abituati a trattare con i contadini che eseguivano ciecamente gli ordini senza mai chiedersi una ragione, per imporla.
Un gruppo di soldati, unitisi ai bolscevichi, manifesta contro l'invio di nuove truppe al fronte Già al quinto giorno della rivoluzione (12 marzo) numerosi reggimenti di stanza a Mosca si unirono agli operai delle fabbriche in sciopero. Una compagnia del reggimento Pavloski “indignata contro un reparto del medesimo reggimento che aveva sparato sulla folla” si ribellò e tentò di indurre alla ribellione anche i commilitoni. La caserma venne circondata dalla polizia e venti soldati arrestati.
Nel corso di quella stessa giornata più di sessantamila soldati si unirono al popolo e per distinguersi dagli altri si appuntarono una coccarda rossa sul petto o sul berretto. Le truppe, richiamate dal fronte per reprimere i moti di piazza, rifiutarono di obbedire ai loro ufficiali prima ancora di giungere a Pietrogrado.
Spesso furono i semplici graduati a guidare i soldati durante la rivolta.
Dopo l'abdicazione di Nicola II° e la rinuncia del Granduca Michele al trono, ai soldati nei vari fronti fu impartito l'ordine di prestare il giuramento di fedeltà al Governo provvisorio del principe G. E. Lvov. In genere i soldati accettarono il nuovo stato di cose senza creare disordini. Solo qualche reggimento della guardia rifiutò di giurare e di togliersi dalle spalline il monogramma dello zar.
All'inizio di maggio il ministro degli esteri Miljukov inviò ai governi alleati una nota in cui riaffermava la volontà della Russia di rimanere fedele alle alleanze. L'iniziativa provocò la protesta di soldati ed operai contro il governo provvisorio e l'8 maggio Miljukov ed il ministro della guerra Guckov furono costretti a dimettersi.
In qualità di ministro della guerra Kerenskij tentò (con l'approvazione del primo congresso dei Soviet) di riorganizzare l'esercito e di indurlo a ricacciare il nemico altre le frontiere. La superiorità numerica delle forze rivoluzionarie e la demoralizzazione delle truppe austriache fecero sì che i soldati russi sfondassero le linee nemiche in Galizia ma, con l'entrata in azione dei reparti tedeschi, si rese drammaticamente palese il disfacimento dell'apparato militare russo. I parziali successi dei primi giorni si tramutano in rotta rovinosa.
Due soldati rivoluzionari davanti alla porta di S. Nicola a Mosca. Succeduto il 21 luglio al dimissionario principe Lvov, il 6 agosto Kerenskij riuscì a formare un nuovo governo con elementi moderati “assertori di un regime di democrazia borghese”. Il generale Lauro Kornilov, nominato dal nuovo governo comandante supremo dell'esercito, manifestò ben presto l'intenzione di impadronirsi del potere ed organizzò una marcia di truppe a lui fedeli su Pietrogrado, ma il tentativo fallì. Kornilov ed i suoi generali furono arrestati.
Con la fallito colpo di mano di Kornilov, cessò di esistere l'intesa tra governo provvisorio ed esercito e dopo l'occupazione tedesca di Riga (3 settembre 1917) il Soviet di Pietrogrado accolse per la prima volta un ordine del giorno dei bolscevichi che chiedeva una pace immediata, la confisca dei grandi latifondi ed il controllo della produzione industriale.
In ottobre l'esercito era ridotto ad una “sterminata folla esausta, male equipaggiata e miseramente sfamata” alla quale non rimaneva altra alternativa che l'ammutinarsi.
Tra morti, feriti e dispersi, la Russia aveva perduto 8 milioni di uomini, vale a dire la metà della popolazione mobilitata.