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Il sito della rivoluzione d'Ottobre


Che fare?
di V. I. Lenin

Scritto dall'autunno 1901 al febbraio 1902. Pubblicato per la prima volta in volume nel marzo 1902.


Testo integrale
Prefazione

Problemi scottanti del nostro movimento

«... La lotta di partito dà a un partito forza e vitalità; la maggior prova di debolezza di un partito è la sua dispersione e la scomparsa di barriere nettamente definite; epurandosi, un partito si rafforza...».
(Da una lettera di Lassalle a Marx, 24 giugno 1852).

Il presente opuscolo doveva, secondo il piano originario dell'autore, essere dedicato allo svolgimento particolareggiato delle idee espresse nell'articolo Da che cosa cominciare? (Iskra, n. 4, maggio 1901). E dobbiamo innanzi tutto scusarci col lettore per il ritardo con cui manteniamo qui la promessa fatta nell'articolo citato (e rinnovata in risposta a numerose richieste e lettere personali). Una delle ragioni di questo ritardo consiste nel tentativo, intrapreso nel giugno dell'anno passato (1901) di unificare le organizzazioni socialdemocratiche all'estero. Era naturale che si attendessero i risultati di quel tentativo, giacché, se fosse riuscito, si sarebbero forse dovute esporre le opinioni dell'Iskra sull'organizzazione da un punto di vista un po' diverso e, in ogni caso, un tale successo avrebbe consentito di metter fine molto rapidamente all'esistenza di due correnti nella socialdemocrazia russa. Il tentativo, come il lettore sa, è fallito e, come ci sforzeremo di dimostrare, non poteva finire diversamente dopo la nuova svolta del Raboceie Dielo (n. 10) verso l'economismo. È diventato assolutamente necessario impegnare una lotta decisiva contro questo orientamento vago, non ben determinato, ma appunto per questo più tenace e più suscettibile di rinascere sotto forme diverse. Perciò il piano primitivo dell'opuscolo é stato modificato e considerevolmente ampliato.

Tema principale dell'opuscolo dovevano essere le tre questioni poste nell'articolo Da che cosa cominciare? Cioè: le questioni del carattere e del contenuto essenziale della nostra agitazione politica, dei nostri compiti organizzativi e del piano per la creazione simultanea, da diverse parti, di un'organizzazione di lotta per tutta la Russia. Già da molto tempo, questi problemi interessano l'autore, che si é sforzato di sollevarli nella Rabociaia Gazieta, quando si é tentato, senza riuscirvi, di rinnovare le pubblicazioni (cfr. il cap. V). Ma la primitiva intenzione di limitarsi ad analizzare, nell'opuscolo, queste tre questioni e di esporre le proprie opinioni, per quanto possibile; in forma positiva, senza ricorrere o quasi alla polemica, é risultata del tutto irrealizzabile, e per due ragioni. Da un lato, l'economismo si è dimostrato molto più vitale di quanto non supponessimo (impieghiamo il termine economismo nel senso largo, e precisato nell'articolo dell'Iskra [n. 12, dicembre 1901] Un colloquio con i sostenitori dell'economismo, il quale costituisce per tosi dire il canovaccio del presente opuscolo). È ora fuor di dubbio che il dissenso sul modo di risolvere questi tre problemi si spiega in misura molto più grande con l'opposizione radicale di due tendenze nella socialdemocrazia russa che non con divergenze di dettaglio. D'altro lato, la perplessità dimostrata dagli economisti quando abbiamo esposto sull'Iskra, basandoci sui fatti, le nostre opinioni, ha mostrato chiaramente che noi spesso parliamo due linguaggi completamente diversi e, quindi, non possiamo concludere nulla se non cominciamo ab ovo; che é necessario fare un tentativo di «chiarificazione» sistematica, la più popolare possibile, illustrata da esempi numerosi e concreti, con tutti gli economisti, su tutti i punti essenziali dei nostri dissensi. Mi sono deciso a questo tentativo di «chiarificazione», pur comprendendo perfettamente che esso accrescerà considerevolmente le dimensioni dell'opuscolo e ne ritarderà la pubblicazione, perché non vedevo nessun'altra possibilità di mantenere la promessa fatta nell'articolo Da che cosa cominciare?. Alle scuse per il ritardo, devo perciò aggiungerne altre per i grandissimi difetti nella rifinitura stilistica dell'opuscolo: ho dovuto lavorare con la più gran fretta e, per giunta, sono stato frequentemente interrotto da ogni sorta di altri lavori.
L'analisi delle tre questioni sopra indicate costituisce ancora l'argomento fondamentale del volume, ma ho dovuto cominciare da due altre questioni più generali: perché una parola d'ordine così «innocua» e «naturale» come quella della «libertà di critica» é per noi un vero grido di guerra? Perché non possiamo intenderci nemmeno sulla questione fondamentale della funzione della socialdemocrazia di fronte al movimento spontaneo delle masse?
Inoltre, l'esposizione delle mie opinioni sul carattere e sul contenuto dell'agitazione politica si é trasformata in una chiarificazione della differenza fra la politica tradunionista e la politica socialdemocratica; e l'esposizione delle mie opinioni sui compiti organizzativi si è trasformata in una spiegazione della differenza tra il lavoro artigianesco, che soddisfa gli economisti, e l'organizzazione dei rivoluzionari che riteniamo indispensabile. Inoltre, insisto tanto più sul «piano» di un giornale politico per tutta la Russia in quanto le obiezioni sollevate contro di esso erano inconsistenti e non rispondevano alla questione fondamentale, posta nell'articolo Da che cosa cominciare?: come iniziare simultaneamente. da tutte le parti, la creazione dell'organizzazione che ci é necessaria? Infine, nella parte conclusiva dell'opuscolo spero di dimostrare che abbiamo fatto tutto quanto dipendeva da noi per prevenire la rottura definitiva con gli economisti, che ciò nonostante é apparsa inevitabile; che il Raboceie Dielo ha acquistato una particolare importanza, un'importanza «storica» , se volete, perché ha espresso nel modo più completo e con maggior rilievo, non già l'economismo conseguente, ma la confusione e gli ondeggiamenti chi costituiscono il lineamento caratteristico di tutto un periodo della storia della socialdemocrazia russa; che, per conseguenza, la polemica con questa rivista, per quanto a prima vista troppo ampia, ha la sua importanza, dato che non possiamo procedere innanzi senza liquidare definitivamente quel periodo.

Febbraio 1902.
N. Lenin

1. Dogmatismo e «libertà di critica»

a) Che cosa significa «libertà di critica»
«Libertà di critica»: questa, incontestabilmente, è la parola d'ordine più di moda in questo periodo, quella che più frequentemente ricorre nelle discussioni fra socialisti e democratici di tutti i paesi. A prima vista, non ci si può rappresentare niente di più strano di questi solenni richiami di una delle parti in contesa alla libertà di critica. Possibile che dalle file dei partiti avanzati si siano levate delle voci contro quella legge costituzionale che, nella maggior parte dei paesi europei, garantisce la libertà della scienza e dell'investigazione scientifica? «Qui gatta ci cova!», si dirà chi, essendo estraneo alla discussione e sentendo ripetere ad ogni piè sospinto questa parola d'ordine di moda, non abbia ancora penetrato l'essenza del dissenso. «Questa parola d'ordine è evidentemente una di quelle parole convenzionali che, al pari dei nomignoli, sono legittimate dall'uso e diventano quasi dei nomi comuni».
In realtà non è un mistero per nessuno che nella moderna socialdemocrazia internazionale [1 Le note al testo originale vengono segnalate ma non riportate in questa stesura] si sono formate due tendenze e che la lotta fra di esse ora si riaccende e arde di fiamma vivissima, ora si calma e cova sotto la cenere di imponenti «risoluzioni di tregua». In che cosa consista la «nuova» tendenza che «critica» il marxismo «vecchio, dogmatico», Bernstein lo ha detto, e Millerand lo ha dimostrato con sufficiente precisione [2].
La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito democratico di riforme sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione politica con tutta una batteria di "nuovi" argomenti e considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell’inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara inconsistente il concetto stesso di "scopo finale" e si respinge categoricamente l’idea della dittatura del proletariato; si nega l’opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta di classe, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza, ecc.
L’invocata svolta decisiva dalla socialdemocrazia rivoluzionaria al socialriformismo borghese è quindi accompagnata da una svolta non meno decisiva verso la critica borghese di tutte le idee fondamentali del marxismo. Ma poiché già da tempo si muoveva contro il marxismo questa critica dall’alto della tribuna politica e della cattedra universitaria, in innumerevoli opuscoli e in una serie di dotti trattati, poiché, da decine di anni, tutta la nuova gioventù delle classi colte è stata educata a questa critica, non è sorprendente che la "nuova" tendenza "critica" nella socialdemocrazia sia sorta di colpo in una forma definitiva, come Minerva dal cervello di Giove. Quanto al contenuto, questa tendenza non ha dovuto né prender forma né svilupparsi; essa è stata direttamente trasferita dalla letteratura borghese nella letteratura socialista.
Inoltre, se la critica teorica di Bernstein e le sue aspirazioni politiche fossero ancora per taluni poco chiare, i francesi si sono incaricati di dare una dimostrazione palmare del "nuovo metodo". La Francia ha confermato ancora una volta la vecchia reputazione di essere il "paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute, più che in qualsiasi altro luogo, sino alla soluzione decisiva" (Engels, dalla prefazione all’opera di Marx: Der 18 Brumaire [Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte]). Invece di fare della teoria, i socialisti francesi hanno agito; la situazione politica della Francia, più evoluta in senso democratico, ha permesso loro di passare immediatamente al "bernsteinismo pratico" con tutte le sue conseguenze. Millerand ha dato un esempio brillante di questo bernsteinismo pratico. E non per nulla Bernstein e Vollmar si sono affrettati a difenderlo e a lodarlo con tanto zelo! Infatti, se la socialdemocrazia in sostanza non è che il partito delle riforme - e deve avere il coraggio di riconoscerlo francamente -, un socialista non soltanto ha il diritto di entrare in un ministero borghese, ma deve sempre sforzarsi di entrarvi. Se democrazia significa essenzialmente soppressione del dominio di classe, perché un ministro socialista non dovrebbe affascinare tutto il mondo borghese con discorsi sulla collaborazione di classe? Perché non dovrebbe restare nel ministero anche quando gli eccidi di operai compiuti dai gendarmi hanno dimostrato, per la centesima e per l’ennesima volta, il vero carattere della collaborazione democratica delle classi? Perché non dovrebbe prendere parte personalmente al ricevimento di uno zar che i socialisti francesi oggi non chiamano altrimenti che eroe del knut, della forca e della deportazione (knouteur, pendeur et déportateur)? E in compenso di questo abisso di ignominia e di autodenigrazione del socialismo davanti al mondo, di questo pervertimento della coscienza socialista delle masse operaie - unica base che possa garantirci la vittoria - ci si presentano a suon di tromba progetti di riforme miserabili, così miserabili che si è potuto ottenere di più dai governi borghesi!
Chi non chiude intenzionalmente gli occhi non può non vedere che la nuova tendenza "critica" del socialismo non è altro che una nuova varietà di opportunismo. E se si giudica la gente non dalla brillante uniforme che ha indosso o dal nome di parata che si è data, ma dal modo di agire e dalle idee che effettivamente propaga, si vedrà chiaramente che la "libertà di critica" è la libertà della corrente opportunistica nella socialdemocrazia, la libertà di trasformare la socialdemocrazia in un partito democratico di riforme, la libertà di introdurre nel socialismo le idee borghesi e gli uomini della borghesia.
La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell’industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati. L’impiego che oggi si fa dell’espressione “libertà di critica” implica lo stesso falso sostanziale. Chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle. L’odierno strillare: "Viva la libertà di critica!" ricorda da vicino la favola della botte vuota.
Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso.
b) I nuovi difensori della «libertà di critica».
Ed é questa parola d'ordine («libertà di critica») che il Raboceie Dielo (n. 10), organo estero dell'«Unione dei socialdemocratici russi», ha lanciato solennemente in questi ultimi tempi, non come postulato teorico, ma come rivendicazione politica, come risposta alla domanda «È possibile l'unione delle organizzazioni socialdemocratiche che lavorano all'estero?». «Per una solida unione é necessaria la libertà di critica» (p. 36).
Da questa dichiarazione sgorgano due conclusioni molto ben definite: 1) il Raboceie Dielo prende sotto la sua protezione la tendenza opportunistica della socialdemocrazia internazionale nel suo complesso; 2) il Raboceie Dielo esige la libertà dell'opportunismo nella socialdemocrazia russa. Esaminiamo queste conclusioni. La «propensione dell'Iskra e della Zarià a pronosticare la rottura fra la Montagna e la Gironda della socialdemocrazia internazionale» dispiace «particolarmente» al Raboceie Dielo [2*].
«Per noi in generale - scrive B. Kricevski, redattore del Raboceie Dielo - il parlare di Montagna e di Gironda nelle file della socialdemocrazia rappresenta un'analogia storica superficiale, ben singolare quando è dovuta alla penna di un marxista: la Montagna e la Gironda non rappresentavano, come può sembrare agli storici ideologici, temperamenti o correnti intellettuali diversi, ma differenti classi o strati sociali: media borghesia da una parte e piccola borghesia col proletariato dall'altra. Orbene, nel movimento socialista contemporaneo non vi é collisione di interessi di classe; in tutte (il corsivo é di B. K.) le sue varietà - compresi i bernsteiniani più incalliti - esso è tutto intero sul terreno degli interessi di classe del proletariato, della sua lotta di classe per l'emancipazione politica ed economica» (PP. 32-33).
Temeraria affermazione! Ignora forse B. Kricevski il fatto, già notato da molto tempo, che precisamente la larga partecipazione dei ceti «accademici» al movimento socialista di questi ultimi anni ha causato una così rapida diffusione del bernsteinismo? E soprattutto, su che cosa si basa il nostro autore per affermare che anche i «bernsteiniani più incalliti» sono sul terreno della lotta di classe per l'emancipazione politica ed economica del proletariato? Lo ignoriamo. Questa difesa decisa dei bernsteiniani più incalliti non è sostenuta assolutamente da nessun argomento, da nessuna ragione. L'autore pensa indubbiamente che, avendo egli ripetuto ciò che questi bernsteiniani più incalliti dicono di se stessi, le sue affermazioni non abbiano più bisogno di prove. Ma si può immaginare cosa più «superficiale» di un giudizio su tutta una tendenza basato su ciò che dicono di se stessi coloro che la rappresentano? Si può immaginare cosa più superficiale della successiva «morale» sulle due vie o sui due tipi diversi e anche diametralmente opposti di sviluppo del partito (pp.. 34-35 del Raboceie Dielo)? Vedete, i socialdemocratici tedeschi riconoscono la completa libertà di critica, i francesi non la riconoscono affatto, e il loro esempio mostra precisamente tutto il «male dell'intolleranza».
È precisamente l'esempio di Kricevski - rispondiamo noi – che dimostra come talora voglia chiamarsi marxista della gente che considera la storia letteralmente «alla maniera di Ilovaiski» [4] . Per spiegare l'unità del partito tedesco e lo spezzettamento del partito socialista francese é del tutto inutile rovistare nelle particolarità della storia dei due paesi, mettere a confronto il semiassolutismo militare dell'uno col parlamentarismo repubblicano dell'altro; è inutile esaminare le conseguenze della Comune in un paese e delle leggi eccezionali contro i socialisti nell'altro; è inutile confrontare la vita economica e lo sviluppo economico, ricordare il fatto che «lo sviluppo senza esempi della socialdemocrazia tedesca» è stato accompagnato da una lotta che per energia non ha esempi nella storia del socialismo, non solo contro gli errori teorici (Mülberger, Dühring [3*], socialisti della cattedra [5] ), ma anche contro gli errori tattici (Lassalle), ecc. ecc. Tutto questo è superfluo! I francesi si accapigliano perché sono intolleranti; i tedeschi sono uniti perché sono dei bravi ragazzi.
E osservate che, con l'aiuto di questa incomparabile, profonda filosofia, si «respinge» un fatto che smentisce completamente tutta la difesa dei bernsteiniani. Costoro sono, si o no, sul terreno della lotta di classe del proletariato? La questione può essere risolta definitivamente e inappellabilmente solo dall'esperienza storica. Per conseguenza, ciò che ha maggior importanza nel caso specifico é proprio (esempio della Francia, del solo paese dove i bernsteiniani hanno tentato di reggersi sulle gambe per conto loro, fra gli applausi calorosi dei loro colleghi tedeschi (e, in parte, degli opportunisti russi: vedi Raboceie Dielo, n. 2-3, pp. 83-84). Il richiamo all'intransigenza dei francesi,- indipendentemente dal suo valore «storico» (nel senso di Nozdrev [6]) - é solo un tentativo di distogliere, con parole astiose, l'attenzione da fatti molto sgradevoli.
D'altra parte, noi non abbiamo affatto l'intenzione di abbandonare i tedeschi a Kricevski e agli altri innumerevoli difensori della «libertà di critica». Se i «bernsteiniani più incalliti » possono essere ancora tollerati nel partito tedesco, ciò avviene soltanto nella misura in cui essi si sottomettono e alla risoluzione di Hannover [7] , che respinge categoricamente gli «emendamenti» di Bernstein, e a quella di Lubecca, che (nonostante tutta la sua diplomazia) contiene un avvertimento formale a Bernstein. Si può discutere, dal punto di vista degli interessi del partito tedesco, quanto fosse opportuna la diplomazia; se, in questo caso, un cattivo accomodamento fosse cosa migliore di una buona rissa; si può, in una parola, essere di diverso parere nel giudicare dell'opportunità di questo o quel mezzo per respingere il bernsteinismo, ma é innegabile il fatto che il partito tedesco ha per ben due volte respinto il bernsteinismo. Credere dunque che l'esempio dei tedeschi confermi la tesi che «i bernsteiniani più incalliti restano sul terreno della lotta di classe del proletariato per la sua emancipazione economica e politica», significa non comprendere niente di quanto avviene sotto gli occhi di tutti [4*].
Peggio ancora. Come abbiamo già segnalato, il Raboceie Dielo scende in campo davanti alla socialdemocrazia russa per reclamare la «libertà di critica» e difendere il bernsteinismo. A quanto pare, si è convinto che i nostri e critici» ed i nostri bernsteiniani sono stati ingiustamente offesi. Ma quali precisamente? Da chi, dove e quando? E in che cosa è consistita l'ingiustizia? Su questo il Raboceie Dielo tace e non cita neppure una volta un critico o un bernsteiniano russo. Non ci resta che scegliere fra le due ipotesi possibili. O la parte ingiustamente offesa non è altro che lo stesso Raboceie Dielo (il che è confermato dal fatto che nei due articoli del n. 10 si parla unicamente delle offese recate dalla Zarià e dall'Iskra al Raboceie Dielo), e allora come spiegare questa stranezza che il Raboceie Dielo, il quale ha sempre ostinatamente respinto ogni solidarietà con il bernsteinismo, non abbia potuto difendersi se non prendendo la parola in difesa dei «più incalliti bernsteiniani» è della libertà di critica? Oppure sono stati ingiustamente offesi dei terzi, e allora quali possono essere i motivi per cui essi non vengono nominati?
Noi vediamo, dunque, che il Raboceie Dielo continua il giuoco a rimpiattino che gli è abituale (come dimostreremo più avanti) da quando esiste. Notate inoltre questa prima applicazione pratica della famosa «libertà di critica». Praticamente, questa libertà si riduce non soltanto all'assenza di ogni critica, ma all'assenza di ogni giudizio indipendente. Lo stesso Raboceie Dielo che tace, come di una malattia segreta (secondo la giusta espressione di Starover [9]), del bernsteinismo russo, propone di guarire questa malattia ricopiando puramente e semplicemente l'ultima ricetta tedesca contro la varietà tedesca di questa malattia! Invece della libertà di critica, l'imitazione servile... peggio ancora, l'imitazione scimmiesca! L'unitario contenuto politico-sociale dell'odierno opportunismo internazionale si manifesta in un modo o nell'altro, a seconda delle particolarità nazionali. In un paese, il gruppo degli opportunisti si è raccolto da molto tempo intorno ad una sua bandiera particolare; nell'altro, gli opportunisti, sdegnosi della teoria, fanno praticamente la politica dei radicalsocialisti; in un terzo, alcuni membri del partito rivoluzionario sono passati nel campo dell'opportunismo e si I sforzano di raggiungere i loro fini non già attraverso una lotta aperta per i principi e la nuova tattica, ma attraverso una corruzione graduale, impercettibile e, per tosi dire, impunibile, del loro partito; in un quarto, transfughi dello stesso genere adoperano gli stessi metodi nelle tenebre della schiavitù politica e quando esistono rapporti reciproci assolutamente originali fra l'azione «legale» e l'azione «illegale», ecc. Parlare della «libertà di critica» e della libertà del bernsteinismo come della condizione per l'unione dei socialdemocratici russi, senza esaminare come precisamente si é manifestato e quali frutti particolari ha dato il bernsteinismo russo, significa parlare per non dir niente.
Cercheremo noi stessi di dire brevemente ciò che il Raboceie Dielo non ha voluto dire (o forse non ha saputo nemmeno comprendere).
c) La critica. in Russia
La particolarità fondamentale della Russia, quanto al problema che ci interessa, sta nel fatto che l'inizio stesso del movimento operaio spontaneo da un lato e della svolta del pensiero sociale d'avanguardia verso il marxismo dall'altro lato sono stati contrassegnati dall'anione di elementi manifestamente eterogenei sotto una bandiera comune e per la lotta contro un comune nemico (concezioni politiche e sociali superate). Vogliamo parlare della luna di miele del «marxismo legale». Fu questo un fenomeno assolutamente originale, alla possibilità stessa del quale nessuno avrebbe potuto credere negli anni ottanta o all'inizio degli anni novanta. In un paese autocratico, dove la stampa é completamente asservita, in un'epoca di reazione politica spietata, la quale reprime anche le minime manifestazioni di malcontento e di protesta politica, improvvisamente si fa strada, in una letteratura sottoposta a censura, la teoria del marxismo rivoluzionario, esposta in linguaggio esopico, ma comprensibile a tutti gli «interessati». Il governo si era abituato a considerare come pericolosa soltanto la teoria dei seguaci della «Volontà del popolo» (rivoluzionari), senza osservarne, come abitualmente avviene, l'evoluzione interna e rallegrandosi di ogni critica diretta contro di essa. Prima che il governo se ne fosse accorto, prima che il pesante esercito dei censori e dei gendarmi avesse scoperto il nuovo nemico e gli si fosse precipitato addosso, passò non poco tempo (non poco per noi russi). E durante questo tempo si pubblicarono, una dopo l'altra, opere marxiste, si fondarono riviste e i giornali marxisti, contagiosamente tutti diventavano marxisti, i marxisti venivano adulati, ai marxisti si faceva la corte, gli editori erano entusiasti dello smercio straordinariamente rapido dei libri marxisti. E’ ben comprensibile che fra i neofiti marxisti, circonfusi da questa aureola, si trovasse più di uno «scrittore montato in superbia» [10] ...
Oggi si può parlare di questo periodo con serenità, come di una cosa passata. Nessuno ignora che l'effimera fioritura del marxismo alla superficie della nostra letteratura provenne dall'alleanza di elementi estremisti con elementi molto moderati. Questi ultimi erano, in fondo, dei democratici borghesi, e a questa conclusione (che fu confermata all'evidenza dalla loro ulteriore evoluzione «critica») qualcuno era giunto fin da quando l’«alleanza» era ancora intatta [5*].
Ma se é così, su chi ricade la responsabilità principale dell'ulteriore «confusione», se non precisamente sui socialdemocratici rivoluzionari che hanno concluso quest'alleanza coi futuri «critici»? Questa domanda, seguita da una risposta affermativa, si sente talora formulare da gente che considera le cose in modo eccessivamente rigido. Questa gente ha assolutamente torto. Soltanto chi non ha fiducia in se stesso può aver paura di stringere alleanze temporanee anche con elementi incerti. Nessun partito politico potrebbe esistere senza tali alleanze. Orbene, l’alleanza coi marxisti legali fu in certo qual modo la prima alleanza veramente politica della socialdemocrazia russa. Grazie a quell'alleanza si ottenne una vittoria straordinariamente rapida sul populismo e una diffusione prodigiosa delle idee marxiste (per quanto in forma volgarizzata). Inoltre, quell'alleanza non fu affatto conclusa senza «condizioni». Prova ne sia la raccolta marxista Documenti sullo sviluppo economico della Russia [11] , data alle fiamme nel 1895 dalla censura. Se l'accordo coi marxisti legali per la letteratura può essere paragonato a, un'alleanza politica, questa raccolta può essere paragonata a un contratto politico.
La rottura naturalmente non avvenne per il fatto che gli «alleati» dimostrarono di essere dei democratici borghesi. Al contrario, i rappresentanti di questa corrente sono per la socialdemocrazia degli alleati naturali e desiderabili quando si tratta dei suoi obiettivi democratici, che vengono messi in primo piano dalla presente situazione della Russia. Ma condizione necessaria di tale alleanza é per i socialisti la piena possibilità di svelare alla classe operaia che i suoi interessi e quelli della borghesia sono opposti, ostili. Il bernsteinismo, invece, e la tendenza «critica» a cui si è contagiosamente convertita la maggioranza dei marxisti legali eliminavano questa possibilità e pervertivano la coscienza socialista, svilendo il marxismo, predicando la teoria dell'attenuazione degli antagonismi sociali, dichiarando che l'idea della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato é insensata, riducendo il movimento operaio e la lotta di classe a un gretto tradunionismo e alla lotta «realista» per piccole riforme graduali. Ciò equivaleva, da parte della democrazia borghese, a negare il diritto all'indipendenza del socialismo e, quindi, il suo diritto all'esistenza; ciò significava, in pratica, sforzarsi di trasformare il movimento operaio, ai suoi albori, in un'appendice del movimento liberale.
Naturalmente, in queste condizioni la rottura era necessaria. Ma la particolarità «originale» della Russia si espresse nel fatto che questa rottura significò l'esclusione pura e semplice dei socialdemocratici dal campo della letteratura «legale», la più accessibile a tutti e la più largamente diffusa. Di essa fecero la loro fortezza gli «ex marxisti», raggruppati sotto la «bandiera della critica», che avevano quasi ottenuto il monopolio della «denigrazione» del marxismo. Le parole d'ordine «contro l'ortodossia» e «viva la libertà di critica» (ripetute ora dal Raboceie Dielo) diventarono subito di moda e s'imposero persino alla censura ed ai gendarmi, come dimostrano, fra l'altro, le tre edizioni russe del libro del famoso Bernstein [12] (famoso alla maniera di Erostrato) e il fatto che le opere di Bernstein, del signor Prokopovic, ecc. sono raccomandate da Zubatov (Iskra, n. 10). I socialdemocratici avevano allora il compito di combattere la nuova corrente, compito già di per sé difficile e reso incredibilmente più difficile dagli ostacoli puramente esteriori. Ma questa corrente non si limitava alla letteratura. La svolta verso la «critica» coincideva con la propensione dei militanti socialdemocratici per l'«economismo».
Il modo come sorsero e si rafforzarono i rapporti e l'interdipendenza fra la critica legale e l'economismo illegale é una questione interessante, che potrebbe costituire argomento di un articolo apposito. Basterà notare qui la incontestabile esistenza del legame che li unisce. Il famoso «Credo» non acquistò tanta e tosi meritata celebrità se non perché esprimeva apertamente questo legame e metteva in rilievo la tendenza politica fondamentale dell'«economismo» : gli operai debbono condurre una lotta economica (o più esattamente tradunionista, che abbraccia anche la politica specificamente operaia), gli intellettuali marxisti debbono fondersi coi liberali per la «lotta» politica. L'attività tradunionista «fra il popolo» serviva ad assolvere la prima metà del compito; la critica legale ne realizzava la seconda metà. Questa dichiarazione fu un'arma così preziosa contro l'economismo, che se il «Credo» non fosse esistito, sarebbe valsa la pena di inventarlo.
Il «Credo» non fu inventato, ma fu pubblicato senza il consenso e fors'anche contro la volontà dei suoi autori. In ogni caso, l'autore di queste righe, il quale contribuì a portare alla luce il nuovo «programma» [6*], subì proteste e rimproveri perché un riassunto delle loro opinioni, abbozzato da qualche oratore, era stato copiosamente diffuso, aveva ricevuto il titolo di «Credo» ed era stato persino stampato unitamente alla protesta contro di esso. Ci riferiamo a questo episodio perché svela un curioso tratto caratteristico del nostro economismo: la paura della pubblicità. E questa è una caratteristica dell'economismo in generale e non soltanto degli autori del «Credo» : essa si é manifestata nella Rabociaia Mysl, la più schietta e onesta partigiana dell'economismo, nel Raboceie Dielo (il quale si é indignato della pubblicazione dei documenti «economici» nel Vademecum [14] ), nel Comitato di Kiev, che due anni or sono non ha voluto autorizzare la pubblicazione della sua Profession de foi [15] insieme con la confutazione di essa [7*], e in un grande numero di singoli rappresentanti dell'economismo.
Questa paura della critica che si manifesta nei partigiani della libertà di critica non può essere spiegata come un semplice artificio (benché a volte dell'artificio non possa fare a meno; sarebbe ingenuo presentare all'attacco dell'avversario i primi ancor fragili germi di una nuova tendenza!). No, la maggioranza degli economisti, con perfetta sincerità, non vede di buon occhio (e, data la sostanza stessa dell'economismo, non può che vedere malvolentieri) ogni discussione teorica, ogni dissenso di frazione, ogni vasta questione politica, ogni progetto di organizzare i rivoluzionari, ecc. «Lasciamo tutto ciò all'estero!», mi diceva un giorno un economista abbastanza conseguente, e in questo modo egli esprimeva la seguente opinione molto diffusa (e puramente tradunionista): quel che ci interessa é il movimento operaio, sono le organizzazioni operaie del nostro paese, tutto il resto non é che invenzione di dottrinari, «sopravvalutazione dell'ideologia», come si esprimevano gli autori della lettera pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, all'unisono col n. 10 del Raboceie Dielo. Ci si chiede ora: date queste particolarità della «critica» e del bernsteinismo russi, in che doveva consistere il compito di chi voleva combattere l'opportunismo a fatti e non soltanto a parole? Bisognava, prima di tutto, preoccuparsi di riprendere quel lavoro teorico che era stato appena incominciato all'epoca del marxismo legale e che ricadeva di nuovo sui militanti illegali; senza questo lavoro uno sviluppo reale del movimento era impossibile. In secondo luogo, era necessario impegnare una lotta attiva contro la «critica» legale, che pervertiva gli spiriti. In terzo luogo, era necessario insorgere vigorosamente contro la confusione e le esitazioni nel movimento pratico, smascherando e respingendo tutti i tentativi di svilire coscientemente o inconsciamente il nostro programma e la nostra tattica.
Il Raboceie Dielo, come é noto, non ha assolto né il primo, né il secondo, né il terzo di questi compiti, e avremo più innanzi l'occasione di chiarire particolareggiatamente questa verità sotto i diversi aspetti. Per ora vogliamo semplicemente dimostrare che esiste una flagrante contraddizione tra la rivendicazione della «libertà di critica» e le particolarità della critica di casa nostra e dell'economismo russo. Si dia, infatti, uno sguardo alla risoluzione con la quale l'«Unione dei socialdemocratici russi» all'estero ha confermato il punto di vista del Raboceie Dielo.
«Nell'interesse dell'ulteriore sviluppo ideologico della socialdemocrazia noi pensiamo che la libertà di criticare la teoria socialdemocratica nella letteratura di partito é cosa assolutamente necessaria, nella misura in cui questa critica non contraddice al carattere dì classe e al carattere rivoluzionario della teoria» (Due congressi, p. 10).
Si motiva questa risoluzione col fatto che «nella prima parte essa coincide con la risoluzione del Congresso di Lubecca su Bernstein...». Nella semplicità del loro cuore i membri dell'«Unione» non vedono nemmeno quale testimonium paupertatis (certificato di povertà) essi stessi si rilasciano con questo plagio; «ma... nella seconda parte, essa pone alla libertà di critica limiti più angusti di quelli posti dal Congresso di Lubecca».
La risoluzione dell'«Unione» sarebbe, dunque, rivolta contro i bernsteiniani russi? Altrimenti, sarebbe un'assurdità riferirsi a Lubecca! Ma è falso che essa «ponga limiti angusti alla libertà di critica». Con la risoluzione di Hannover i tedeschi hanno respinto punto per punto proprio quegli emendamenti che Bernstein aveva presentato, e con quella di Lubecca hanno dato un avvertimento a Bernstein personalmente, facendone chiaramente il nome. I nostri «liberi» imitatori, invece, non indicano, neppure con un accenno, nessuna delle particolari manifestazioni della «critica» russa e dell'«economismo» russo. Cosicché la semplice allusione al carattere di classe e al carattere rivoluzionario della teoria lascia un posto molto più ampio alle interpretazioni sbagliate, soprattutto se l’«Unione» si rifiuta di considerare opportunismo il «cosiddetto economismo» (Due congressi, p. 8). Ma ciò sia detto di sfuggita. L'essenziale è che le posizioni degli opportunisti rispetto ai socialdemocratici rivoluzionari sono in Germania e in Russia diametralmente opposte. In Germania i socialdemocratici rivoluzionari sono, com'è noto, per la conservazione di ciò che esiste: per il vecchio programma, la vecchia tattica, conosciuti da tutti e messi alla prova in tutti i particolari dall'esperienza di parecchi decenni. I «critici» vogliono invece introdurvi delle modificazioni, e poiché sono un'infima minoranza e le loro tendenze revisioniste sono molto timide, i motivi per cui la maggioranza si limita a respingere seccamente le loro «innovazioni» sono comprensibili. Da noi, in Russia, «critici» ed economisti sono per la conservazione di ciò che esiste: i «critici» vogliono continuare ad essere considerati come dei marxisti e a godere della «libertà di critica» della quale hanno approfittato nel senso più ampio (perché in fondo essi non hanno mai riconosciuto nessun legame di partito [8*] e d'altra parte non avevamo un organo riconosciuto da tutto il partito il quale potesse «limitare», almeno con dei consigli, la libertà di critica); gli economisti vogliono che i rivoluzionari riconoscano il «pieno diritto del movimento nell'ora presente» (Raboceie Dielo, n. 10,.P. 25), Cioè la «legittimità» dell'esistenza di ciò che esiste; che gli «ideologi» non cerchino di «far deviare» il movimento dalla strada «determinata dal giunco reciproco degli elementi materiali e dell'ambiente materiale» (Lettera nel n. 72 dell'Iskra); che si riconosca come desiderabile condurre quella lotta «che gli operai possono condurre soltanto in circostanze determinate» e come possibile «quella che essi conducono effettivamente nel momento presente» (Supplemento alla «Rabociaia Mysl», p. 14). Per contro, noi, socialdemocratici rivoluzionari, non siamo soddisfatti di questa sottomissione alla spontaneità, ossia a ciò che esiste «nel momento presente». Noi esigiamo la modificazione della tattica prevalsa in questi ultimi anni; dichiariamo che «prima di unirsi, e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente» (annunzio della pubblicazione dell'Iskra). In una parola, i tedeschi rimangono sulle posizioni esistenti e respingono ogni modificazione; noi esigiamo la modificazione dell'attuale stato di cose respingendo la sottomissione e la rassegnazione a ciò che esiste nel momento presente.
Ecco la «piccola» differenza di cui i nostri «liberi» copiatori di risoluzioni tedesche non si sono neppure accorti.
d) Engels e l’importanza della lotta teorica
"Il dogmatismo, il dottrinarismo", "la fossilizzazione del partito sono il castigo inevitabile della violenta compressione del pensiero": ecco i nemici contro i quali scendono in lizza i campioni della "libertà di critica" del Raboceie Dielo. Siamo felicissimi che tale questione sia stata posta all’ordine del giorno; ma proporremmo di completarla con la seguente:
Chi sono i giudici?
Abbiamo innanzi a noi due annunzi di pubblicazioni: il programma del Raboceie Dielo, organo del periodico della Unione dei socialdemocratici russi (tiratura speciale del n.1 del Raboceie Dielo) e l’annuncio della ripresa delle edizioni del gruppo Emancipazione del lavoro. Entrambi hanno la data del 1899, epoca nella quale la "crisi del marxismo" era all’ordine del giorno da molto tempo. Eppure nella prima di queste pubblicazioni si cercherebbero invano indicazioni sulla crisi stessa e un’esposizione precisa della posizione che conta di prendere il nuovo organo a questo riguardo. Dell’attività teorica e dei suoi compiti vitali nel momento attuale non dicono una parola né questo programma, né le aggiunte approvate dal III Congresso dell’Unione nel 1901 (Due congressi, pp. 15-18). In tutto questo periodo, la redazione del Raboceie Dielo ha lasciato da parte le questioni teoriche, benché esse appassionassero i socialdemocratici di tutto il mondo.
L’altra pubblicazione, al contrario, segnala innanzi tutto l’indebolimento dell’interesse per la teoria durante questi ultimi anni, esige imperiosamente che sia data una "vigile attenzione al lato teorico del movimento rivoluzionario del proletariato" ed esorta a una "critica spietata delle tendenze bernsteiniane e delle altre tendenze antirivoluzionarie" esistenti nel nostro movimento. I numeri della Zarià finora pubblicati dimostrano come sia stato eseguito questo programma.
Vediamo, dunque, che le grandi frasi contro la fossilizzazione del pensiero, ecc. dissimulano in realtà l’indifferenza e l’impotenza nei riguardi dello sviluppo del pensiero teorico. L’esempio dei socialdemocratici russi illustra in modo particolarmente chiaro il fenomeno, generale in Europa (e da molto tempo segnalato anche dai marxisti tedeschi), che la famosa libertà di critica non significa la sostituzione di una teoria con un’altra, ma significa libertà da ogni teoria coerente e ponderata, eclettismo e mancanza di princípi. Chiunque abbia una conoscenza anche limitata della situazione di fatto del nostro movimento non può non vedere che la grande diffusione del marxismo è stata accompagnata da un certo abbassamento del livello teorico. Molta gente, la cui preparazione teorica era infima e persino inesistente, ha aderito al movimento grazie alla sua importanza pratica e ai suoi progressi pratici. Ognuno può dunque vedere quanto manchi di tatto il Raboceie Dielo quando agita trionfalmente la frase di Marx: "Ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi". Ripetere queste parole in un momento di sbandamento teorico, è come "fare dello spirito a un funerale". Queste parole, d’altra parte, sono estratte dalla lettera sul programma di Gotha [16], nella quale Marx condanna categoricamente l’eclettismo nell’enunciazione dei princípi. Se è necessario unirsi - scriveva Marx ai capi del partito - fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei princípi e non fate "concessioni" teoriche. Questo era il pensiero di Marx, e fra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di sminuire l’importanza della teoria!
Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica. Ma per la socialdemocrazia russa, in particolare, la teoria acquista un’importanza ancora maggiore per le tre considerazioni seguenti, che sono spesso dimenticate. Innanzi tutto, il nostro partito è ancora in via di formazione, sta ancora definendo la sua fisionomia ed è ben lungi dall’aver saldato i conti con le altre correnti del pensiero rivoluzionario, che minacciano di far deviare il movimento dalla giusta via. Anzi, proprio in questi ultimi anni (come Axelrod già da molto tempo aveva predetto agli economisti [17]) ci troviamo di fronte ad una reviviscenza delle tendenze rivoluzionarie non socialdemocratiche. In siffatte condizioni, un errore, che a prima vista sembra "senza importanza", può avere le più deplorevoli conseguenze; e bisogna essere ben miopi per giudicare inopportune e superflue le discussioni di frazione e la rigorosa definizione delle varie tendenze. Dal consolidarsi dell’una piuttosto che dell’altra "tendenza" può dipendere per lunghi anni l’avvenire della socialdemocrazia russa.
In secondo luogo, il movimento socialdemocratico è per la sua stessa sostanza internazionale. Ciò non significa soltanto che dobbiamo combattere lo sciovinismo nazionale. Significa anche che in un paese giovane un movimento appena nato può avere successo solo se applica l’esperienza degli altri paesi. Ma per applicarla non basta conoscerla o limitarsi a copiare le ultime risoluzioni. Bisogna saper valutare criticamente e verificare da se stessi questa esperienza. Basta pensare quali passi giganteschi ha fatto il movimento operaio contemporaneo e come si è articolato per comprendere quale riserva di forze teoriche e di esperienza politica (ed anche rivoluzionaria) sia necessaria per adempiere questo compito.
In terzo luogo, i compiti nazionali della socialdemocrazia russa sono tali, quali non si sono mai presentati a nessun altro partito socialista del mondo. Vedremo in seguito quali doveri politici ed organizzativi ci impone il compito di liberare tutto il popolo dal giogo dell’autocrazia. Per il momento ci limiteremo a rilevare che solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia. Ma per raffigurarsi un po’ più concretamente che cosa questo significhi, ricordi il lettore quei precursori della socialdemocrazia russa, che si chiamano Herzen, Belinski, Cernyscevski e la brillante pleiade dei rivoluzionari degli anni settanta; rifletta all’importanza mondiale che la letteratura russa acquista presentemente; pensi... ma basta così!
Ricordiamo le osservazioni di Engels (1874) sull’importanza della teoria nel movimento socialdemocratico. Secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) - come si pensa abitualmente fra noi -, ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica. La raccomandazione che egli fa al movimento operaio tedesco, già rafforzatosi praticamente e politicamente, è talmente istruttiva, dal punto di vista delle questioni e discussioni attuali, che il lettore ci scuserà se riportiamo il lungo brano seguente della prefazione all’opuscolo Der deutsche Bauernkríeg [9*] che è diventato da molto tempo una rarità bibliografica eccezionale:
«Gli operai tedeschi hanno due vantaggi essenziali sugli operai del resto dell’Europa. In primo luogo essi appartengono al popolo dell’Europa più portato alla teoria ed hanno conservato il senso teorico, che i cosiddetti "uomini colti" della Germania hanno totalmente perduto. Senza il precedente della filosofia tedesca e precisamente della filosofia di Hegel, il socialismo scientifico tedesco - l’unico socialismo scientifico che sia mai esistito - non sarebbe mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo senso teorico, il socialismo scientifico non si sarebbe mai cambiato in sangue e carne in così grande misura come è effettivamente accaduto. E quale incommensurabile vantaggio sia questo si rileva, da una parte, se si tenga presente l’indifferenza verso tutte le teorie, che è una delle cause principali per cui il movimento operaio inglese, malgrado tutta la notevole organizzazione dei singoli sindacati, avanza così lentamente, e, dall’altra parte, se si tengano presenti la confusione e le storture che il proudhonismo ha provocato, nella sua forma originaria, nei francesi e nei belgi, e, più tardi, nella caricatura che ne fece Bakunin, negli spagnoli e negli italiani.
«Il secondo vantaggio è costituito dal fatto che i tedeschi sono arrivati quasi ultimi nel movimento operaio dell’epoca. Come il socialismo tedesco non dimenticherà mai che esso, diremo, poggia sulle spalle di Saínt-Simon, Fourier e Owen, tre uomini che, con tutta la loro fantasticheria e tutto il loro utopismo, sono tra le teste più fini di tutti i tempi e hanno anticipato infinite cose che noi oggi dimostriamo scientificamente, così il movimento operaio pratico tedesco non può mai dimenticare che esso si è sviluppato sulle spalle dei movimenti inglese e francese, e può con tutta semplicità trarre profitto dalle loro esperienze acquistate a così -caro prezzo ed evitare oggi i loro errori che erano allora inevitabili. Senza il gigantesco impulso dato specialmente dalla Comune di Parigi, dallo sviluppo precedente delle trade-unions inglesi e dalle lotte politiche degli operai francesi, a che punto saremmo noi ora?
«Si deve riconoscere che gli operai tedeschi hanno sfruttato con rara intelligenza la loro vantaggiosa posizione. Infatti, per la prima volta dacché esiste il movimento operaio, la lotta viene condotta unitariamente, coerentemente e secondo un piano che si svolge su tre linee: teorica, politica e pratico-economica (resistenza ai capitalisti). La forza e l’invincibilità del movimento tedesco sta precisamente in questo attacco che potremmo dire concentrico.
«Da una parte per questa loro privilegiata posizione, dall’altra per le particolarità insulari del movimento inglese e la violenta repressione del movimento francese, gli operai tedeschi sono per il momento all’avanguardia della lotta proletaria. Per quanto tempo gli avvenimenti lasceranno loro questo posto d’onore, non si può dire. Ma sino a quando lo occuperanno, è sperabile che essi eseguiranno il loro compito come si conviene. Per questo occorre che gli sforzi siano raddoppiati in ogni campo della lotta e dell’agitazione. Precisamente sarà dovere di tutti i dirigenti chiarire sempre più tutte le questioni teoriche, liberarsi sempre più completamente dall’influsso delle frasi fatte proprie della vecchia concezione del mondo, e tener sempre presente Che il socialismo, da quando è diventato una scienza, va trattato come una scienza, cioè va studiato. Ma l’importante sarà poi diffondere tra le masse, con zelo accresciuto, la concezione che così si è acquisita e che sempre più si è chiarita, e rinsaldare sempre più fermamente l’organizzazione del partito e dei sindacati...
«Se gli operai tedeschi così andranno avanti, non perciò marceranno alla testa del movimento - anzi non è affatto nell’interesse del movimento che gli operai di una singola nazione, quale che essa sia, marcino alla testa del movimento - ma tuttavia occuperanno un posto degno di onore nella linea del combattimento; e saranno pronti in armi, se dure prove inattese o grandi avvenimenti esigeranno maggiore coraggio, maggiore decisione ed energia» [18] .
Il proletariato russo dovrà subire delle prove infinitamente più gravi, dovrà combattere un mostro in confronto del quale una legge eccezionale in un paese costituzionale sembrerà un pigmeo. La storia ci pone oggi un compito immediato, il più rivoluzionario di tutti i compiti immediati del proletariato di qualsiasi altro paese. L’adempimento di questo compito, la distruzione del baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche (oggi possiamo dirlo) asiatica, farebbe del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale. Siamo in diritto di credere che ci meriteremo questo titolo onorevole, come già lo meritarono i nostri precursori, i rivoluzionari degli anni settanta, se sapremo animare dello stesso spirito di illimitata risolutezza e della stessa energia il nostro movimento, mille volte più vasto e più profondo.

2. La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia

Abbiamo detto che è necessario animare della stessa illimitata risolutezza ed energia il nostro movimento incomparabilmente più vasto e profondo di quello degli anni settanta. Infatti, fino ad oggi nessuno ancora, sembra, aveva messo in dubbio che la forza del movimento contemporaneo consiste nel risveglio delle masse (e principalmente del proletariato industriale) e la sua debolezza nella mancanza di coscienza e d'iniziativa dei dirigenti rivoluzionari.
Ma di recente è stata fatta una scoperta sbalorditiva, che minaccia di rovesciare tutte le idee dominanti sull'argomento. Essa è opera del Raboceie Dielo che, polemizzando con l'Iskra e la Zarià, non si è limitato a muovere obiezioni su alcuni punti, ma ha tentato di scoprire la radice profonda del «dissenso generale» e l'ha trovata nella «diversa valutazione della importanza relativa dell'elemento spontaneo e dell'elemento "metodico" cosciente». L'atto di accusa del Raboceie Dielo afferma: «Sottovalutazione dell'importanza dell'elemento oggettivo e spontaneo dello sviluppo» [1*]. Noi rispondiamo: anche se la polemica dell'Iskra e della Zarià avesse avuto il solo risultato di indurre il Raboceie Dielo a escogitare questo «dissenso generale», questo solo risultato ci darebbe una grande soddisfazione, tanto questa tesi è significativa ed illumina vivamente il fondo delle divergenze teoriche e politiche esistenti tra i socialdemocratici russi.
Ecco perché la questione del rapporto tra coscienza e spontaneità presenta un interesse generale immenso ed esige uno studio particolareggiato.
a) Inizio dell'ascesa del movimento spontaneo
Nel precedente capitolo abbiamo notato il contagioso entusiasmo dei giovani intellettuali russi, intorno al 1895, per la teoria marxista. Nello stesso periodo, anche gli scioperi operai, dopo la famosa guerra industriale del 1896 a Pietroburgo [1], presero lo stesso carattere contagioso. La loro estensione in tutta la Russia attestava chiaramente quanto fosse profondo il movimento popolare che rialzava ancora una volta la testa, e se si vuol parlare di "elemento spontaneo" è certamente in questo movimento di scioperi che bisogna innanzi tutto vederlo. Ma vi è spontaneità e spontaneità. Anche negli anni sessanta e settanta (e persino nella prima metà del secolo) vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni "spontanee" di macchine e simili. In confronto con queste "rivolte", gli scioperi avvenuti dopo il 1890 potrebbero perfino essere chiamati "coscienti", tanto è importante il passo in avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l'"elemento spontaneo" non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo risveglio di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano... non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all'autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta. Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi: si pongono rivendicazioni precise, si cerca di prevedere il momento più favorevole, si discutono i casi e gli esempi noti delle altre località, ecc. Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentavano già degli embrioni - ma soltanto degli embrioni - di lotta di classe. Presi in sé, questi scioperi costituivano una lotta tradunionista, ma non ancora socialdemocratica; annunciavano il risveglio dell'antagonismo fra operai e padroni; ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza dell'irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l'ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza socialdemocratica. Gli scioperi della fine del secolo dunque, malgrado il progresso immenso che rappresentavano in confronto con le "rivolte" anteriori, restavano un movimento puramente spontaneo.
Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall'esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. [2*] La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi. Anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari. Nell'epoca della quale ci occupiamo, cioè intorno al 1895, non soltanto questa dottrina ispirava completamente di sé il programma del gruppo "Emancipazione del lavoro", ma aveva conquistato la maggioranza della gioventù rivoluzionaria della Russia.
Avevamo, dunque, contemporaneamente, un risveglio spontaneo delle masse operaie, risveglio alla vita e alla lotta cosciente, e la presenza di una gioventù rivoluzionaria che, armata della teoria socialdemocratica, nutriva il desiderio ardente di avvicinarsi agli operai. È molto importante, inoltre, notare il fatto spesso dimenticato (e relativamente poco noto) che i primi socialdemocratici di questo periodo, i quali si occupavano con ardore dell'agitazione economica (approfittando per questo delle utili indicazioni dell'opuscolo Dell'agitazione [2], allora manoscritto), non consideravano quell'agitazione come il loro unico compito, ma al contrario, fin dal principio, assegnavano alla socialdemocrazia russa i più grandi compiti storici in generale, e in particolare il rovesciamento dell'autocrazia. Così, per esempio, il gruppo dei socialdemocratici di Pietroburgo, che fondò l’ «Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia», preparò verso la fine del 1895 il primo numero di un giornale intitolato Raboceie Dielo, completamente pronto per la stampa, questo numero fu sequestrato dai gendarmi durante una perquisizione operata la notte dall'8 al 9 dicembre 1895 presso uno dei membri del gruppo, Anat. Alex. Vaneiev [3*], cosicché, nella sua prima edizione, il Raboceie Dielo non poté vedere la luce. L'editoriale di quel giornale [3] (che, forse, fra una trentina di anni, una rivista del tipo della Russkaia Sfarina riesumerà dagli archivi della polizia) tracciava i compiti storici della classe operaia in Russia, e il primo di essi era la conquista della libertà politica. Seguiva un articolo, A che cosa pensano i nostri ministri?[4] dedicato alla devastazione poliziesca dei comitati per l'istruzione elementare, ed una serie di corrispondenze non solo da Pietroburgo, ma da altre località della Russia (per esempio, su un massacro di operai nella provincia di Iaroslavl). Dunque, questo, se non erro, «primo saggio» dei socialdemocratici russi della fine del secolo scorso, non era un giornale strettamente locale, e ancor meno un giornale di carattere «economico», poiché si studiava di unire gli scioperi del movimento rivoluzionario contro l'autocrazia e di spingere tutti gli oppressi, vittime della politica di oscurantismo reazionario, a sostenere la socialdemocrazia. Per coloro che più o meno conoscono lo stato del movimento in quell'epoca è indubbio che un simile giornale sarebbe stato favorevolmente accolto dagli operai della capitale e dagli intellettuali rivoluzionari ed avrebbe avuto la massima diffusione. L'insuccesso dell'iniziativa provò unicamente che i socialdemocratici di allora erano incapaci di rispondere alle esigenze del momento soprattutto per mancanza di esperienza rivoluzionaria e di preparazione pratica. Lo stesso si può dire per il Raboci Listok e specialmente per la Rabociaia Gazieta e per il Manifesto del Partito operaio socialdemocratico russo, costituitosi nella primavera del 1898. È chiaro che non è affatto nelle nostre intenzioni di rimproverare ai militanti di quel tempo la loro impreparazione; ma per trarre profitto dall'esperienza del movimento e ricavarne delle lezioni pratiche bisogna rendersi ben conto delle cause e del significato di questa o quella deficienza. Perciò è estremamente importante stabilire che una parte (forse anche la maggioranza) dei socialdemocratici attivi negli anni 1895-98 riteneva possibile presentare, proprio allora, agli inizi stessi del movimento «spontaneo », un vasto programma ed una tattica di combattimento [4*]. L'impreparazione della maggior parte dei rivoluzionari, essendo un fenomeno del tutto naturale, non poteva suscitare particolari timori. Poiché i compiti erano giustamente determinati, poiché si possedeva l'energia necessaria per ripetere i tentativi di adempierli, i momentanei insuccessi non erano che un mezzo male. L'esperienza rivoluzionaria e la capacità organizzativa sono cose che si acquistano. Basta voler sviluppare in sé le qualità necessarie! Basta aver coscienza dei propri errori, coscienza che, nelle questioni rivoluzionarie, equivale già ad una mezza correzione!
Ma il mezzo male diventa un male effettivo quando questa coscienza comincia ad oscurarsi (ed essa era vivissima nei militanti dei gruppi menzionati), quando c'è della gente — e persino dei giornali socialdemocratici — che è pronta a presentare le deficienze come virtù e persino a tentar di giustificare teoricamente la propria sottomissione servile alla spontaneità. È tempo di fare il bilancio di questa tendenza, molto inesattamente definita col termine di «economismo», che è troppo ristretto per esprimerne tutto il contenuto.
b) La sottomissione alla spontaneità.
Prima di passare alle manifestazioni letterarie di questa sottomissione alla spontaneità, segnaleremo un fatto caratteristico (comunicatoci dalla fonte già citata), che getta una certa luce sul modo come tra i compagni attivi di Pietroburgo era sorto e si era sviluppato il dissenso tra le due future tendenze della socialdemocrazia russa. All'inizio del 1897, A. A. Vaneiev ed alcuni suoi compagni, prima di essere deportati, parteciparono a una riunione privata dove s'incontrarono dei membri «vecchi» e «giovani» dell'«Unione di lotta per l'emancipazione della classe operaia». La conversazione verte principalmente sull'organizzazione e, in particolare, su quello «statuto della cassa operaia » che venne pubblicato nella sua forma definitiva nel num. 9-10 del Listok Rabotnika (p. 46). Fra i «vecchi» (i «decabristi», come li chiamavano per ischerzo i socialdemocratici pietroburghesi) e alcuni dei «giovani» (i quali, in seguito, collaborarono attivamente alla Rabociaia Mysl) si manifestò subito un dissenso nettissimo e si impegnò un'accanita discussione. I «giovani» difendevano i punti principali dello statuto così com'era stato pubblicato. I «vecchi» dicevano che non da ciò bisognava cominciare, ma che si doveva prima di tutto consolidare l'«Unione di lotta», farne un'organizzazione di rivoluzionari alla quale fossero subordinate le diverse casse operaie, i circoli di propaganda fra la gioventù studentesca, ecc. Gli avversari erano certamente lontani dall'indovinare in questo dissenso il germe di una divisione; lo consideravano al contrario come accidentale ed isolato. Ma l'episodio dimostra che il sorgere e l'estendersi dell'«economismo» in Russia non furono disgiunti dalla lotta contro i «vecchi» socialdemocratici (cosa che spesso dimenticano gli economisti dei nostri giorni). E se questa lotta non ha, in generale, lasciato tracce «documentarie», lo si deve unicamente al fatto che i membri dei circoli operai cambiavano con inverosimile rapidità, che non si creava nessuna continuità e che, perciò, i punti di vista divergenti non venivano fissati in nessun documento. La pubblicazione della Rabociaia Mysl portò l'economismo alla luce del sole, ma non di colpo. Bisogna rappresentarsi concretamente le condizioni di lavoro e l'effimera esistenza degli innumerevoli circoli russi (cosa possibile soltanto a chi vi è passato) per comprendere quanto vi fosse di fortuito nel successo o nell'insuccesso della nuova tendenza nelle diverse città e l'assoluta impossibilità nella quale si trovarono per lungo tempo, sia i partigiani che gli avversari di questa «nuova » tendenza, di determinare se essa era effettivamente una tendenza definita o semplicemente il prodotto dell'impreparazione di singole persone. Per esempio, i primi numeri poligrafati della Rabociaia Mysl furono completamente sconosciuti alla immensa maggioranza dei socialdemocratici, e noi abbiamo ora la possibilità di richiamarci all'editoriale del primo numero, unicamente perché esso è stato riprodotto nell'articolo di V. I. [5] (Listok Rabotnika, n. 9-10, p. 47 e sgg.), il quale, con uno zelo per lui eccessivo, porta alle stelle il nuovo giornale, così diverso dai giornali e progetti già citati [5*]. Vale la pena di arrestarsi un po' su questo editoriale, che esprime con tanto rilievo tutto lo spirito della Rabociaia Mysl e dell'economismo in generale.
Dopo aver detto che le uniformi azzurre non arresteranno mai i progressi del movimento operaio, l'editoriale continua: «...Il movimento operaio deve questa sua vitalità al fatto che l'operaio ha preso finalmente nelle sue mani la propria sorte, strappandola dalle mani dei suoi dirigenti». Questa tesi fondamentale è poi svolta in seguito particolareggiatamente. In realtà, i dirigenti (cioè i socialdemocratici, fondatori dell'«Unione di lotta») erano stati strappati, si può dire, alle mani degli operai dalla polizia [6*], mentre ci si vuol far credere che gli operai lottavano contro questi dirigenti e si erano liberati dal loro giogo! Invece di esortarli ad andare avanti, a consolidare l'organizzazione rivoluzionaria e ad estendere l'attività politica, si esortano gli operai ad andare indietro, a ritornare alla pura lotta tradunionista. Si proclama che «la base economica del movimento è oscurata dall'aspirazione a non dimenticare mai l'ideale politico», che la parola d'ordine del movimento operaio è: «Lotta per le condizioni economiche» (!), oppure meglio ancora: «Gli operai per gli operai»; si dichiara che le casse di sciopero «hanno per il momento più valore di un centinaio di altre organizzazioni» (si confronti questa affermazione, che risale all'ottobre 1897, con la disputa fra «decabristi» e «giovani» agli inizi del 1897), ecc. Le formule come quella che la chiave di volta della situazione deve essere non il «fiore» degli operai, ma l'operaio «medio», l'operaio di massa, o come: «La politica segue sempre docilmente l'economia»[7*] ecc, acquistarono gran voga ed ebbero un'influenza irresistibile sulla massa dei giovani venuti al movimento alla vigilia e che, per la maggior parte, conoscevano soltanto frammenti del marxismo attraverso l'esposizione che ne facevano le pubblicazioni legali.
Così la coscienza era completamente soffocata dalla spontaneità, dalla spontaneità di quei «socialdemocratici» che ripetevano le «idee» del signor V. V., dalla spontaneità degli operai che erano stati sedotti dall'argomento che un copeco su di un rublo valeva molto più di ogni socialismo e di ogni politica, che essi dovevano «lottare sapendo che lottavano non per delle ignote generazioni future, ma per sé e per, i propri figli» (editoriale del n. 1 della Rabociaia Mysl). Le frasi di questo genere sono sempre state l'arma preferita di quei borghesi dell'Europa occidentale i quali, odiando il socialismo, lavoravano essi stessi (come il «sozialpolitiker » tedesco Hirsch) a trapiantare nel loro paese il tradunionismo inglese, ed affermavano agli operai che la lotta esclusivamente sindacale [8*] è precisamente una lotta per sé e per i propri figli, e non per una qualche generazione futura, per un qualche socialismo futuro. E ora «i V. V. della socialdemocrazia russa» si mettono a ripetere queste frasi borghesi. È importante rilevare qui tre punti che ci saranno di grande aiuto nella nostra analisi dei dissensi attuali...[9*]. In primo luogo, il soffocamento della coscienza da parte della spontaneità, da noi indicato, è avvenuto anch'esso in modo spontaneo. Sembra un giuoco di parole, ma è purtroppo l'amara verità. Esso non è avvenuto attraverso la lotta dichiarata fra due concezioni diametralmente opposte e la vittoria dell'una sull'altra, ma perché in numero sempre maggiore i "vecchi" rivoluzionari sono stati "prelevati" dalla polizia e sostituiti gradualmente dai "giovani" "V. V. della socialdemocrazia russa". Tutti coloro che hanno, non dico partecipato al movimento russo contemporaneo, ma ne hanno semplicemente respirato l'aria, sanno perfettamente che le cose stanno così. E se, ciò nonostante, insistiamo perché il lettore si renda ben conto di questo fatto già noto, se, per rendere le cose più evidenti, citiamo dei fatti sulla prima edizione del Raboceie Dielo e sulla discussione fra "giovani" e "vecchi" agli inizi del 1897, è soltanto perché gente che si vanta del suo "spirito democratico" specula sulla ignoranza di questo fatto da parte del gran pubblico (o dei giovanissimi). Del resto, ritorneremo su questo punto.
In secondo luogo, possiamo osservare, fin dalla prima manifestazione letteraria dell'economismo, un fenomeno altamente originale ed estremamente caratteristico per la comprensione di tutti i dissensi fra i socialdemocratici del giorno d'oggi: i partigiani del "movimento puramente operaio", i fautori del legame più stretto e più "organico" (espressione del Raboceie Dielo) con la lotta proletaria, gli avversari di tutti gli intellettuali non operai (anche se socialisti) sono costretti, per difendere le loro posizioni, a ricorrere agli argomenti dei "puri tradunionisti " borghesi. Ciò ci dimostra che, fin dal principio, la Rabociaia Mysl si è - senza rendersene essa stessa conto - accinta ad attuare il programma del "Credo". Il che prova (e il Raboceie Dielo non può riuscire a comprenderlo) che ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità, ogni menomazione della funzione dell'"elemento cosciente", della funzione della socialdemocrazia significa di per sé - non importa lo si voglia o no - un rafforzamento dell'influenza dell'ideologia borghese sugli operai. Tutti coloro che parlano di "sopravvalutazione della ideologia" [10*], di esagerazione della funzione dell'elemento cosciente [11*], ecc., immaginano che il movimento puramente operaio sia di per sé in grado di elaborare - ed elabori in realtà - una ideologia indipendente; che ciò che più conta sia che gli operai "strappino dalle mani dei dirigenti le loro sorti". Ma questo è un profondo errore. Per completare quanto abbiamo detto sopra, riportiamo anche le seguenti parole di K. Kautsky, profondamente giuste e importanti, circa il progetto di un nuovo programma del Partito socialdemocratico austriaco [12*].
«Parecchi dei nostri critici revisionisti immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non soltanto creano le condizioni della produzione socialista, ma generano anche direttamente la coscienza [sottolineato da K. K.] della sua necessità. Ed ecco questi critici obiettare che il paese del più avanzato sviluppo capitalistico, l'Inghilterra, è il più estraneo, fra tutti i paesi moderni, a questa coscienza. In base al progetto si potrebbe credere che anche la commissione la quale ha elaborato il programma austriaco condivida questo punto di vista sedicente marxista ortodosso che viene confutato nel modo suindicato. Il progetto dice: "Quanto più lo sviluppo capitalistico rafforza il proletario, tanto più esso è costretto a lottare contro il capitalismo ed ha la possibilità di farlo. Il proletario giunge ad aver coscienza" della possibilità e della necessità del socialismo. La coscienza socialista sarebbe, per conseguenza, il risultato necessario, diretto della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso. Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest'ultima, dalla lotta contro la miseria e dall'impoverimento delle masse generati dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all'altra e non uno dall'altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l'una né l'altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi [sottolineato da K.K.]; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall'esterno [von aussen hineingetragenes], e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [urwüchsig]. Il vecchio programma di Hainfeld diceva dunque molto giustamente che il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato [letteralmente: di permeare il proletariato] la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe. Il nuovo progetto ha ripreso questa tesi del vecchio programma e l'ha sovrapposta alla tesi sopra citata. Ma ciò ha completamente spezzato il corso del pensiero...».
Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento [13*], la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una "terza" ideologia, e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese. Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all'ideologia borghese, che esso proceda precisamente secondo il programma del "Credo", perché il movimento operaio spontaneo è il tradunionismo, la Nur-Gewerkschaftlerei, e il tradunionismo è l'asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell'allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l'ala della borghesia; il nostro compito consiste nell'attirare il movimento operaio sotto l'ala della socialdemocrazia rivoluzionaria. La frase degli autori della lettera «economica» pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, secondo cui gli sforzi degli ideologi meglio ispirati non potrebbero far deviare il movimento operaio dalla strada tracciata dal giuoco reciproco degli elementi materiali e dell'ambiente materiale, equivale assolutamente ad una rinunzia al socialismo. Se coloro che hanno scritto questa frase fossero capaci di pensare fino in fondo a quanto dicono, con logica e senza paura, come devono fare tutti coloro che scendono sul terreno dell'attività letteraria e sociale, non avrebbero da far altro che «incrociare le inutili braccia sul petto deserto» e... lasciare campo libero agli Struve e ai Prokopovic, che orientano il movimento operaio «secondo la linea del minimo sforzo», cioè secondo la linea del tradunionismo borghese, e agli Zubatov, che lo orientano secondo la linea dell'«ideologia» clerico-poliziesca.
Ricordate l'esempio della Germania. Qual è stato il merito storico di Lassalle nel movimento operaio tedesco? Di avere allontanato il movimento dal tradunionismo progressista e dal cooperativismo verso i quali si dirigeva spontaneamente (con la benevola collaborazione degli Schulze-Delitsch e consorti). Per riuscirvi, è stato necessario ben altro che qualche frase sulla sottovalutazione dell'elemento spontaneo, sulla tattica-processo, sul giuoco reciproco degli elementi e dell'ambiente, ecc. È occorsa una lotta accanita contro la spontaneità, e soltanto dopo lunghi, lunghissimi anni di questa lotta si è giunti a fare, della popolazione operaia di Berlino, per esempio, che era un baluardo del partito progressista, una delle migliori fortezze della socialdemocrazia. E questa lotta non è terminata nemmeno ora (come potrebbero credere coloro che studiano la storia del movimento tedesco su Prokopovic e la sua filosofia su Struve). Ancora oggi la classe operaia tedesca è divisa, se cosi si può dire, fra parecchie ideologie: una parte è raggruppata nei sindacati cattolici e monarchici; un'altra nei sindacati Hirsch-Duncker [6], fondati dai partigiani borghesi del tradunionismo inglese; una terza parte nei sindacati socialdemocratici. Quest'ultima parte è incomparabilmente più numerosa di tutte le altre, ma l'ideologia socialdemocratica non ha potuto ottenere e non potrà conservare questa supremazia se non attraverso una lotta instancabile contro tutte le altre ideologie.
Ma perché - domanderà il lettore - il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio dell'ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l'ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione [14*]. E quanto più giovane è il movimento socialista di un determinato paese, tanto più energica deve essere la lotta contro tutti i tentativi di consolidare la ideologia non socialista, tanto più risolutamente bisogna premunire gli operai contro i cattivi consiglieri che gridano alla "sopravvalutazione dell'elemento cosciente", ecc. All'unisono col Raboceie Dielo, gli autori della lettera economica tuonano contro l'intolleranza propria del periodo infantile del movimento. Rispondiamo: si, il nostro movimento è ancora nell'infanzia, e per raggiungere presto la virilità deve corazzarsi d'intolleranza contro coloro i quali, sottomettendosi alla spontaneità, ne ritardano lo sviluppo. Nulla di più ridicolo e di più nocivo che darsi l'aria di vecchi che già abbiano vissuto tutti i momenti decisivi della lotta!
In terzo luogo, il primo numero della Rabociaia Mysl ci dimostra che la denominazione di "economismo" (alla quale non abbiamo nessuna intenzione di rinunziare poiché, in un modo o nell'altro, essa ha ormai ottenuto diritto di cittadinanza) traduce solo approssimativamente la sostanza della nuova tendenza. La Rabociaia Mysl non nega completamente la lotta politica: lo statuto della cassa, che essa pubblica nel suo primo numero, parla di lotta contro il governo. Essa pensa soltanto che "la politica segue sempre docilmente l'economia". (Quanto al Raboceie Dielo, esso espone una variante a questa tesi, affermando nel suo programma che "in Russia più che in qualsiasi altro paese la lotta economica è inseparabile dalla lotta politica".) Queste tesi della Rabociaia Mysl e del Raboceie Dielo sono assolutamente sbagliate se per politica s'intende la politica socialdemocratica. La lotta economica degli operai è spessissimo, come abbiamo visto, legata (ma non indissolubilmente) alla politica borghese, clericale, ecc. Le tesi del Raboceie Dielo sono giuste se per politica si intende la politica tradunionista, vale a dire l'aspirazione di tutti gli operai a ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ai mali che comporta la loro condizione, ma non ancora a sopprimere questa condizione, cioè a distruggere la sottomissione del lavoro al capitale. Questa aspirazione, infatti, è comune ai tradunionisti inglesi, che sono ostili al socialismo, agli operai cattolici, agli "operai di Zubatov" e ad altre tendenze. Vi è politica e politica. Vediamo dunque che la Rabociaia Mysl è, di fronte alla politica, non tanto in una posizione di negazione quanto in una posizione di sottomissione alla sua spontaneità e alla sua incoscienza. Riconoscendo pienamente la lotta politica che sorge spontaneamente dallo stesso movimento operaio (o, meglio, le rivendicazioni e le aspirazioni politiche degli operai), la Rabociaia Mysl rifiuta assolutamente di elaborare essa stessa una politica socialdemocratica specifica, che risponda ai compiti generali del socialismo e alla attuale situazione russa. Dimostreremo più avanti che il Raboceie Dielo commette lo stesso errore.
c) il "gruppo di autoemancipazione" [7] ed il Raboceie Dielo
Abbiamo analizzato così minutamente l'editoriale poco noto, ed oggi quasi dimenticato, del primo numero della Rabociaia Mysl, perché questo articolo ha espresso per primo e con maggior rilievo la corrente fondamentale che è poi venuta alla luce del sole ramificata in innumerevoli ruscelletti, V. I. aveva completamente ragione quando, nel lodare questo primo numero e questo editoriale, ne costatava «la foga e il brio» (Listok Rabotnika, n. 9-10, p. 49). Chiunque è convinto della propria opinione e crede di portare qualche cosa di nuovo, scrive con « foga» e in modo da dare rilievo ai propri punti di vista. Soltanto chi vuol star seduto fra due sedie manca di «foga» e può oggi rimproverare ai suoi avversari la «vivacità della polemica» contro la Rabociaia Mysl, dopo aver lodato ieri la vivacità di quest'ultima.
Senza soffermarci sul Supplemento speciale alla Rabociaia Mysl (in seguito, su diverse questioni, dovremo frequentemente riferirci a questa pubblicazione nella quale sono esposte nel modo più conseguente le idee degli economisti), ci limiteremo a segnalare brevemente l'Appello del gruppo di autoemancipazione degli operai (marzo 1899, riprodotto nel Nakanunie di Londra, n. 7, giugno 1899). Molto giustamente gli autori di questo appello dicono che «la Russia operaia si risveglia appena, guarda intorno a sé per la prima volta, e afferra istintivamente i primi mezzi di lotta che le cadono sottomano », ma ne traggono la stessa conclusione sbagliata della Rabociaia Mysl, dimenticando che l'istintivo è precisamente l'incosciente (lo spontaneo), al quale i socialisti devono venire in aiuto, e che i primi mezzi di lotta «che cadono sottomano» saranno sempre, nella società contemporanea, i mezzi tradunionisti, e la prima ideologia che «cade sottomano» sarà sempre l'ideologia borghese (tradunionista). Allo stesso modo gli autori dell'Appello non «negano» affatto la politica; dicono soltanto (soltanto!), seguendo il signor V. V., che la politica è una sovrastruttura e che, per conseguenza, « l'agitazione politica deve essere la sovrastruttura dell'agitazione in favore della lotta economica, deve sorgere sul terreno di questa lotta e seguirla».
Da parte sua, il Raboceie Dielo ha cominciato col prendere la «difesa» degli economisti. Dopo aver dichiarato falsamente nel suo primo numero (n. 1, pp. 141-142) di «ignorare di quali giovani compagni parlasse Axelrod» nel celebre opuscolo [15*] in cui metteva in guardia gli economisti, ha dovuto riconoscere, nel corso della polemica avuta a causa di questa menzogna con Axelrod e Plekhanov, che, «mostrando di non aver capito, voleva difendere tutti i giovani socialdemocratici che si trovano all'estero da questa accusa ingiusta» (l'accusa di limitatezza intellettuale lanciata da Axelrod contro gli economisti). Questa accusa era in realtà perfettamente giusta, e il Raboceie Dielo sapeva benissimo che essa era diretta fra gli altri anche contro V. I., della sua redazione. Farò notare, in proposito, che, nella polemica in questione, Axelrod aveva completamente ragione e il Raboceie Dielo completamente torto nella interpretazione del mio opuscolo I compiti dei socialdemocratici russi. Questo opuscolo fu scritto nel 1897, prima della pubblicazione della Rabociaia Mysl, quando, a buon diritto, consideravo come dominante la tendenza iniziale dell'«Unione di lotta» di Pietroburgo, di cui ho parlato sopra. La tendenza dell'«Unione» fu infatti preponderante almeno fin verso la metà del 1898. Il Raboceie Dielo non aveva dunque nessun diritto di smentire l'esistenza e il pericolo dell'economismo, richiamandosi a un opuscolo nel quale si esponevano opinioni che a Pietroburgo nel 1897-1898 furono soppiantate da opinioni economiste [16*].
Ma il Raboceie Dielo non ha soltanto «difeso» gli economisti; è esso stesso costantemente incorso nei loro principali errori. L'origine di questi errori risiede nel contenuto equivoco della seguente tesi del suo programma: «Il fenomeno più importante della vita russa, quello che determinerà in principal modo i compiti [il corsivo è nostro] e il carattere dell'attività pubblicistica dell'Unione, è, a nostro avviso, il movimento operaio di massa [il corsivo è del Raboceie Dielo] sorto in questi ultimi anni». Non si può mettere in dubbio che il movimento di massa è un fenomeno molto importante; ma tutta la questione sta nel modo di intendere come questo movimento «determinerà i compiti». La cosa si può intendere in due modi: o nel senso che si debba sottomettere il movimento alla spontaneità, cioè ridurre la socialdemocrazia ad essere semplicemente l'ancella del movimento operaio come tale (così intendono la Rabociaia Mysl, il «Gruppo di autoemancipazione» e gli altri economisti); oppure nel senso che il movimento di massa ci pone nuovi compiti teorici, politici e organizzativi, molto più complessi di quelli di cui potevamo accontentarci prima dell'apparizione del movimento di massa. Il Raboceie Dielo si è sempre avvicinato e si avvicina tuttora alla prima interpretazione, perché non ha mai parlato con precisione di nuovi compiti e ha sempre argomentato come se il «movimento di massa» ci sbarazzasse della necessità di vedere chiaramente e di assolvere i compiti che esso pone. Basterà rammentare che il Raboceie Dielo ha ritenuto impossibile assegnare al movimento operaio di massa come primo compito il rovesciamento dell'autocrazia e (in nome del movimento di massa) ha degradato questo compito a quello della lotta per le rivendicazioni politiche immediate (Risposta, p. 25).
Senza occuparci dell'articolo pubblicato dal direttore del Raboceie Dielo, B. Kricevski, nel n. 7 della rivista (La lotta economica e politica del movimento russo), nel quale si ritrovano gli stessi errori [17*], passeremo direttamente al n. 10 del Raboceie Dielo. Non esamineremo una per una tutte le obiezioni che B. Kricevski e Martynov oppongono alla Zarià e all'Iskra. Qui ci interessa soltanto la posizione di principio assunta dal Raboceie Dielo nel n. 10. Per esempio non esamineremo il fatto strano che il Raboceie Dielo veda una «contraddizione fondamentale» fra l'affermazione:
La socialdemocrazia non si lega le mani, non restringe la propria attività in base ad un qualche piano o metodo di lotta politica prefissato: essa ammette tutti i mezzi di lotta, purché corrispondano alle forze reali del partito... (Iskra, n. 1 )[8].
e l'affermazione:
...e se non esiste una salda organizzazione, preparata alla lotta politica in ogni momento e in tutte le situazioni, non si può parlare di quel piano sistematico d'azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato, che è l'unico che meriti il nome di tattica (Iskra, n, 4).
Confondere il riconoscimento in via di principio di tutti i mezzi, piani e metodi di lotta, purché adeguati allo scopo, con la necessità di essere guidati, in un dato momento politico, da un piano rigorosamente applicato — se si vuole parlare di una tattica — è come confondere il riconoscimento da parte della medicina di tutti i sistemi terapeutici con la necessità di attenersi a un sistema determinato per la cura di una determinata malattia. Ma il fatto è che proprio il Raboceie Dielo, poiché soffre della malattia da noi chiamata sottomissione alla spontaneità, non vuol ammettere nessun «sistema di cura» di questa malattia. Perciò ha fatto la notevole scoperta che «la tattica-piano contraddice allo spirito fondamentale del marxismo» (n. 10, p. 18); che la tattica è «il processo di sviluppo dei compiti del partito che si sviluppano insieme con il partito stesso» (p. 11; il corsivo è del Raboceie Dielo). Quest'ultima frase ha tutte le probabilità di diventare una sentenza famosa, un monumento indistruttibile della «tendenza» del Raboceie Dielo. Alla domanda: «dove andare?» quest'organo dirigente risponde: il movimento è il processo di variazione della distanza fra il punto iniziale e i successivi punti del movimento. Un'osservazione di tale incomparabile profondità non costituisce soltanto una curiosità (non varrebbe allora la pena di occuparsene), ma è il programma di tutta una tendenza: quel programma che la Rabociaia Mysl (nel Supplemento speciale) ha così enunciato: è desiderabile la lotta che è possibile; e possibile è la lotta che si svolge in questo momento. Questa è appunto la tendenza del più illimitato opportunismo, che si adatta passivamente alla spontaneità.
«La tattica-piano contraddice allo spirito fondamentale del marxismo»! Questa è una calunnia, una caricatura del marxismo, analoga a quella che ci era presentata dai populisti in guerra contro di noi. È appunto una svalutazione dell'iniziativa e dell'energia dei militanti coscienti, mentre, al contrario, il marxismo stimola in modo formidabile l'energia e l'iniziativa del socialdemocratico, aprendogli le più larghe prospettive, mettendo a sua disposizione (se così si può dire) le forze formidabili di milioni e milioni di operai che scendono « spontaneamente» in lotta! La storia della socialdemocrazia internazionale pullula di piani proposti da questo o da quel capo politico, piani che ora attestano la chiaroveggenza e la giustezza delle opinioni politiche e organizzative, ora svelano la cecità e gli errori politici dei loro autori. Quando la Germania attraversò una delle più grandi crisi della storia — formazione dell'Impero, apertura del Reichstag, concessione del suffragio universale — Liebknecht aveva un piano di politica e di azione socialdemocratica e Schweitzer ne aveva un altro. Quando i socialisti tedeschi furono colpiti dalle leggi eccezionali, Most e Hasselmann avevano un piano, l'appello puro e semplice alla violenza e al terrore; Höchberg, Schramm e (in parte) Bernstein ne avevano un altro: si dettero a predicare ai socialdemocratici che, poiché avevano provocato con la violenza inconsiderata e con il loro spirito rivoluzionario la legge che li colpiva, dovevano ora ottenere il perdono con una condotta esemplare; esisteva infine un terzo piano: quello degli uomini che preparavano e attuavano la pubblicazione di un giornale illegale. Quando si considerano gli avvenimenti dopo parecchi anni, quando la lotta per la scelta della strada da seguire è terminata e la storia si è definitivamente pronunziata sul valore della strada prescelta, non è difficile naturalmente dare prova di profondità di pensiero e dichiarare sentenziosamente che lo sviluppo dei compiti del partito procede insieme con lo sviluppo del partito stesso. Ma nelle ore di confusione [18*], quando i «critici» e gli economisti russi abbassano la socialdemocrazia al livello del tradunionismo, e i terroristi predicano con ardore l'adozione di un «piano tattico» il quale non fa che ripetere i vecchi errori, in un momento simile attenersi a simili sentenze significa rilasciare a se stessi « un certificato di povertà». Nel momento in cui numerosi socialdemocratici russi soffrono appunto di mancanza di iniziativa e di energia, di mancanza di «larghezza nella propaganda, nell'agitazione e nell'organizzazione politica» [9], di mancanza di «piani» per una più ampia impostazione del lavoro rivoluzionario, dire che «la tattica-piano contraddice allo spirito fondamentale del marxismo» significa non soltanto degradare teoricamente il marxismo, ma anche, praticamente, tirare indietro il partito.
Il socialdemocratico rivoluzionario — ci insegna più avanti il Raboceie Dielo — ha come compito di accelerare lo sviluppo oggettivo col proprio lavoro cosciente, e non di sopprimerlo o di sostituirlo con piani soggettivi. L'Iskra sa tutto questo teoricamente. Ma in pratica, a causa del suo dottrinarismo nelle questioni tattiche, è trascinata dall'immensa importanza che il marxismo attribuisce giustamente al lavoro rivoluzionario cosciente a sottovalutare l'importanza dell'elemento oggettivo e spontaneo dello sviluppo (p. 18).
Eccoci daccapo in una straordinaria confusione teorica, degna del signor V. V. e consorti. Ma domandiamo al nostro filosofo: in che può consistere la «sottovalutazione» dell'oggettivo nell'autore di piani soggettivi? Senza dubbio nel dimenticare che lo sviluppo oggettivo crea o consolida, rovina o indebolisce queste o quelle classi, strati sociali, gruppi, nazioni, gruppi di nazioni, ecc. ecc, determinando per ciò stesso questo o quel raggruppamento politico internazionale di forze, questa o quella posizione dei partiti rivoluzionari, ecc. Ma, in tal caso, il suo errore consisterà nell'avere sottovalutato non già l'elemento spontaneo ma, al contrario, l'elemento cosciente, poiché gli sarà mancata la «coscienza» necessaria all'esatta comprensione dello sviluppo oggettivo. Il solo fatto di parlare della «valutazione dell'importanza relativa » (il corsivo è del Raboceie Dielo) della spontaneità e della coscienza rivela perciò una completa mancanza di «coscienza». Se certi « elementi spontanei dello sviluppo» sono accessibili in generale alla coscienza umana, l'errata valutazione di essi equivarrà a una « sottovalutazione dell'elemento cosciente». E se sono inaccessibili, noi non li conosciamo e non ne possiamo parlare. Di che cosa parla Kricevski? Se trova sbagliati i «piani soggettivi» dell'Iskra (come infatti dichiara), dovrebbe dimostrare di quali fatti oggettivi questi piani non tengono conto ed accusare perciò l’Iskra di mancanza di coscienza, di « sottovalutazione dell'elemento cosciente», per parlare il suo linguaggio. Ma se, scontento dei piani soggettivi, non ha altri argomenti che il ricorso alla «sottovalutazione dell'elemento spontaneo» (!!), egli in questo modo prova soltanto: primo, che, teoricamente, egli comprende il marxismo alla maniera di Kareiev e di Mikhailovski, così giustamente presi in giro da Beltov; secondo, che, praticamente, è del tutto soddisfatto di quegli «elementi spontanei di sviluppo» che hanno portato i nostri marxisti legali al bernsteinismo e i nostri socialdemocratici all'economismo, e che egli è furioso contro coloro che si sono decisi ad allontanare a ogni costo la socialdemocrazia russa dalla strada dello sviluppo « spontaneo».
E più avanti seguono cose spassosissime. «Allo stesso modo che gli uomini, nonostante tutti i successi delle scienze naturali, si moltiplicheranno alla maniera dei loro nonni, così l'apparizione alla luce di un nuovo ordine sociale, nonostante tutti i successi delle scienze sociali e l'aumento di combattenti coscienti, anche nell'avvenire sarà prevalentemente il risultato di scoppi spontanei.» Allo stesso modo che la saggezza dei nonni dice: chi non ha abbastanza intelligenza da avere dei bambini? così la saggezza dei «modernissimi socialisti» (alla Narciso Tuporylov [10] dice: ognuno avrà abbastanza intelligenza per partecipare alla spontanea apparizione alla luce di un nuovo ordine sociale. Anche noi pensiamo che ognuno ne avrà abbastanza. Per una simile partecipazione basta cedere all'economismo, quando regna l'economismo, e al terrorismo, quando scoppia il terrorismo. Così il Raboceie Dielo nella primavera di quest'anno, quando era così importante mettere in guardia contro il pericolo di lasciarsi attirare dal terrorismo, rimaneva perplesso di fronte al problema per lui «nuovo». Ed ora, sei mesi dopo, allorché il problema ha cessato di essere così attuale, ci offre nello stesso tempo sia la dichiarazione: «Noi pensiamo che il compito della socialdemocrazia non può e non deve essere l'opposizione alla ripresa delle tendenze terroristiche» (Raboceie Dielo, n. 10, p. 23), che la risoluzione del congresso: «Il congresso considera intempestivo il terrorismo offensivo sistematico» (Due congressi, p. 18). Come tutto ciò è meravigliosamente chiaro e coerente! Non ci opponiamo, ma lo dichiariamo intempestivo; e lo dichiariamo in modo tale da non includere il terrorismo non sistematico e difensivo nella «risoluzione». Bisogna riconoscere che una simile risoluzione non è affatto pericolosa e pienamente garantita dagli errori, così come è garantito dagli errori un uomo che abbia parlato per non dire nulla! E per compilare una simile risoluzione occorre soltanto una cosa: sapersi tenere alla coda del movimento. Quando l’Iskra ha preso in giro il Raboceie Dielo per aver esso dichiarato che il problema del terrorismo era nuovo [11] il Raboceie Dielo, stizzito, ha accusato l’Iskra di avere «la pretesa veramente incredibile di imporre all'organizzazione del partito la soluzione di problemi tattici data oltre quindici anni fa da un gruppo di scrittori emigrati» (p. 24). E infatti, quale pretesa e quale sopravvalutazione dell'elemento cosciente: risolvere dapprima i problemi teoricamente, per poi convincere della giustezza di questa soluzione l'organizzazione, il partito e le masse [19*]! Altra cosa è rimasticare le cose vecchie, non «imponendo» nulla a nessuno, sottomettersi ad ogni «svolta», tanto dalla parte dell'economismo, quanto dalla parte del terrorismo. Il Raboceie Dielo giunge persino a generalizzare questo grande comandamento della saggezza, accusando l’Iskra e la Zarià «di opporre al movimento il loro programma come uno spirito aleggiante sull'informe caos» (p. 29). In che consiste la funzione della socialdemocrazia se non nell'essere lo «spirito» che non soltanto aleggia sul movimento spontaneo, ma eleva quest'ultimo fino al «suo programma »? In ogni caso, la funzione della socialdemocrazia non è di trascinarsi alla coda del movimento: cosa che nel migliore dei casi è inutile, e, nel peggiore, estremamente nociva per il movimento stesso. Il Raboceie Dielo, da parte sua, non si limita a seguire questa «tattica-processo», ma la erige a principio, sicché la sua tendenza deve essere definita non tanto opportunismo quanto (dalla parola: coda) codismo. Certo si è che della gente fermamente decisa a stare sempre dietro al movimento come una coda è assolutamente e per sempre garantita contro la «sottovalutazione dell'elemento spontaneo dello sviluppo».
Abbiamo dunque costatato che l'errore fondamentale della "nuova tendenza" della socialdemocrazia russa è di sottomettersi alla spontaneità, di non comprendere che la spontaneità delle masse esige da noi, socialdemocratici, un alto grado di coscienza. Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell'attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia.
La spinta spontanea delle masse in Russia si è prodotta (e si produce ancora) con tale rapidità che la gioventù socialdemocratica ha mostrato di non essere preparata all'adempimento di questi compiti giganteschi. Questa impreparazione è la disgrazia di noi tutti, la disgrazia di tutti i socialdemocratici russi. La spinta delle masse è cresciuta e si è estesa continuamente e di giorno in giorno; senza cessare dov'era incominciata, si è estesa a nuove località e a nuovi strati della popolazione (sotto l'influenza del movimento operaio si è ravvivato il fermento fra la gioventù studentesca, fra gli intellettuali in genere e persino fra i contadini). I rivoluzionari sono rimasti indietro al progresso del movimento, e nelle loro "teorie" e nella loro attività non sono riusciti a creare una organizzazione che non abbia soluzioni di continuità, un'organizzazione permanente capace di dirigere l'insieme del movimento.
Abbiamo costatato nel primo capitolo che il Raboceie Dielo svilisce i nostri compiti teorici e ripete "spontaneamente" la parola d'ordine di moda: "libertà di critica", senza avere sufficiente "coscienza" per comprendere che le posizioni dei "critici" opportunisti e quelle dei rivoluzionari in Germania e in Russia sono diametralmente opposte.
Nei capitoli successivi esamineremo come questa sottomissione alla spontaneità si è manifestata nel campo dei compiti politici e nel lavoro organizzativo della socialdemocrazia.
3. Politica tradunionista e politica socialdemocratica

Cominceremo ancora una volta lodando il Raboceie Dielo. Letteratura accusatrice e lotta proletaria, così Martynov ha intitolato il suo articolo nel Raboceie Dielo (n. 10) sulle divergenze con l’Iskra. «Non possiamo limitarci unicamente a una semplice denuncia del regime che intralcia il suo sviluppo [del partito operaio]. Dobbiamo anche farci portavoce degli interessi quotidiani e urgenti del proletariato» (p. 63). Così Martynov formula la sostanza dei dissensi: «...l’Iskra... è effettivamente l'organo dell'opposizione rivoluzionaria, che denuncia il nostro regime e principalmente il nostro regime politico... Noi, invece lavoriamo e lavoreremo per la causa operaia, in stretto legame organico con la lotta proletaria» (ivi). Non si può che essere riconoscenti a Martynov di questa formulazione. Essa acquista un interesse generale evidente, dato che, in sostanza, abbraccia non soltanto i nostri dissensi col Raboceie Dielo, ma tutte le divergenze che esistono fra noi e gli «economisti» a proposito del problema della lotta politica. Abbiamo già dimostrato che gli "economisti" non negano la "politica" in modo assoluto, ma deviano continuamente dalla concezione socialdemocratica verso la concezione tradunionista della politica. Allo stesso modo devia Martynov, e perciò siamo d'accordo di prenderlo come modello degli errori economisti in tale questione. Ci studieremo di dimostrare che né gli autori del Supplemento speciale alla Rabociaia Mysl, né gli autori del proclama del «Gruppo di autoemancipazione», né infine gli autori della lettera economica dell'Iskra (n. 12) sono in diritto di rimproverarci tale scelta.
a) L'agitazione politica e la sua limitazione da parte degli economisti
A tutti è noto che la grande estensione e il rafforzamento della lotta economica [*1] degli operai russi hanno proceduto di pari passo con lo sbocciare di una "letteratura" di denunce economiche (di fabbrica e di mestiere). I "fogli" denunciavano principalmente il regime delle officine, e ben presto si manifestò fra gli operai una vera e propria passione per queste denunce. Non appena gli operai costatarono che i circoli socialdemocratici volevano e potevano offrir loro dei fogli di nuovo genere, che dicevano tutta la verità sulla loro vita miserabile, il loro lavoro estenuante e il loro asservimento, cominciarono, si può dire, a inondarci di corrispondenze di fabbrica e di officina. Questa "letteratura accusatrice" produceva un'impressione enorme non soltanto nella fabbrica della quale quel determinato foglio fustigava il regime, ma in tutte le fabbriche dove si era sentito parlare dei fatti denunciati. E, poiché i bisogni e le sofferenze degli operai delle diverse aziende e mestieri hanno molti punti comuni, la "verità sulla vita operaia" impressionava tutti. Una vera passione di "farsi stampare" s'impadronì anche degli operai più arretrati, nobile passione per questa forma embrionale di guerra contro tutto l'attuale regime sociale, costruito sulla spoliazione e sull'oppressione. E i "fogli" erano effettivamente, il più delle volte, una dichiarazione di guerra, perché le loro rivelazioni provocavano un fermento terribile fra gli operai, li incitavano a esigere la eliminazione delle ingiustizie più stridenti e suscitavano in loro la volontà di sostenere le proprie rivendicazioni con degli scioperi. Gli stessi industriali, in fin dei conti, furono costretti a vedere in questi fogli una dichiarazione di guerra, tanto che frequentemente non vollero neppure attendere la guerra vera e propria. Per il solo fatto di essere pubblicate, queste denunce, come sempre, furono efficaci, ebbero il valore di una forte pressione morale. Più di una volta accadde che la pubblicazione di un solo foglio fu sufficiente per ottenere che fossero soddisfatte tutte le rivendicazioni o una parte di esse. In una parola, le denunce economiche (sulle fabbriche) erano, e continuano a essere, uno strumento notevole di lotta economica: e così sarà finché esisterà il capitalismo, il quale incita necessariamente gli operai a difendersi da sé. Nei paesi europei più avanzati si può osservare ancora adesso che la denuncia di intollerabili condizioni di lavoro in qualche "mestiere" poco noto, o in qualche branca di lavoro a domicilio a cui nessuno pensa, diventa il punto di partenza di un risveglio della coscienza di classe, l'inizio di una lotta professionale e della diffusione del socialismo [*2].
In questi ultimi tempi la schiacciante maggioranza dei socialdemocratici russi è stata quasi interamente assorbita da questo lavoro di denuncia delle condizioni nelle fabbriche. Basta pensare alla Rabociaia Mysl per vedere fin dove si è arrivati: si è dimenticato che questa attività di per sé, sostanzialmente, non è ancora socialdemocratica, ma soltanto tradunionista. Le denunce si riferiscono in sostanza unicamente ai rapporti tra gli operai di una data categoria e i loro padroni e non hanno altro risultato che d'insegnare ai venditori di forza-lavoro come vendere più vantaggiosamente questa "merce" e come lottare contro l'acquirente sul terreno puramente commerciale. Queste denunce possono servire come punto di partenza e parte integrante dell'attività socialdemocratica (a condizione di essere convenientemente utilizzate dall'organizzazione dei rivoluzionari), ma possono anche (e, se ci si sottomette alla spontaneità, devono) sboccare in una lotta "puramente tradunionista" e in un movimento operaio non socialdemocratico. La socialdemocrazia dirige la lotta della classe operaia non soltanto per ottenere condizioni vantaggiose nella vendita della forza-lavoro, ma anche per abbattere il regime sociale che costringe i nullatenenti a vendersi ai ricchi. La socialdemocrazia rappresenta la classe operaia non nei suoi rapporti con un determinato gruppo d'imprenditori, ma nei suoi rapporti con tutte le classi della società contemporanea, con lo Stato, come forza politica organizzata. È dunque evidente che i socialdemocratici non soltanto non possono limitarsi alla lotta economica, ma non possono nemmeno ammettere che l'organizzazione di denunce economiche sia la parte prevalente della loro attività. Dobbiamo occuparci attivamente dell'educazione politica della classe operaia, dello sviluppo della sua coscienza politica. Su questo punto, ora, dopo la prima offensiva della Zarià e dell'Iskra contro l'economicismo, «tutti sono d'accordo» (sia pure, talvolta, soltanto a parole, come vedremo in seguito).
Mi ci si chiede: in che cosa deve consistere l'educazione politica? Ci si può limitare a diffondere l'idea che la classe operaia è ostile all'autocrazia? Certamente no. Non basta spiegare agli operai la loro oppressione politica (allo stesso modo che non basta spiegare il contrasto dei loro interessi con quelli dei padroni). Bisogna fare dell'agitazione a proposito di ogni manifestazione concreta di questa oppressione (come abbiamo fatto per le manifestazioni concrete dell'oppressione economica). E poiché questa oppressione si esercita sulle più diverse classi della società, poiché si manifesta nei più diversi campi della vita e dell'attività professionale, civile, privata, familiare, religiosa, scientifica, ecc., non è forse evidente che non adempiremmo il nostra compito di sviluppare la coscienza politica degli operai se non ci incaricassimo di organizzare la denuncia politica dell'autocrazia sotto tutti i suoi aspetti? Ma per fare dell'agitazione sulle manifestazioni concrete dell'oppressione, non è forse necessario denunziare queste manifestazioni (allo stesso modo che per condurre l'agitazione economica bisogna denunziare gli abusi commessi nelle fabbriche)?
Sembra che la cosa sia chiara; ma in realtà risulta che la necessità di sviluppare in tutti i sensi la coscienza politica è riconosciuta "da tutti" soltanto a parole. Così il Raboceie Dielo, per esempio, lungi dall'organizzare delle campagne di denunce politiche che riguardino tutti i campi della società (o di fare i primi passi in tal senso) si è messo a tirar indietro l'Iskra che si era posta su questa via. Ascoltate: "La lotta politica della classe operaia è soltanto" (proprio no: non è soltanto) "la forma più sviluppata, ampia e attiva della lotta economica" (programma del Raboceie Dielo, n. 1, p. 3). "La socialdemocrazia ha ora il compito di dare per quanto possibile alla lotta economica stessa un carattere politico" (Martynov, nel n. 10, p. 42). E nella risoluzione e negli "emendamenti" del congresso dell'Unione: "La lotta economica è il mezzo più largamente applicabile per trascinare le masse alla lotta politica attiva" (Due congressi, pp. 11 e 17). Queste affermazioni, come il lettore vede, riempiono di sé il Raboceie Dielo - dalla nascita alle ultime "istruzioni della redazione" - ed esprimono tutte un unico punto di vista sull'agitazione e sulla lotta politica. Considerate poi queste idee ponendovi dal punto di vista, predominante fra gli economisti, che l'agitazione politica deve seguire l'agitazione economica. È vero o non è vero che la lotta economica è, in generale [*3], "il mezzo più largamente applicabile" per trascinare le masse nella lotta politica? È completamente falso. Tutte le manifestazioni dell'oppressione poliziesca e dell'arbitrio assolutista, quali che siano (e non solo quelle legate alla lotta economica), sono mezzi non "meno largamente applicabili". Perché gli zemskie nacialniki e le punizioni corporali inflitte ai contadini, la corruzione dei funzionari ed il modo come la polizia tratta il "basso popolo" delle città, la lotta contro gli affamati e la repressione delle aspirazioni del popolo alla cultura e alla scienza, l'estorsione di tributi di ogni sorta, le persecuzioni contro le sette, la dura disciplina dei soldati, i metodi soldateschi con gli intellettuali liberali, perché tutte queste e mille altre manifestazioni dell'oppressione, non direttamente legate alla lotta "economica", sarebbero in generale mezzi e motivi meno "largamente applicabili" per l'agitazione politica, per trascinare le masse nella lotta politica? Anzi: nella somma dei casi quotidiani in cui l'operaio deve soffrire (per sé e per i suoi congiunti) della sua mancanza di diritti, dell'arbitrio e della violenza, i casi di oppressione poliziesca nella lotta sindacale non sono che una piccola minoranza. Perché dunque ridurre preventivamente l'ampiezza dell'agitazione politica proclamando "più largamente applicabile" uno solo dei mezzi, accanto ai quali il socialdemocratico ne trova altri, non meno "largamente applicabili"?
In tempi molto molto remoti (un anno fa! ...) il Raboceie Dielo scriveva: «Le rivendicazioni politiche immediate diventano accessibili alle masse dopo uno, o in caso estremo, alcuni scioperi», «dopo che il governo ha messo in azione la polizia e i gendarmi» (n. 7, p. 15, agosto 1900). Questa teoria opportunista degli stadi è oggi stata respinta dall'«Unione», che ci fa una concessione dichiarando: «Non v'è nessuna necessità di fare, all'inizio, agitazione politica soltanto sul terreno economico» (Due congressi, p.11). Lo storico futuro della socialdemocrazia russa vedrà da questa sola rinuncia dell'«Unione» a una parte dei suoi vecchi errori meglio che da qualsiasi lunga argomentazione, fino a quale svilimento del socialismo siano giunti i nostri economicisti! Ma quale ingenuità dimostra l'«Unione» nel credere che, grazie a questa rinuncia a una forma di ristrettezza della politica, possa indurci ad accettare un'altra forma di ristrettezza! Non sarebbe stato più logico dire anche qui che si deve condurre la lotta economica nel modo più vasto possibile, che si deve sempre utilizzarla per l'agitazione politica, ma che «non v'è nessuna necessità» di considerare la lotta economica come il mezzo più largamente applicabile per attirare le masse alla lotta politica attiva?
L'«Unione» insiste sul fatto che essa ha sostituito con l'espressione «il mezzo più largamente applicabile» l'altra, «il miglior mezzo», contenuta nella corrispondente risoluzione del IV Congresso dell'«Unione operaia ebraica» (Bund). In verità, saremmo imbarazzati a dire quale delle due risoluzioni sia migliore: secondo noi esse sono una peggiore dell'altra. L'«Unione» e il Bund deviano entrambi (in parte forse anche non consapevolmente, sotto l'influenza della tradizione) verso 1'interpretazione economicista, rivendicativa della politica. Che la loro deviazione si traduca nell'espressione «il migliore» o in quella «il più largamente applicabile», la cosa sostanzialmente non cambia. Se 1'«Unione» avesse detto che l'«agitazione politica sul terreno economico» è il mezzo più largamente applicato (applicato, non «applicabile»), essa avrebbe avuto ragione relativamente a un certo periodo di sviluppo del nostro movimento socialdemocratico. Avrebbe avuto ragione per ciò che si riferisce agli economicismi e a molti militanti (se non alla maggior parte di essi) degli anni 1898-1901, i quali, infatti, conducevano l'agitazione politica (nella misura in cui, in generale, la conducevano) quasi esclusivamente sul terreno economico. Come abbiamo visto, la Rabociaia Mysl e il «Gruppo di autoemancipazione» ammettono e raccomandano anche un'agitazione politica di questo genere. Il Raboceie Dielo avrebbe dovuto condannare risolutamente il fatto che l'agitazione economica, di per sé utile, era accompagnata da una nociva restrizione della lotta politica; invece proclama che il mezzo più applicato (dagli economicisti) è il più applicabile (!). Nulla di straordinario se, quando noi chiamiamo questa gente economicisti, non resti loro null'altro da fare che accusarci in tutti i modi di essere dei «mistificatori», dei «disorganizzatori», dei «nunzi apostolici» e dei «calunniatori» [*4], che piangere davanti a tutti perché è stata fatta loro un'offesa mortale, che dichiarare quasi giurando: «neppure un'organizzazione socialdemocratica è ora colpevole di economicismo» [*5]. Ah! questi calunniatori, politici maligni! Non l'hanno forse fatto apposta ad inventare l'economicismo per recare, dato il loro odio verso l'umanità, offese mortali alla gente?
Qual è per Martynov il senso concreto, reale, del compito che egli assegna alla socialdemocrazia: "Dare alla stessa lotta economica un carattere politico"? La lotta economica è la lotta collettiva degli operai contro i loro padroni per aver migliori condizioni di vendita della forza-lavoro, per migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza degli operai. Questa lotta è necessariamente una lotta di categoria, perché le condizioni di lavoro sono estremamente diverse nei diversi mestieri e, inoltre, la lotta per il miglioramento di queste condizioni non può non essere condotta per categorie (dai sindacati in Occidente, dalle associazioni di mestiere temporanee e dai manifestini in Russia, ecc.). Dare alla "lotta economica stessa un carattere politico", significa dunque adoprarsi a soddisfare le rivendicazioni economiche, a migliorare le condizioni di lavoro con delle "misure legislative ed amministrative" (come si esprime Martynov a p. 43 del suo articolo). È ciò che precisamente fanno ed hanno sempre fatto tutte le associazioni di mestiere. Leggete l'opera di due scienziati seri (e «seri» anche come opportunisti) come i coniugi Webb e vedrete che già da molto tempo le associazioni operaie inglesi hanno compreso e adempiono il compito di «dare alla lotta economica stessa un carattere politico», già da molto tempo lottano per la libertà di sciopero, per la eliminazione di ogni ostacolo giuridico al movimento cooperativo e rivendicativo, per la promulgazione di leggi sulla protezione della donna e del fanciullo, per il miglioramento delle condizioni di lavoro mediante una legislazione sanitaria e di fabbrica, ecc.
Così, dunque, la frase pomposa: "Dare alla stessa lotta economica un carattere politico" dissimula in realtà, sotto la sua apparenza "spaventosamente" profonda e rivoluzionaria, la tendenza tradizionale ad abbassare la politica socialdemocratica al livello della politica tradunionista! Col pretesto di correggere l'unilateralità dell'Iskra, che mette - capite! - "il rivoluzionamento del dogma al di sopra del rivoluzionamento della vita", ci si presenta come un qualche cosa di nuovo la lotta per le riforme economiche [*6]. In realtà, la frase: "Dare alla stessa lotta economica un carattere politico" non contiene null'altro che la lotta per le riforme economiche. E Martynov stesso sarebbe potuto giungere a questa facile conclusione se avesse meditato sul significato delle proprie parole. "Il nostro partito - egli dice, puntando le sue batterie contro l'Iskra - potrebbe e dovrebbe esigere dal governo misure legislative e amministrative concrete contro lo sfruttamento economico, la disoccupazione, la carestia, ecc." (Raboceie Dielo, n. 10, pp. 42, 43). Rivendicare misure concrete non significa forse rivendicare riforme sociali? E chiediamo ancora una volta ai lettori imparziali: calunniamo noi forse i partigiani del Raboceie Dielo chiamandoli bernsteiniani dissimulati, quando essi presentano come loro dissenso con l'Iskra la tesi della necessità della lotta per le riforme economiche?
La socialdemocrazia rivoluzionaria ha sempre compreso e continua a comprendere nella propria azione la lotta per le riforme, ma approfitta dell'agitazione "economica" non soltanto per presentare al governo rivendicazioni di ogni genere, ma anche (e innanzitutto) per rivendicare la soppressione del regime autocratico. Essa ritiene inoltre suo dovere presentare al governo quest'ultima rivendicazione non soltanto sul terreno della lotta economica, ma su quello di tutte le manifestazioni della vita politica e sociale. Insomma, essa subordina la lotta per le riforme alla lotta rivoluzionaria per la libertà e il socialismo, come la parte è subordinata al tutto. Martynov, invece, riesuma sotto altra forma la teoria degli stadi sforzandosi di prescrivere alla lotta politica di seguire assolutamente, per così dire, la via economica. Presentando, nel momento della spinta rivoluzionaria, la lotta per le riforme come un "compito" a sé, egli spinge indietro il partito e fa il giuoco dell'opportunismo "economista" e liberale.
Proseguiamo. Dissimulando pudicamente la lotta per le riforme sotto la formula pomposa: «Dare alla lotta economica stessa un carattere politico», Martynov presenta come qualcosa di particolare le sole riforme economiche (ed anche le sole riforme di fabbrica). Perché? Non lo sappiamo. Forse per inavvertenza. Ma se egli non si riferisce soltanto alle riforme «di fabbrica», tutta la sua tesi, che noi abbiamo citato più sopra, perde ogni senso. Forse perché egli considera che il governo non può fare e non farà probabilmente delle «concessioni» se non nel campo economico? [*7] Se sì, questo è uno strano errore: le autorità possono fare, e fanno in realtà, delle concessioni anche in materia legislativa, sulle pene corporali, i passaporti interni, le quote per il riscatto, le sette religiose, la censura ecc. Le concessioni (o pseudoconcessioni) «economiche» sono evidentemente le meno gravose e le più vantaggiose per il governo, poiché esso spera di guadagnarsi così la fiducia delle masse operaie. Ma precisamente per questo noi socialdemocratici non dobbiamo in nessun modo far nascere l'idea (o il malinteso) che le riforme economiche ci stiano più a cuore delle altre, che le consideriamo come le più importanti, ecc. «Simili rivendicazioni - dice Martynov parlando delle rivendicazioni legislative e amministrative concrete da lui formulate prima - non sarebbero parole vuote perché, promettendo certi risultati tangibili, potrebbero essere attivamente sostenute dalle masse operaie...» Noi non siamo, oh no!, degli economicisti. Strisciamo soltanto dinanzi alla «tangibilità» dei risultati concreti, né più né meno servilmente dei signori Bernstein, Prokopovic, Struve, R. M. e tutti quanti [1]. Lasciamo soltanto comprendere – con Narciso Tuporylov - che tutto ciò che non «promette dei risultati tangibili» non è che «parola vuota». Ci esprimiamo soltanto come se le masse operaie fossero incapaci di sostenere attivamente ogni protesta contro l'autocrazia, anche una protesta che non possa assolutamente promettere alcun risultato tangibile (e come se non avessero provato di esserne capaci a dispetto di coloro che rigettano sulle masse le colpe del proprio filisteismo).
Prendete anche solo gli esempi citati da Martynov sui «provvedimenti» contro la disoccupazione e la carestia. Mentre il Raboceie Dielo si occupa, a giudicare dalla sua promessa, di elaborare e rielaborare «rivendicazioni concrete [in forma di progetti di legge?] di provvedimenti legislativi e amministrativi», «che promettano risultati tangibili», l'Iskra, «che pone immancabilmente il rivoluzionamento del dogma al di sopra del rivoluzionamento della vita», ha cercato di spiegare il legame indissolubile che esiste fra la disoccupazione e tutto il regime capitalistico, ha avvertito che «sta per venire la carestia», ha denunciato la «lotta» poliziesca «contro gli affamati» e le scandalose «norme carcerarie provvisorie» e la Zaria ha pubblicato, come opuscolo di agitazione, una parte della Rassegna interna dedicata alla carestia. Ma, dio mio, come sono stati «unilaterali», nel farlo, questi ortodossi incorreggibilmente ristretti, questi dogmatici sordi a quel che la «vita stessa» impone! In nessuno dei loro articoli v'era - oh, orrore! - nessuna, pensate!, assolutamente nessuna, «rivendicazione concreta», «che prometta risultati tangibili»! Disgraziati dogmatici! Bisogna mandarli a imparare dai Kricevski e dai Martynov perché si convincano che la tattica è un processo di sviluppo, di crescita, ecc. e che bisogna dare alla stessa lotta economica un carattere politico!
«Oltre alla sua importanza rivoluzionaria immediata, la lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo [«la lotta economica contro il governo»!!] ha anche il merito di ricordare costantemente agli operai il loro asservimento politico» (Martynov, p. 44). Abbiamo citato questo passo non per ripetere per la centesima o la millesima volta ciò che abbiamo già detto, ma per ringraziare in modo particolare Martynov per questa nuova ed eccellente formula: «La lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo». Che perla! Con che inimitabile talento, con che magistrale eliminazione di tutte le differenze parziali, di tutte le diversità di sfumatura esistenti fra gli economicisti, è qui espressa, in una breve e luminosa proposizione, tutta la sostanza dell'economicismo, incominciando dall'appello agli operai ad una «lotta.politica condotta nell'interesse generale per migliorare le sorti di tutti gli operai» [*8], passando per la teoria degli stadi e terminando con la risoluzione del congresso sul «mezzo più largamente applicabile», ecc! «La lotta economica contro il governo» è precisamente la politica rivendicativa, la quale è ancora molto, ma molto lontana dalla politica socialdemocratica.
b) Ove si racconta come Martynov ha approfondito Plekhanov
«Quanti Lomonosov socialdemocratici sono apparsi da noi in questi ultimi tempi!», ha rilevato una volta un compagno, alludendo alla straordinaria inclinazione di molte persone, portate all'economismo, di giungere assolutamente con il « proprio intelletto» fin alle grandi verità (come quella secondo cui la lotta economica pone gli operai davanti al problema dell'assenza di diritti) e di ignorare nel contempo, con il superbo disprezzo di un genio nato, tutto ciò che ha già dato il precedente sviluppo del pensiero rivoluzionario e del movimento rivoluzionario. Proprio un simile genio nato è Lomonosov-Martynov. Date un'occhiata al suo articolo: Problemi urgenti, e vedrete come egli affronti, con il «proprio intelletto», ciò che è già stato detto da un pezzo da Axelrod (sul quale il nostro Lomonosov naturalmente mantiene l'assoluto silenzio), come egli cominci, ad esempio, a comprendere che non possiamo ignorare l'opposizione di questi o quegli strati della borghesia (Raboceie Dielo, n. 9, pp. 61, 62, 71; cfr. la Risposta data ad Axelrod dalla redazione del Raboceie Dielo, pp. 22, 23, 24), ecc. Ma — ahimè! — «affronta» soltanto e soltanto «comincia», e niente più, perché il pensiero di Axelrod egli non lo ha ancora compreso, e non l'ha compreso a tal punto da parlare di «lotta economica contro i padroni e il governo». Durante tre anni (1898-1901) il Raboceie Dielo ha concentrato le proprie forze per comprendere Axelrod, e ciò nonostante non l'ha compreso! Forse anche ciò dipende dal fatto che la socialdemocrazia, «come l'umanità», si pone sempre soltanto compiti realizzabili?
Ma i Lomonosov eccellono non soltanto nel non sapere molte cose (e questo sarebbe un mezzo male!) bensì anche nel non riconoscere la propria ignoranza. Questo è già un vero male, ed è questo male che spinge ad accingersi subito ad «approfondire» Plekhanov.
«Da quando Plekhanov ha scritto l'opuscolo in questione, I compiti dei socialisti nella lotta contro la carestia in Russia, molta acqua è .passata sotto i ponti — racconta Martynov —. I socialdemocratici, che per dieci anni hanno diretto la lotta economica della classe operaia... non sono ancora riusciti a dare un largo fondamento teorico alla tattica del partito. Questo problema è ora maturo, e, se volessimo fondare teoricamente la nostra tattica, dovremmo approfondire considerevolmente i principi tattici, già sviluppati da Plekhanov... Dovremmo dare della propaganda e dell'agitazione una definizione diversa da quella data da Plekhanov.» (Martynov ha citato poco prima le parole di Plekhanov: «Il propagandista inculca molte idee a una sola persona o ad un piccolissimo numero di persone; l'agitatore inculca una sola idea o un piccolo numero di idee a una massa di persone».) «Per propaganda intenderemo la spiegazione rivoluzionaria di tutto il regime attuale o di sue manifestazioni parziali, tanto se la forma di questa spiegazione è accessibile solo a qualche persona, quanto se essa è accessibile alla grande massa. Per agitazione, nel senso stretto della parola [sic!], intenderemmo l'appello alle masse per determinate azioni concrete che renderebbero più facile l'intervento rivoluzionario diretto del proletariato nella vita sociale».
Ci congratuliamo con la socialdemocrazia russa e internazionale che ha finalmente trovato, grazie a Martynov, una nuova terminologia più esatta e più profonda. Finora avevamo pensato (insieme con Plekhanov e con tutti i capi del movimento operaio internazionale) che se il propagandista tratta, per esempio, della disoccupazione, deve spiegare la natura capitalistica delle crisi, dimostrare perché esse sono inevitabili nella società moderna, provare la necessità della trasformazione di questa società nella società socialista, ecc. Egli deve dare, in una parola, «molte idee», un così grande numero di idee che, nel loro insieme, potranno essere assimilate solo da un numero relativamente piccolo di persone. L'agitatore, all'opposto, trattando la stessa questione, prende l'esempio più noto, quello che più colpisce i suoi ascoltatori — per esempio una famiglia di disoccupati morta di fame, l'aumento della mendicità, ecc. — e, approfittando di questo fatto già noto, si sforza di dare alle «masse» una sola idea: quella dell'assurdo contrasto fra l'aumento della ricchezza e l'aumento della miseria, si sforza di suscitare il malcontento, l'indignazione delle masse contro questa stridente ingiustizia e lascia al propagandista il compito di dare una completa spiegazione di questo contrasto. Ecco perché il propagandista agisce soprattutto con gli scritti, e l'agitatore coi discorsi. Non si richiedono al propagandista le stesse qualità che si richiedono ad un agitatore. Kautsky e Lafargue, per esempio, sono dei propagandisti. Bebel e Guesde degli agitatori. Trovare un terzo campo o una terza funzione dell'attività pratica, che consisterebbe nell'«appello alle masse per determinate azioni concrete», è la più grande assurdità, perché l'«appello», come atto isolato, o è il completamento naturale e inevitabile del trattato teorico, dell'opuscolo di propaganda, del discorso di agitazione, oppure adempie una funzione puramente esecutiva. Prendiamo come esempio l'attuale lotta dei socialdemocratici tedeschi contro il dazio sul grano. I teorici scrivono un saggio sulla politica doganale, «facendo appello», per esempio, alla lotta per dei trattati commerciali e per la libertà di commercio; il propagandista fa la stessa cosa in una rivista; l'agitatore in discorsi pubblici. Le «azioni concrete» delle masse sono, in questo caso, la firma di una petizione indirizzata al Reichstag contro l'aumento del dazio sul grano. L'appello a questa azione emana indirettamente dai teorici, dai propagandisti e dagli agitatori, e direttamente da quegli operai che fanno circolare le liste di petizione nelle fabbriche e nelle case private. Secondo la «terminologia di Martynov», Kautsky e Bebel sarebbero entrambi dei propagandisti; mentre coloro che fanno circolare le liste sarebbero gli agitatori. Non è così?
Questo esempio mi ricorda la parola tedesca Verballhornung (letteralmente: « ballhornizzazione»). Johann Ballhorn, editore di Lipsia nel XVI secolo, pubblicò un abbecedario e, secondo l'uso, lo ornò di un disegno raffigurante un gallo, ma un gallo senza sproni e con due uova vicine. Sulla copertina Ballhorn scrisse: «Edizione corretta da Johann Ballhorn». Da allora in poi i tedeschi chiamano Verballhornung una «correzione» che, di fatto, è un peggioramento. La storia di Ballhorn mi torna involontariamente in mente quando vedo come i Martynov «approfondiscono» Plekhanov...
Perché il nostro Lomonosov ha «inventato» questo pasticcio? Per dimostrare che l’Iskra «tiene conto di un solo lato della questione, precisamente come Plekhanov quindici anni fa» (p. 39). «Nell'Iskra, almeno in questo momento, la propaganda respinge l'agitazione in secondo piano» (p. 52). Se si traduce quest'ultima frase dal linguaggio di Martynov in linguaggio comune (visto che l'umanità non ha ancora avuto il tempo di adottare la terminologia da poco scoperta) si ottiene l'affermazione seguente: nell'Iskra la propaganda e l'agitazione politiche respingono in secondo piano il compito di «presentare al governo rivendicazioni concrete di riforme legislative ed amministrative», «che possano promettere certi risultati tangibili» (in altre parole, se è permesso, ancora una volta, impiegare la vecchia terminologia della vecchia umanità che non è ancora all'altezza di Martynov: rivendicazioni di riforme sociali). Confronti il lettore questa tesi con la tirata seguente:
In questi programmi (nei programmi dei socialdemocratici rivoluzionari) ci colpisce soprattutto il fatto che essi pongono costantemente in primo piano i vantaggi dell'azione degli operai nel parlamento (che non esiste nel nostro paese) e trascurano completamente (in conseguènza del loro nichilismo rivoluzionario) l'importanza che avrebbe la partecipazione degli operai alle assemblee legislative degli industriali, esistenti nel nostro paese, le quali si occupano dei problemi di fabbrica... o anche semplicemente la loro partecipazione alle amministrazioni comunali...
L'autore di questa tirata esprime un po' più direttamente, chiaramente e francamente la stessa idea alla quale Lotnonosov-Martynov è giunto con il proprio cervello. L'autore di questa tirata è R. M. (Supplemento alla Rabociaia Mysl, p. 15).
c) Denunce politiche e "tirocinio all’attività rivoluzionaria"
Erigendo contro l’Iskra la "teoria" dell’"elevazione dell’attività delle masse operaie", Martynov ha in realtà manifestato la tendenza a ridurre quest’attività, poiché ha dichiarato che il mezzo migliore, il mezzo principale, il mezzo "più largamente applicabile" per suscitare questa attività, il vero campo di questa attività, è quella stessa lotta economica dinanzi alla quale tutti gli economisti si prosternano. Questo errore è caratteristico perché non è proprio del solo Martynov. Infatti, l’"elevazione dell’attività delle masse operaie" è possibile soltanto se non ci limitiamo all’"agitazione politica sul terreno economico". E una delle condizioni essenziali per il necessario ampliamento dell’agitazione politica è l’organizzazione di denunce politiche in tutti i campi della vita. Solamente con queste denunce si potrà educare la coscienza politica e suscitare l’attività rivoluzionaria delle masse. Perciò una simile attività costituisce uno dei compiti più importanti di tutta la socialdemocrazia internazionale, perché anche la libertà politica, se ne modifica leggermente l’orientamento, non ne sopprime affatto la necessità. Così il partito tedesco rafforza particolarmente le proprie posizioni ed estende la propria influenza grazie appunto alla instancabile energia della sua campagna di denunce politiche. La coscienza della classe operaia non può diventare vera coscienza politica se gli operai non si abituano a reagire contro ogni abuso, contro ogni manifestazione dell’arbitrio e dell’oppressione, della violenza e della soperchieria, qualunque sia la classe che ne è colpita, e a reagire da un punto di vista socialdemocratico e non da un punto di vista qualsiasi. La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano a osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti e attuali, ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica; se non imparano ad applicare in pratica l’analisi e il criterio materialistico a tutte le forme d’attività e di vita di tutte le classi, strati e gruppi della popolazione. Chi induce la classe operaia a rivolgere la sua attenzione, il suo spirito di osservazione e la sua coscienza esclusivamente, o anche principalmente, su se stessa, non è un socialdemocratico, perché per la classe operaia la conoscenza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea, e conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso l’esperienza della vita politica. Ecco perché la predicazione dei nostri economisti, i quali sostengono che la lotta economica è il mezzo più largamente applicabile per trascinare le masse nel movimento politico, è così profondamente reazionaria nei risultati pratici. Per diventare socialdemocratico, l’operaio deve avere una chiara visione della natura economica, della fisionomia politica e sociale del grande proprietario fondiario e del prete, dell’alto funzionario e del contadino, dello studente e del vagabondo, conoscerne i lati forti e quelli deboli, saper discernere il significato delle formule e dei sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera "sostanza", saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano. Ma non si potrà trovare in nessun libro questa "chiara visione": la potranno dare solo gli esempi tratti dalla vita, le denunce che battano il ferro mentre è caldo e che trattino di ciò che avviene intorno a noi in un dato momento, di ciò che si dice e si sussurra nei crocchi, di ciò che dimostrano questo o quel fatto, certe cifre e certe sentenze dei tribunali, ecc. Queste denunce politiche relative a tutte le questioni della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale per educare le masse all’attività rivoluzionaria.
Perché mai l'operaio russo esplica ancora un'attività rivoluzionaria così ridotta di fronte alle violenze bestiali della polizia contro il popolo, alle persecuzioni contro le sette religiose, alle bastonature dei contadini, agli abusi della censura, ai maltrattamenti dei soldati, alla repressione delle più innocue iniziative culturali, ecc? Forse perché la «lotta economica» non ve lo «obbliga», perché tutto ciò «promette» scarsi «risultati tangibili», non dà, su per giù, nulla di «positivo»? No, giungere a questa conclusione significa, lo ripetiamo, nient'altro che tentar di rigettare la propria colpa sulle spalle altrui, di rigettare il proprio filisteismo (o bernsteinismo) sulle masse operaie. Se non abbiamo saputo organizzare vaste, clamorose, rapide denunce di tante infamie, la colpa è nostra, è del nostro ritardo sul movimento delle masse. Se lo faremo (« dobbiamo e possiamo farlo), l'operaio, anche il più arretrato, comprenderà o sentirà che lo studente e chi appartiene ad una setta religiosa, il contadino e lo scrittore sono oppressi e perseguitati dalla stessa forza tenebrosa che lo avvolge, l'opprime in ogni momento della vita, e sentendo questo, vorrà, vorrà irresistibilmente, intervenire egli stesso, e saprà oggi deridere i censori, domani partecipare a una manifestazione davanti al palazzo di un governatore che ha represso una sommossa contadina, dopodomani dare una lezione ai gendarmi in sottana addetti al lavoro della Santa Inquisizione, ecc. Fino ad oggi abbiamo fatto molto poco, non abbiamo fatto quasi nulla per lanciare fra le masse operaie denunce attuali e su tutte le questioni. Molti di noi non comprendono neppure ancora che questo è il loro dovere e si trascinano inconsciamente dietro alla «grigia lotta quotidiana» racchiusa entro i ristretti limiti della fabbrica. In queste condizioni, dire che «l’Iskra tende a sottovalutare l'importanza dello sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana in confronto alla propaganda di idee brillanti» (Martynov, p. 61), significa tirare indietro il partito, significa difendere e glorificare la nostra impreparazione, il nostro ritardo.
Quanto all'appello alle masse per l'azione, esso verrà da sé, quando condurremo un'energica agitazione politica e faremo denunce vive e impressionanti. Cogliere qualcuno in flagrante delitto e bollarlo immediatamente dinanzi a tutti e dappertutto è cosa più efficace di qualsiasi «appello», e provoca talvolta risultati tali che in seguito diventa impossibile stabilire chi ha propriamente «lanciato l'appello» alla folla e chi precisamente ha lanciato questa o quella proposta di, manifestazione, ecc. L'appello — non in generale, ma in concreto — può èssere lanciato solo sul luogo stesso dell'azione; solo chi dà l'esempio immediatamente può incitare gli uomini ad agire. Il nostro dovere di pubblicisti socialdemocratici consiste nell'approfondire, nell'estendere e nel rafforzare le denunce politiche e l'agitazione politica.
A proposito, il solo giornale che prima degli avvenimenti della primavera ha chiamato gli operai a un intervento attivo in una questione che non poteva assolutamente far sperare loro nessun risultato tangibile, in una questione, cioè, come quella dell'arruolamento forzato di studenti, è stato l'Iskra. Immediatamente dopo il decreto dell'11 gennaio sull'« arruolamento forzato di 183 studenti», l’Iskra pubblicava un articolo sull'argomento prima che avvenisse qualsiasi manifestazione (n. 2, febbraio [2]) e chiamava apertamente «1'operaio ad accorrere in aiuto dello studente», chiamava il «popolo» a rispondere apertamente all'impudente sfida del governo. Domandiamo a tutti: come si spiega il fatto notevole che Martynov, il quale parla tanto di «appelli» e giunge fino a considerarli come una particolare forma di azione, non ha detto una parola di quell'appello? E dopo tutto ciò non è forse filisteismo l'accusa di unilateralità mossa da Martynov all'Iskra perché essa non fa abbastanza «appello» alla lotta per le rivendicazioni «che promettono risultati tangibili»?
I nostri economisti, compreso il Raboceie Dielo, hanno avuto dei successi perché si piegavano alla mentalità degli operai arretrati. Ma l'operaio socialdemocratico, l'operaio rivoluzionario (e il numero di questi operai aumenta continuamente) respingerà con indignazione tutti questi ragionamenti sulla lotta per le rivendicazioni «che possono promettere risultati tangibili», ecc, perché comprenderà che si tratta solo di variazioni sulla vecchia aria del copeco su un rublo. Esso dirà ai « consiglieri» della Rabociaia Mysl e del Raboceie Dielo : «Avete torto, signori, di preoccuparvi tanto e di immischiarvi con troppo zelo in cose che risolveremo noi stessi e di sottrarvi invece all'adempimento dei vostri veri compiti. Non è dar prova di molta intelligenza dire, come voi dite, che i socialdemocratici devono imprimere un carattere politico alla stessa lotta economica: questo è solo l'inizio e non è questo il compito essenziale dei socialdemocratici, perché in tutto il mondo, e anche in Russia, è spesso la polizia stessa che comincia ad imprimere un carattere politico alla lotta economica; gli operai cominciano a comprendere da che parte è il governo [*9]. Infatti questa "lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo", che voi esaltate come la scoperta di una nuova America, è condotta anche nei luoghi più sperduti della Russia dagli operai stessi che hanno sentito parlare degli scioperi, ma che quasi nulla hanno sentito dire del socialismo. La nostra "attività", l'attività di noi operai che voi volete aiutare lanciando rivendicazioni concrete tali da offrire risultati tangibili, esiste già nel nostro paese; nella nostra piccola azione tradunionista quotidiana noi stessi presentiamo siffatte rivendicazioni concrete, senza bisogno, nella maggior parte dei casi, dell'aiuto degli intellettuali. Ma questa attività non ci basta; non siamo dei bambini che possono essere nutriti solo con la pappa della politica puramente "economica"; vogliamo sapere tutto quanto sanno gli altri, vogliamo conoscere particolareggiatamente tutti gli aspetti della vita politica e partecipare attivamente ad ogni avvenimento politico. Bisogna quindi che gli intellettuali ci ripetano un po' meno ciò che sappiamo già [*10] e ci diano un po' più di ciò che ignoriamo ancora, di ciò che la nostra vita di fabbrica e la nostra esperienza "economica" non ci permettono mai di imparare: le cognizioni politiche. Queste cognizioni, voi intellettuali, potete acquistarle e dovete trasmetterle cento e mille volte più generosamente di quanto abbiate fatto finora. Dovete trasmettercele non solo con ragionamenti, opuscoli, articoli (che sono spesso — perdonate la nostra franchezza — alquanto noiosi), ma anche con denunce vivaci di ciò che fanno, proprio in questo momento, il nostro governo e le nostre classi dominanti in tutti i campi della vita. Assolvete con un po' più di entusiasmo questo compito che è il vostro, e parlate un po' meno di "elevare l'attività delle masse operaie". Attività ne diamo molto più di quanto non pensiate e sappiamo difendere con la lotta aperta nelle piazze anche le rivendicazioni che non offrono alcun "risultato tangibile". E non sta a voi "elevare" la nostra attività, perché voi stessi non siete abbastanza attivi. Non prosternatevi tanto dinanzi alla spontaneità e pensate un po' di più, o signori, ad elevare la vostra attività!»
d) Che cosa hanno in comune l’economismo e il terrorismo
Più sopra in una nota abbiamo messo a confronto un economista con un terrorista non socialdemocratico che per caso si sono trovati d’accordo. Ma, in generale, tra gli economisti e i terroristi esiste un legame non accidentale, ma necessario, intrinseco, del quale dovremo ancora occuparci parlando della educazione dell’attività rivoluzionaria. Gli economisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente come di un fenomeno generale e di cui esamineremo ora l’influenza sull’azione e sulla lotta politica. A prima vista, la nostra affermazione può sembrare paradossale, tanto grande sembra la differenza tra coloro che antepongono a tutto la "grigia lotta quotidiana" e coloro che propugnano la lotta che esige la massima abnegazione: la lotta di individui isolati. Ma non si tratta per niente di un paradosso. Economisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della tendenza della spontaneità: gli economisti dinanzi alla spontaneità del "movimento operaio puro", i terroristi dinanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio, o non ne hanno la possibilità. È infatti difficile, per chi non ha più fiducia in tale possibilità o non vi ha mai creduto, trovare al proprio sdegno e alla propria energia rivoluzionaria uno sbocco diverso dal terrorismo. Perciò la sottomissione alla spontaneità nelle due direzioni indicate non è che l’inizio dell’attuazione del famoso programma del "Credo": gli operai conducono la "lotta economica contro i padroni e contro il governo" (l’autore del "Credo" ci perdoni se esprimiamo il suo pensiero nel linguaggio di Martynov: riteniamo di averne il diritto, perché anche nel "Credo" si dice che la lotta economica "spinge gli operai a occuparsi del regime politico"), e gli intellettuali sviluppano la lotta politica con le loro proprie forze ricorrendo, naturalmente, al terrorismo. È questa una deduzione assolutamente logica e inevitabile, sulla quale non si insisterà mai troppo, anche se la sua inevitabilità non è compresa da coloro stessi che cominciano a mettere in pratica tale programma. L’attività politica ha una propria logica, indipendente dalla coscienza di coloro che, con le migliori intenzioni del mondo, fanno appello al terrorismo oppure domandano che si dia alla stessa lotta economica un carattere politico. L’inferno è lastricato di buone intenzioni, e in questo caso le buone intenzioni non salvano ancora dal lasciarsi attrarre dalla "linea del minimo sforzo", dalla linea del programma puramente borghese del "Credo". Infatti, non è casuale neppure la circostanza che molti liberali russi - liberali schietti e liberali mascherati da marxisti - simpatizzano con tutta l’anima col terrorismo e si sforzano oggi di appoggiare lo sviluppo delle tendenze terroristiche.
La creazione del «Gruppo rivoluzionario socialista Svoboda» [3], che si prefigge di aiutare con tutti i mezzi il movimento operaio, ma che nel proprio programma ha incluso il terrorismo e la propria emancipazione, per così dire, dalla socialdemocrazia, ha confermato una volta di più la notevole perspicacia di P. Axelrod il quale già alla fine del 1897 aveva predetto letteralmente che le oscillazioni socialdemocratiche avrebbero portato a questi risultati e aveva tracciato le sue celebri «due prospettive» (Problemi riguardanti i compiti attuali e la tattica). Tutte le discussioni e le divergenze che seguono tra i socialdemocratici russi sono contenute, come la pianta nel seme, in quelle due prospettive [*11]. Dal punto di vista che abbiamo indicato, è chiaro che il Raboceie Dielo, non avendo resistito alla spontaneità dell'economismo, non ha potuto resistere nemmeno alla spontaneità del terrorismo. In difesa del terrorismo, il gruppo Svoboda adduce argomenti particolari che è molto interessante notare. Esso «nega completamente» la funzione intimidatrice del terrorismo (La rinascita del rivoluzionarismo, p. 64), ma ne sottolinea la «funzione di incitamento [di stimolo]»! Ciò è caratteristico, anzitutto, come uno degli stadi della decadenza e della disgregazione di quel ciclo di idee tradizionali (presocialdemocratiche) che aveva permesso al terrorismo di affermarsi. Riconoscere che oggi è impossibile «intimidire» — e, quindi, disorganizzare — il governo col terrorismo, significa in sostanza condannarlo completamente come metodo di lotta, come sfera di attività sanzionata da un programma. Ma la cosa è ancora più caratteristica come esempio di incomprensione dei nostri compiti immediati per «educare le masse all'attività rivoluzionaria ». Il gruppo Svoboda propugna il terrorismo come mezzo per «stimolare» il movimento operaio, per dargli «un impulso vigoroso ». Sarebbe difficile immaginare un argomento che si confuti da se stesso con maggiore evidenza! In Russia ci sono forse così pochi scandali da dover inventare «stimolanti» speciali? D'altra parte, non è evidente che coloro i quali non si sentono stimolati e non sono passibili di essere stimolati nemmeno dal regime di arbitrio che domina in Russia rimarranno egualmente «con le mani in tasca» di fronte al duello di un pugno di terroristi con il governo? Le infamie della vita russa stimolano fortemente le masse operaie, ma noi non sappiamo, per così dire, né raccogliere, né concentrare tutte le gocce e i getti dell'effervescenza popolare, che, infinitamente più numerosi di quanto crediamo, si sprigionano dalla vita russa, e che bisogna appunto fondere in un solo gigantesco torrente. Che ciò sia possibile è provato in modo certo dal grande sviluppo del movimento operaio e dall'ardente interesse degli operai — già segnalato precedentemente — per le pubblicazioni politiche. Fare appello al terrorismo o fare appello a che sia dato alla stessa lotta economica un carattere politico, sono due modi diversi di sottrarsi al dovere più imperioso dei rivoluzionari russi: l’organizzazione di una multiforme agitazione politica. Il gruppo Svoboda vuole sostituire all’agitazione il terrorismo, riconoscendo apertamente che "dal momento in cui comincerà tra le masse una agitazione energica e vigorosa, la funzione stimolatrice del terrorismo sarà finita" (p. 68 della Rinascita del rivoluzionarismo). Questa confessione mostra appunto che terroristi ed economisti sottovalutano l’attività rivoluzionaria delle masse, che pure è chiaramente dimostrata dagli avvenimenti della primavera [*12]. Gli uni cercano degli "stimolanti" artificiali, gli altri parlano di "rivendicazioni concrete". Gli uni e gli altri non rivolgono sufficiente attenzione allo sviluppo della loro attività per l’agitazione politica e per l’organizzazione di campagne di denunce politiche. Eppure non c’è niente che possa sostituirle né oggi, né in qualsiasi altro momento.
e) La classe operaia, combattente d’avanguardia per la democrazia
Abbiamo visto che un’agitazione politica più vasta, e quindi anche l’organizzazione di denunce politiche di ogni genere, è un compito assolutamente necessario, il compito più imperiosamente necessario di attività, se questa attività deve veramente essere socialdemocratica. Ma a questa conclusione siamo arrivati partendo solamente dal bisogno più immediato che la classe operaia ha di acquisire cognizioni politiche e una educazione politica. Però, questo modo di porre la questione, se fosse l’unico, sarebbe troppo angusto, perché ignorerebbe i compiti democratici generali di ogni socialdemocrazia, e in particolare della socialdemocrazia russa contemporanea. Per chiarire questa tesi nel modo più concreto possibile, discutiamo il problema dal punto di vista più "familiare" agli economisti, da un punto di vista pratico. "Tutti riconoscono" che è necessario sviluppare la coscienza politica della classe operaia. Ma come? E che occorre per farlo? La lotta economica "spinge" gli operai a porsi soltanto i problemi che concernono i rapporti tra governo e classe operaia. Perciò, per quanti sforzi facciamo per "dare alla stessa lotta economica un carattere politico", non potremo mai, mantenendoci in questi limiti, sviluppare la coscienza politica degli operai (fino al livello della coscienza politica socialdmocratica) perché i limiti stessi sono troppo ristretti. La formula di Martynov è preziosa per noi, non perché dimostra l’attitudine di Martynov a creare confusione, ma perché mette in rilievo l’errore capitale di tutti gli economisti: la convinzione che si può sviluppare la coscienza politica di classe degli operai, per così dire, dall’interno, con la lotta economica, partendo cioè solo (o almeno principalmente) da tale lotta, basandosi solamente (o almeno principalmente) su tale lotta. Questo punto di vista è radicalmente sbagliato, e lo è appunto perché gli economisti, furiosi per la nostra polemica contro di loro, non vogliono riflettere sulla causa fondamentale delle nostre divergenze, e accade così che letteralmente non ci comprendiamo a vicenda, ci mettiamo a parlare due linguaggi diversi.
La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. Perciò alla domanda: che cosa fare per dare agli operai cognizioni politiche? Non ci si può limitare a dare una sola risposta, a dare quella risposta che nella maggior parte dei casi accontenta i militanti, soprattutto quando essi pencolano verso l’economismo, e cioè: "andare tra gli operai". Per dare agli operai cognizioni politiche, i socialdemocratici devono andare fra tutte le classi della popolazione, devono inviare in tutte le direzioni i distaccamenti del loro esercito.
Adoperiamo intenzionalmente questa formula rozza, recisa, semplificata, non per il piacere di fare paradossi, ma per ben «spingere» gli economisti a considerare i compiti che essi disdegnano così imperdonabilmente, a considerare la differenza che passa tra politica tradunionista e politica socialdemocratica, differenza che essi non vogliono comprendere. Preghiamo perciò il lettore di essere paziente e di volerci seguire attentamente fino alla fine.
Prendete il tipo di circolo socialdemocratico che da qualche anno è il più diffuso e vedetelo all'opera. Esso ha dei «legami con gli operai» e si limita a questo, pubblicando dei fogli nei quali flagella gli abusi che si commettono nelle fabbriche, la parzialità del governo in favore dei capitalisti e le violenze poliziesche. Nelle riunioni con gli operai, la discussione di solito non si allontana o quasi non si allontana da questi argomenti; le conferenze e le conversazioni sulla storia del movimento rivoluzionario, sulla politica interna ed estera del nostro governo, sull'evoluzione economica della Russia e dell'Europa, sulla situazione dell'una o dell'altra classe nella società contemporanea, ecc. sono rarissime e nessuno pensa a stabilire e sviluppare sistematicamente dei legami con altre classi sociali. Insomma, il militante ideale, per i membri di un circolo simile, somiglia nella maggior parte dei casi molto più a un segretario di una qualunque trade-union che a un capo politico socialista. Infatti il segretario di una qualunque trade-union inglese, per esempio, aiuta costantemente gli operai a sviluppare la lotta economica, organizza delle denunce sulla vita di fabbrica, spiega l'ingiustizia delle leggi e dei regolamenti che intralciano la libertà di sciopero, la libertà delle squadre di sorveglianza (per avvertire tutti che vi è lo sciopero in quella officina), mette in rilievo la parzialità delle commissioni arbitrali composte di rappresentanti dalla borghesia, ecc. ecc. In una parola, qualunque segretario di trade-union sviluppa e contribuisce à sviluppare la «lotta economica contro i padroni e contro il governo». E non si ripeterà mai troppo che ciò non è ancora socialdemocrazia, che l'ideale del socialdemocratico non deve essere il segretario di una trade-union, ma il tribuno popolare, il quale sa reagire contro ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, ovunque essa si manifesti e qualunque sia la classe o la categoria sociale che ne soffre, sa generalizzare tutti questi fatti e trame il quadro completo della violenza poliziesca e dello sfruttamento capitalistico; sa, infine, approfittare di ogni minima occasione per esporre dinanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, per spiegare a tutti l'importanza storica mondiale della lotta emancipatrice del proletariato. Confrontate, per esempio, dei militanti come Robert Knight (notissimo segretario e capo dell'Unione dei calderai, una delle più forti trade-unions inglesi) e Wilhelm Liebknecht, e provatevi ad applicar loro i contrasti a cui Martynov riduce le sue divergenze con l'Iskra. Costaterete — comincio a spulciare l'articolo di Martynov — che R. Knight ha «chiamato» molto di più «le masse ad azioni concrete determinate» (p. 39), mentre Wilhelm Liebknecht si è soprattutto occupato di «spiegare da un punto di vista rivoluzionario tutto il regime attuale o le sue manifestazioni particolari» (pp. 38-39); che Knight «ha formulato le rivendicazioni urgenti del proletariato e indicato i mezzi per soddisfarle» (p. 41), mentre Liebknecht, pur facendo questo, non si è rifiutato di «dirigere nello stesso tempo l'attività dei vari strati dell’«opposizione», «di dettar loro un positivo programma di azione» [*13] (p. 41); che Knight si è sforzato di « dare per quanto possibile alla lotta economica stessa un carattere politico» (p. 42) e ha saputo molto bene «porre al governo rivendicazioni concrete, che offrivano determinati risultati tangibili» (p. 43), mentre Liebknecht si è molto più occupato di «denunce» «unilaterali» (p. 40); che Knight ha dato maggiore importanza «allo sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana » (p. 61) e Liebknecht ha fatto del giornale che egli dirigeva «l'organo dell'opposizione rivoluzionaria, bollando tutto il regime e in particolare il regime politico nella misura in cui è in contrasto cogli interessi degli strati più diversi della popolazione » (p. 63), mentre Knight «ha lavorato per la causa operaia in stretto legame organico con la lotta proletaria» (p. 63) — se s'intende per «stretto legame organico» la sottomissione alla spontaneità che abbiamo precedentemente esaminato a proposito di Kricevski e di Martynov — e ha «ristretto la sfera della sua azione», persuaso certamente, come Martynov, che «appunto in tal modo egli l'approfondiva» (p. 63). In una parola, voi costatate che, di fatto, Martynov abbassa la socialdemocrazia a livello del tradunionismo, non certamente perché non desideri il bene della socialdemocrazia, ma semplicemente perché si è affrettato un po' troppo ad approfondire Plekhanov invece di prendersi la briga di capirlo.
Ma ritorniamo al nostro assunto. Se il socialdemocratico non è solo a parole per lo sviluppo integrale della coscienza politica del proletariato, egli deve, abbiamo detto, «andare fra tutte le classi della popolazione». Sorgono le domande: ma come? abbiamo forze sufficienti per farlo? esiste un terreno per questo lavoro? non significherà questo o non si giungerà con questo a un abbandono del punto di vista di classe? Fermiamoci su queste questioni.
Dobbiamo "andare fra tutte le classi della popolazione" come teorici, come propagandisti, come agitatori e come organizzatori. Non vi è dubbio che il lavoro teorico dei socialdemocratici deve essere rivolto allo studio di tutte le particolarità della situazione sociale e politica delle varie classi. Ma si fa molto poco da questo punto di vista, in relazione a quanto si fa per lo studio delle particolarità della vita di fabbrica. Nei comitati e nei circoli incontrerete persone che si specializzano persino nello studio di una branca qualsiasi della metallurgia, ma non troverete quasi mai esempi di iscritti alle nostre organizzazioni (obbligati, come capita spesso, per una ragione o per l’altra, ad abbandonare l’attività pratica) i quali si occupino in modo particolare di raccogliere materiali su una questione sociale e politica di attualità che possa dare alla socialdemocrazia l’occasione di lavorare fra altri strati della popolazione. Quando si parla della scarsa preparazione della maggioranza degli attuali dirigenti del movimento operaio, non bisogna dimenticare questo aspetto della loro preparazione, poiché anch’esso è collegato al modo "economista" di intendere lo "stretto legame organico con la lotta proletaria". Ma la questione principale è senza dubbio la propaganda e l’agitazione in tutti gli strati del popolo. Per i socialdemocratici dell’Europa occidentale, questo compito è facilitato dalle riunioni e dalle assemblee popolari, alle quali partecipano tutti coloro che lo desiderano, e dall’esistenza del parlamento, nel quale il deputato socialdemocratico parla dinanzi ai rappresentanti di tutte le classi. In Russia non abbiamo né parlamento, né libertà di riunione, ma ciò nonostante sappiamo organizzare riunioni con gli operai che vogliono ascoltare un socialdemocratico. Dobbiamo saper organizzare delle riunioni anche con quei rappresentanti di qualsiasi classe della popolazione che vogliono ascoltare un democratico. Perché non è socialdemocratico colui il quale di fatto dimentica che "i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario" [4] e che, per conseguenza, noi dobbiamo esporre e sottolineare i nostri compiti democratici generali dinanzi a tutto il popolo, senza nascondere neppure per un momento le nostre convinzioni socialiste. Non è socialdemocratico chi dimentica, in pratica, il proprio dovere di essere alla testa di tutti quando si deve porre, approfondire e risolvere qualsiasi questione democratica generale.
«Ma su questo punto siamo assolutamente d'accordo!», interrompe il lettore impaziente, e le nuove istruzioni per la redazione del Raboceie Dielo, approvate nell'ultimo congresso dell'«Unione», dicono recisamente: «Si devono sfruttare ai fini della propaganda e dell'agitazione politica tutti i fatti e tutti gli avvenimenti della vita sociale e politica che interessano il proletariato, sia direttamente come classe a sé, sia come avanguardia di tutte le forze rivoluzionarie nella lotta per la libertà» (Due congressi, p. 17; il corsivo è nostro). Queste parole sono effettivamente eccellenti e giustissime e ne saremmo ben soddisfatti se il Raboceie Dielo le comprendesse e se in pari tempo non ne pronunciasse altre che sono in contraddizione con esse. Non basta dirsi «avanguardia», distaccamento avanzato; bisogna anche agire in modo che tutti gli altri distaccamenti vedano e siano costretti a riconoscere che noi siamo alla testa. E noi chiediamo al lettore: forse che i rappresentanti degli altri «distaccamenti» sono così stupidi da credere sulla parola che noi siamo l'«avanguardia»? Immaginatevi un po' concretamente una scena simile. A un «distaccamento» di radicali russi colti e di costituzionalisti liberali si presenta un socialdemocratico e dice: noi siamo l'avanguardia; «adesso davanti a noi si pone il compito: come dare nella misura del possibile un carattere politico alla stessa lotta economica». Un radicale o un costituzionalista un po' intelligente (e tra i radicali e i costituzionalisti russi vi sono molti uomini intelligenti) si limiterebbe a sorridere di fronte a un simile discorso e direbbe (naturalmente fra sé, perché nella maggioranza dei casi è un esperto diplomatico): «Già, è abbastanza sempliciotta questa "avanguardia"! Non comprende neppure che questo è il nostro compito, il compito dei rappresentanti progrediti della democrazia borghese: dare alla stessa lotta economica degli operai un carattere politico. Anche noi, come tutti i borghesi dell'Europa occidentale, vogliamo trascinare gli operai alla politica, ma precisamente soltanto alla politica tradunionista e non a quella socialdemocratica. La politica tradunionista della classe operaia è precisamente la politica borghese della classe operaia. E la formulazione da parte di questa "avanguardia" del suo compito è precisamente la formulazione della politica tradunionista. Perciò possono anche definirsi socialdemocratici fin che vogliono. Non sono un bambino, in fin dei conti, da scaldarmi per l'etichetta! Basta che non subiscano l'influenza di questi malvagi dogmatici ortodossi, basta che lascino la "libertà di critica" a coloro che inconsciamente trascinano la socialdemocrazia nella corrente tradunionista!».
E il risolino beffardo del nostro costituzionalista si trasformerà in una risata omerica quando saprà che i socialdemocratici, i quali parlano di avanguardia della socialdemocrazia in questo momento di quasi completo dominio della spontaneità nel nostro movimento, hanno paura più di ogni cosa al mondo di « circoscrivere l'elemento spontaneo», hanno paura di «diminuire l'importanza dello sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana in confronto alla propaganda delle idee brillanti e ben definite», ecc. ecc! Distaccamento «avanzato » il quale ha paura che la coscienza precorra la spontaneità, che teme di presentare un «piano» audace che costringa al riconoscimento generale anche coloro che non la pensano così! Non confondono essi forse la parola avanguardia con la parola retroguardia?
Analizziamo, infatti, il seguente ragionamento di Martynov. Egli afferma (p. 40) che la tattica di denuncia seguita dall'Iskra è unilaterale, che «per quanto grandi siano la sfiducia e l'odio che provocheremo contro il governo, non raggiungeremo il nostro scopo fino a quando non saremo riusciti a sviluppare un'energia sociale abbastanza attiva per rovesciarlo». Sia detto fra parentesi, questa preoccupazione di sviluppare l'attività delle masse, unita alla preoccupazione di restringere la propria attività, già ci è nota. Ma adesso non si tratta di questo. Martynov qui parla dunque di energia rivoluzionaria («per rovesciare» il governo). E a quale conclusione giunge? Poiché in tempi normali i vari strati sociali sono inevitabilmente slegati, «è chiaro che noi socialdemocratici non possiamo dirigere simultaneamente l'attività dei vari strati dell'opposizione, non possiamo dar loro un programma di azione positivo, non possiamo indicare loro come lottare giornalmente per i propri interessi... Gli strati liberali si occuperanno essi stessi di quella lotta attiva per i loro interessi immediati, che li porrà a faccia a faccia col nostro regime politico » (p. 41). Così, dopo aver cominciato a parlare di energia rivoluzionaria, di lotta attiva per rovesciare l'assolutismo, Martynov devia immediatamente verso l'energia sindacale, verso la lotta attiva per gli interessi immediati! È chiaro che noi non possiamo dirigere la lotta degli studenti, dei liberali, ecc, per i loro «interessi immediati», ma non si trattava di questo, rispettabilissimo economista! Si trattava della partecipazione possibile e necessaria dei diversi strati sociali all'abbattimento dell'assolutismo, e questa «attività dei diversi strati dell'opposizione» non solo possiamo, ma dobbiamo assolutamente dirigerla, se vogliamo essere l'«avanguardia». Quanto al fatto che i nostri studenti, i nostri liberali, ecc. siano «posti a faccia a faccia col nostro regime politico» non solo ci penseranno essi stessi, ma se ne incaricheranno soprattutto la polizia e i funzionari del governo autocratico. Ma «noi», se vogliamo essere dei democratici d'avanguardia, dobbiamo occuparci di spingere coloro che sono insoddisfatti solo del regime universitario o del regime degli zemstvo, ecc, a convincersi che quel che non va è l'intero regime politico. Noi dobbiamo assumerci il compito di organizzare una lotta politica multiforme, diretta dal nostro partito, affinché tutti gli strati dell'opposizione possano dare e diano a tale lotta, e in pari tempo al nostro partito, tutto l'aiuto che possono. Noi dobbiamo trasformare i militanti socialdemocratici in capi politici che sappiano dirigere tutte le manifestazioni di questa lotta multiforme, che, al momento necessario, sappiano «dare un programma d'azione positivo» agli studenti in fermento, ai rappresentanti degli zemstvo insoddisfatti, ai membri delle sette religiose indignati, ai maestri colpiti nei loro interessi, ecc. ecc. Perciò Martynov ha completamente torto quando scrive che « verso di essi possiamo avere solo la funzione negativa di denunciatori degli abusi... Possiamo solo dissipare le loro speranze nelle commissioni governative» (il corsivo è nostro). Dicendo questo egli dimostra di non comprendere assolutamente nulla della vera funzione dell'«avanguardia» rivoluzionaria. Se il lettore tiene presente tutto questo, comprenderà il vero significato della conclusione seguente, cui giunge Martynov: «L'Iskra è l'organo dell'opposizione rivoluzionaria, che denuncia il nostro regime e principalmente il nostro regime politico in quanto essa entra in conflitto con gli interessi dei più diversi strati della popolazione. Da canto nostro lavoriamo e lavoreremo per la causa operaia in stretto legame organico con la lotta proletaria. Riducendo la sfera della nostra azione, rendiamo più complessa la nostra azione stessa» (p. 63). Il vero significato di questa conclusione è il seguente: l'Iskra vuole elevare la politica tradunionista della classe operaia (politica alla quale, per malinteso, per impreparazione e per convinzione, si limitano tanto spesso, tra di noi, i militanti) al livello della politica socialdemocratica; il Raboceie Dielo vuole abbassare la politica socialdemocratica al livello della politica tradunionista. E per di più ci assicura che «si tratta di due posizioni perfettamente compatibili nella causa comune» (p. 63). O sancta simplicitas!
Proseguiamo. Abbiamo noi forze sufficienti per svolgere la nostra propaganda e la nostra agitazione fra tutte le classi della popolazione? Certamente. I nostri economisti, che tendono spesso a negarlo, dimenticano il gigantesco passo in avanti che il nostro movimento ha compiuto dal 1894 (circa) al 1901. "Codisti" incorreggibili, vivono ancora con le idee del periodo, da molto tempo chiuso, in cui il nostro movimento era agli inizi. Allora non avevamo effettivamente che pochissime forze, ed era naturale e legittimo limitarci al lavoro tra gli operai e condannare severamente ogni allontanamento da esso, perché allora l’essenziale era di affermarci fra la classe operaia. Oggi vengono trascinate nel movimento forze gigantesche, vengono a noi tutti i migliori rappresentanti della giovane generazione delle classi colte; dovunque, in tutte le province, sono costretti a rimanere inattivi uomini che hanno preso parte o che vogliono prendere parte al movimento e che simpatizzano per la socialdemocrazia (mentre nel 1894 si potevano contare i socialdemocratici russi sulle dita di una mano). Uno dei nostri difetti politici e organizzativi fondamentali è che non sappiamo utilizzare tutte queste forze, non sappiamo assegnare a ciascuno il lavoro che gli è adatto (torneremo ampiamente sulla questione nel prossimo capitolo). La stragrande maggioranza di queste forze non ha alcuna possibilità di "andare tra gli operai", e non vi è dunque neppure da temere che vengano sottratte al nostro compito essenziale. Ma per poter dare agli operai cognizioni politiche vere, complete, vive, è necessario avere dappertutto i "nostri uomini", avere dei socialdemocratici in tutte le categorie sociali, su tutte le posizioni che permettono di conoscere gli ingranaggi del meccanismo dello Stato. E abbiamo bisogno di tali uomini non solo per la propaganda e 1’agitazione, ma anche e soprattutto per l’organizzazione.
Esiste un terreno che ci permette di agire in tutte le classi della popolazione? Chi ne dubita prova che la sua coscienza è in ritardo rispetto allo slancio spontaneo delle masse. Negli uni il movimento operaio ha suscitato e suscita ancora malcontento, in altri la speranza che esso appoggi l'opposizione, in altri ancora la consapevolezza dell' inconsistenza del regime autocratico, dell'inevitabilità del suo crollo. Saremmo dei «politici» e dei socialdemocratici solo a parole (come capita in realtà molto spesso) se non comprendessimo che è nostro compito utilizzare tutte le manifestazioni di malcontento, ed elaborare tutte le più piccole proteste, anche embrionali. Non parliamo poi dei milioni e milioni di contadini lavoratori, di artigiani, ecc. che ascolterebbero sempre con grande interesse la propaganda di ogni socialdemocratico più o meno abile. Ma potreste indicarci una sola classe della popolazione nella quale non si trovino uomini singoli, circoli e gruppi insoddisfatti del regime di oppressione e di arbitrio, e quindi accessibili alla propaganda del socialdemocratico, portavoce delle aspirazioni democratiche generali più urgenti? E a chi vorrà avere un'idea del modo come concretamente si possa sviluppare l'agitazione politica del socialdemocratico in tutte le classi e in tutti gli strati della popolazione, indicheremo le denunce politiche nel senso largo della parola, che sono il mezzo principale (ma non il solo) per tale agitazione.
Dobbiamo — scrivevo nell'articolo Da che cosa cominciare? (Iskra, n. 4, maggio 1901 [5]), di cui dovremo ben presto parlare minutamente — ... destare in tutti gli strati del popolo più o meno coscienti la passione delle denunce politiche. Se le voci che si levano per smascherare il regime sono oggi così deboli, rare e timide, non dobbiamo impressionarcene. Ciò non è affatto dovuto alla rassegnazione generale agli arbitri polizieschi. È dovuto al fatto che gli uomini capaci di fare delle denunce, e pronti a farle, non hanno una tribuna dalla quale poter parlare, non hanno un pubblico che ascolti e approvi appassionatamente gli oratori; al fatto che essi non vedono da nessuna parte nel popolo una forza alla quale valga la pena di rivolgersi per protestare contro «l'onnipotente» governo russo... Abbiamo oggi la possibilità e il dovere di creare una tribuna da cui tutto il popolo possa denunciare il governo zarista, e questa tribuna deve essere un giornale socialdemocratico.
Il pubblico ideale per le denunce politiche è precisamente la classe operaia, che ha bisogno innanzi tutto e soprattutto di cognizioni politiche vive e multiformi e che è la più atta a trasformare queste cognizioni in una lotta attiva, anche senza la prospettiva di «risultati tangibili». E la tribuna per queste denunce dinanzi a tutto il popolo non può essere che un giornale per tutta la Russia. «Nell'Europa moderna senza un organo di stampa politico è inconcepibile un movimento che meriti di esser chiamato politico», e la Russia, da questo punto di vista, deve essere indubbiamente compresa nell'Europa moderna. La stampa è diventata da molto tempo una forza nel nostro paese, altrimenti il governo non spenderebbe decine di migliaia di rubli per comperarla e per sovvenzionare i vari Katkov e Mestcerski. E non si dice cosa nuova quando si afferma che nella Russia autocratica la stampa illegale ha già parecchie volte spezzato le barriere della censura e ha fatto parlare apertamente di sé i giornali legali e conservatori. Questo è avvenuto negli anni settanta e persino negli anni cinquanta. E quanto sono oggi più vasti e profondi gli strati popolari disposti a leggere la stampa illegale — per usare l'espressione dell'operaio autore della lettera pubblicata nel n. 7 dell'Iskra — disposti a impararvi a «vivere e a morire»! Le denunce politiche sono una dichiarazione di guerra al governo, come le denunce economiche sono una dichiarazione di guerra agli industriali. E questa dichiarazione di guerra ha un'importanza morale tanto maggiore quanto più vasta e vigorosa è la campagna di denunce, quanto più numerosa e decisa è la classe sociale che dichiara la guerra per iniziarla. Le denunce politiche sono dunque, di per sé, un mezzo potente per disgregare il regime nemico, per staccare dal nemico i suoi alleati casuali o temporanei, per seminare l'ostilità e la sfiducia tra i ceti che partecipano permanentemente al potere autocratico.
Solo il partito che organizzerà veramente delle denunce che interessino tutto il popolo potrà diventare l'avanguardia delle forze rivoluzionarie. E queste parole: «tutto il popolo» hanno un significato molto vasto. L'immensa maggioranza dei denunciatori che non appartengono alla classe operaia (poiché per diventare avanguardia dobbiamo attirare le altre classi) sono dei politici sensati, dei tranquilli uomini d'affari. Sanno perfettamente quanto sia pericoloso «lagnarsi » anche di un piccolo funzionario e, a maggior ragione, dell'«onnipotente» governo russo. Ed essi rivolgeranno a noi le loro proteste solo quando vedranno che possono raggiungere qualche risultato, che noi siamo veramente una forza politica. Per diventare una forza politica agli occhi del pubblico non basta appiccicare l'etichetta « avanguardia» a una teoria e a una pratica da retroguardia, ma bisogna lavorare molto e tenacemente, per elevare la nostra coscienza, il nostro spirito di iniziativa e la nostra energia.
Ma — ci domanderanno e già ci domandano i partigiani troppo zelanti del «legame stretto ed organico con la lotta proletaria» — se noi dobbiamo incaricarci di organizzare denunce che interessino veramente tutto il popolo, come si manifesterà il carattere di classe del nostro movimento? Si manifesterà appunto nel fatto che l'organizzazione di tali denunce popolari sarà opera nostra, di noi socialdemocratici, nel fatto che l'esposizione di tutte le questioni sollevate nell'agitazione sarà fatta con uno spirito coerentemente socialdemocratico e senza nessuna concessione alle deformazioni, volute o no, del marxismo, nel fatto che questa multiforme agitazione politica sarà sviluppata da un partito che lega, in un tutto indissolubile, l'offensiva contro il governo in nome di tutto il popolo, l'educazione rivoluzionaria del proletariato, la salvaguardia della sua indipendenza politica, la direzione della lotta economica della classe operaia e l'utilizzazione degli urti spontanei con i suoi sfruttatori, urti che sollevano e attraggono continuamente nel nostro campo sempre nuovi strati proletari.
Ma fra i tratti più caratteristici dell'economismo c'è appunto quello di non comprendere questo legame, di non comprendere nemmeno che il bisogno più immediato del proletariato (l'educazione politica multiforme per mezzo delle denunce e dell'agitazione politica) coincide con la necessità del movimento democratico generale. Questa incomprensione si manifesta non solo nelle frasi «alla Martynov», ma anche in brani che hanno un significato assolutamente identico e si richiamano a un punto di vista sedicente classista. Ecco per esempio come si esprimono gli autori della lettera «economica» pubblicata nel n. 12 dell'Iskra [*14]: «Questo stesso difetto fondamentale dell’Iskra [la sopravvalutazione dell'ideologia] è la causa della sua mancanza di coerenza nella questione dell'atteggiamento della socialdemocrazia verso le varie classi e tendenze sociali. Essendosi posta, mediante escogitazioni teoriche [e non in seguito allo "sviluppo dei compiti del partito che si sviluppano insieme con il partito stesso"], il compito di passare immediatamente alla lotta contro l'assolutismo e sentendo probabilmente tutta la difficoltà che questa lotta presenta per gli operai nella situazione attuale... [e non solo sentendo, ma sapendo anche molto bene che questa lotta sembra meno difficile agli operai che agli intellettuali "economisti" che li trattano come dei bambini, perché gli operai sono pronti a lottare anche per rivendicazioni che non possono dare alcun "risultato tangibile", per dirla con l'indimenticabile Martynov] ma non avendo la pazienza di attendere che vi sia una sufficiente accumulazione di forze da parte degli operai per questa lotta, l’Iskra comincia a cercare alleati fra i liberali e gli intellettuali... ».
Sì, sì, abbiamo davvero perduto la «pazienza»: non possiamo più «attendere» il momento felice che ci promettono da molto tempo i «conciliatori» di ogni genere, in cui i nostri economisti cesseranno di gettare sugli operai la colpa del proprio ritardo, di giustificare la loro mancanza di energia con la pretesa insufficienza delle forze operaie. In che cosa deve consistere — domanderemo ai nostri economisti — l'«accumulazione di forze da parte degli operai per questa lotta»? Non è forse evidente che essa consiste nell'educazione politica degli operai, nella denuncia davanti ad essi di tutti gli aspetti della nostra ignobile autocrazia? E non è chiaro che proprio per questo lavoro ci sono necessari degli «alleati tra i liberali e gli intellettuali», pronti a comunicarci le loro denunce sulla campagna politica contro gli zemstvo, i maestri, gli statistici, gli studenti, ecc? È tanto difficile comprendere questo «sapiente meccanismo»? P. Axelrod non ci ripete forse dal 1897: «II compito della conquista da parte dei socialdemocratici russi di partigiani e di alleati diretti o indiretti fra le classi non proletarie viene risolto soprattutto e principalmente dal carattere della propaganda fra lo stesso proletariato»? Ma Martynov e gli altri economisti continuano, nonostante tutto, a pensare che gli operai devono prima accumulare forze (per la politica tradunionista) con «la lotta economica contro i padroni e contro il governo» e in seguito « passare» — senza dubbio dall'«educazione» tradunionista della loro « attività» — all'attività socialdemocratica.
«...Nelle sue ricerche — continuano gli economisti — l’Iskra si allontana spesso dalla posizione classista, mascherando gli antagonismi di classe e ponendo in primo piano il malcontento comune contro il governo, sebbene le cause e il grado di tale malcontento siano molto diversi negli "alleati"». Così, ad esempio, col suo atteggiamento verso lo zemstvo... l’Iskra «prometterebbe ai nobili, insoddisfatti delle elemosine governative, l'aiuto della classe operaia, senza dire una parola sul contrasto di classe che pone l'uno contro l'altro questi strati della popolazione». Se il lettore leggerà gli articoli: L'autocrazia e gli zemstvo (n. 2 e 4 dell’Iskra) ai quali verosimilmente alludono gli autori della lettera, vedrà allora che essi sono dedicati [*15] all'atteggiamento del governo verso l'«anodina agitazione dello zemstvo burocratico e censitario» e all'«azione delle stesse classi possidenti». Nell'articolo si dice che l'operaio non può rimanere indifferente dinanzi alla lotta del governo contro lo zemstvo: e i membri degli zemstvo sono invitati a farla finita con i discorsi anodini e a pronunziare parole forti e categoriche quando dinanzi al governo si leverà, in tutta la sua forza, la socialdemocrazia rivoluzionaria. Che c'è in questo di inaccettabile per gli autori della lettera? Non sappiamo. Pensano forse che l'operaio «non comprenderà» le parole «classi possidenti» e «zemstvo burocratico e censitario»? Credono forse che il fatto di spingere i membri degli zemstvo a passare dai discorsi anodini a parole forti sia una «sopravvalutazione dell'ideologia »? Immaginano forse che gli operai possano «accumulare forze» per la lotta contro l'assolutismo se non conoscono l'atteggiamento dell'assolutismo anche verso gli zemstvo? Ancora una volta, non sappiamo. Una cosa però è chiara: che gli autori hanno un'idea molto vaga dei compiti politici della socialdemocrazia. Ciò risulta in modo ancor più chiaro dalla frase: «Tale è l'atteggiamento dell'Iskra anche verso il movimento degli studenti» (« tale», cioè che «maschera» anch'esso gli «antagonismi di classe»). Invece di invitare gli operai ed affermare con una pubblica manifestazione che il vero focolaio della violenza, dell'arbitrio e della sfrenatezza non è costituito dalla gioventù universitaria, ma dal governo (Iskra, n. 2), noi avremmo dovuto probabilmente pubblicare dei ragionamenti sul tipo di quelli della Rabociaia Mysl. Nell'autunno del 1901, dopo gli avvenimenti di febbraio e di marzo, alla vigilia di una ripresa del movimento universitario — ripresa la quale dimostra chiaramente che anche in questa occasione la protesta «spontanea» contro l'autocrazia oltrepassa la direzione cosciente del movimento da parte della socialdemocrazia — vi sono dei socialdemocratici che esprimono tali idee. L'impulso naturale che spinge gli operai a difendere gli studenti percossi dalla polizia e dai cosacchi oltrepassa l'attività cosciente dell'organizzazione socialdemocratica.
«Tuttavia in altri articoli — continuano gli autori della lettera — l'Iskra condanna energicamente ogni "compromesso" e difende per esempio l'intolleranza dei guesdisti». A chi ha l'abitudine di affermare, con tanta presunzione e leggerezza, che le divergenze attuali fra i socialdemocratici non sono essenziali e non giustificano la scissione, consigliamo di meditare seriamente su queste parole. Chi afferma che non abbiamo ancora fatto quasi niente per mettere in evidenza l'atteggiamento ostile dell'autocrazia verso le classi più svariate, per rivelare agli operai l'opposizione degli strati più diversi della popolazione all'autocrazia, può forse lavorare utilmente in una stessa organizzazione con chi ritiene che tale compito è «un compromesso», verosimilmente un compromesso con la teoria della «lotta economica contro i padroni e contro il governo»?
In occasione del quarantesimo anniversario dell'emancipazione dei contadini abbiamo parlato della necessità di portare la lotta di classe nelle campagne (n. 3 [7]); a proposito del promemoria segreto di Witte, abbiamo dimostrato il contrasto fondamentale che esiste tra l'autonomia locale e l'autocrazia (n. 4); a proposito della nuova legge, abbiamo attaccato i grandi proprietari terrieri feudali e il governo che è al loro servizio (n. 8 [8]), abbiamo applaudito al congresso illegale degli zemstvo ed incoraggiato i membri degli zemstvo a passare dalle umili richieste alla lotta (n. 8 [9]): in occasione del manifesto del Comitato esecutivo degli studenti di Mosca, del 25 febbraio, abbiamo incoraggiato gli studenti che, cominciando a comprendere la necessità della lotta politica, hanno senz'altro iniziato questa lotta (n. 3), e nello stesso tempo abbiamo fustigato la «grossolana incomprensione» di coloro che esortano gli studenti a rimanere sul terreno «puramente universitario» e a non partecipare alle manifestazioni di strada (n. 3); abbiamo svelato i «sogni assurdi» e l'«ipocrisia» dei farisei liberali della Rossia (n. 5), e nello stesso tempo abbiamo stigmatizzato il furore del governo che «faceva giustizia sommaria di pacifici scrittori, di vecchi professori e scienziati, di membri degli zemstvo noti come liberali» (n. 5, Una spedizione poliziesca contro la letteratura); abbiamo denunciato il vero significato del programma di «sollecitudine dello Stato per il miglioramento del tenore di vita degli operai» e messo in rilievo la «preziosa confessione» che «prevenire le rivendicazioni dal basso con delle riforme dall'alto è meglio che attenderle» (n. 6 [10]); abbiamo incoraggiato gli statistici nelle loro proteste (n. 7) e biasimato gli statistici crumiri (n. 9). Considerare questa tattica come un oscuramento della coscienza di classe del proletariato e come un compromesso con il liberalismo, significa dimostrare che non si capisce assolutamente la sostanza del programma del «Credo», significa applicare di fatto quel programma, pur dichiarandovisi contrari a parole. Infatti con ciò stesso si trascina il socialdemocratico alla «lotta economica contro i padroni e contro il governo» e si recede dinanzi al liberalismo, rinunciando a intervenire attivamente e a definire il proprio atteggiamento socialdemocratico in ogni questione «liberale».
f ) Ancora una volta «calunniatori », ancora una volta «mistificatori»
Queste amabilità ci vengono, come il lettore ricorderà, dal Raboceie Dielo, che risponde così alla nostra accusa di «preparare indirettamente il terreno per trasformare il movimento operaio in uno strumento della democrazia borghese». Nella sua semplicità il Raboceie Dielo ha deciso che tale accusa è solo un argomento polemico. Quei malvagi dogmatici, ha pensato, hanno deciso di dirci tutte le cose più sgradevoli: e che cosa ci può essere di più sgradevole che diventare strumento della democrazia borghese? E stampa, in neretto, una « smentita». «Calunnia patente» (Due congressi, p. 30) « mistificazione» (p. 31), «mascherata» (p. 33). Come Giove (quantunque non gli somigli molto), il Raboceie Dielo si offende appunto perché ha torto e, affrettandosi a ingiuriarci, prova che non è capace di afferrare il pensiero dei suoi avversari. Eppure non v'era bisogno di lunghe riflessioni per comprendere che qualsiasi sottomissione alla spontaneità dal movimento di massa, qualsiasi abbassamento della politica socialdemocratica al livello della politica tradunionista equivale a preparare il terreno per la trasformazione del movimento operaio in strumento della democrazia borghese. Di per sé, il movimento operaio spontaneo non può che generare (e genera immancabilmente) il tradunionismo, e la politica tradunionista della classe operaia è precisamente la politica borghese della classe operaia. La partecipazione della classe operaia alla lotta politica ed anche alla rivoluzione politica non basta a dare a tale politica un carattere socialdemocratico. Non pensa il Raboceie Dielo di negarlo? Non pensa infine di esporre davanti a tutti, in modo aperto e senza sotterfugi, la propria comprensione dei problemi scottanti della socialdemocrazia internazionale e russa? Oh no! esso non penserà mai nulla di simile, perché si attiene fermamente al metodo che può essere chiamato il metodo di «non saper niente». Io non sono io, il cavallo non è mio, io non sono il cocchiere. Noi non siamo economisti, la Rabociaia Mysl non è economismo, in Russia non esiste in generale l'economismo. Questo è un metodo magnificamente abile e « diplomatico», che ha soltanto un piccolo inconveniente: ai giornali che lo praticano si ha l'abitudine di dare la denominazione «Ai vostri ordini».
Per il Raboceie Dielo la democrazia borghese in generale non è in Russia che un «fantasma» (Due congressi, p. 32) [*16]. Gente beata! Come lo struzzo, nasconde la testa sotto l'ala e s'immagina che tutto quanto lo circonda sia scomparso. I pubblicisti liberali che ogni mese annunziano trionfalmente che il marxismo si disgrega o magari è scomparso; i giornali liberali (S. Peterburgskie Viedomosti, Russkie Viedomosti e molti altri) nei quali si incoraggiano i liberali che difendono tra gli operai la concezione brentaniana della lotta di classe e la concezione tradunionista della politica; la pleiade dei «critici» del marxismo, le cui vere tendenze sono state così ben messe in rilievo dal « Credo» e la cui produzione letteraria è la sola che possa circolare in Russia liberamente e senza impacci; la recrudescenza delle tendenze rivoluzionarie non socialdemocratiche, specialmente dopo gli avvenimenti di febbraio e marzo: tutto ciò non è che un fantasma! Non c'è niente in tutto ciò che si ricolleghi alla democrazia borghese!
Il Raboceie Dielo, e con esso gli autori della lettera economica pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, dovrebbero «domandarsi perché gli avvenimenti della primavera hanno provocato una così forte recrudescenza delle tendenze rivoluzionarie non socialdemocratiche invece di rafforzare l'autorità ed il prestigio della socialdemocrazia». La causa sta nel fatto che noi non siamo stati all'altezza del compito, che l'attività delle masse operaie è andata al di là della nostra, che non abbiamo avuto abbastanza dirigenti e organizzatori rivoluzionari ben preparati i quali conoscessero perfettamente lo stato d'animo di tutti gli strati sociali dell'opposizione e sapessero mettersi alla testa del movimento, per trasformare una manifestazione spontanea in una manifestazione politica, allargarne il carattere politico, ecc. Fino a quando questa situazione perdurerà, i rivoluzionari non socialdemocratici più abili, più energici, approfitteranno inevitabilmente della nostra arretratezza, e gli operai, per quanto grandi siano la loro energia e la loro abnegazione nelle lotte contro la polizia e contro le truppe, per quanto rivoluzionarie siano le loro azioni, non costituiranno che un punto di appoggio per i rivoluzionari non socialdemocratici. Saranno solo la retroguardia della democrazia borghese e non l'avanguardia socialdemocratica. Guardate per esempio la socialdemocrazia tedesca, di cui i nostri economisti vogliono imitare solo i lati deboli. Perché non vi è in Germania un solo avvenimento politico che non contribuisca a rafforzare la sua autorità e il suo prestigio? Perché essa è sempre la prima a valutare nel modo più rivoluzionario ogni avvenimento, a sostenere ogni protesta contro tutti i soprusi. Non si culla nelle illusioni, non immagina che la lotta economica obblighi gli operai a porsi il problema dell'oppressione politica e le condizioni concrete spingano fatalmente il movimento operaio sulla via rivoluzionaria. È presente in tutti i campi ed in tutte le questioni della vita sociale e politica: interviene quando Guglielmo rifiuta di ratificare la nomina a sindaco di un borghese progressista (i nostri "economisti" non hanno avuto ancora il tempo di insegnare ai tedeschi che in fondo ciò è un compromesso con il liberalismo!), quando si vota una legge contro le immagini e gli scritti «immorali», quando il governo esercita una certa pressione per ottenere l'elezione di determinati professori, ecc. Ovunque la socialdemocrazia è in prima fila, stimolando il malcontento politico in tutte le classi, ridestando gli addormentati, trascinando i ritardatari, fornendo materiali di ogni genere per sviluppare la coscienza e l'attività politica del proletariato. Ne risulta che questo combattente politico di avanguardia è rispettato anche dai nemici coscienti del socialismo, e spesso accade che un documento importante, non solo delle sfere borghesi, ma anche delle sfere burocratiche e persino della corte, cada, come per miracolo, nella redazione del Vorwàrts.
Ecco dove risiede la soluzione di quell'apparente «contraddizione» che supera in così alto grado la misura della comprensione del Raboceie Dielo, il quale leva le mani al cielo e grida: «È una mascherata»! Figuratevi un po': noi, Raboceie Dielo, poniamo in primo piano il movimento operaio di massa (e scriviamo ciò in grassetto!), noi mettiamo tutti in guardia contro la diminuzione dell'importanza dell'elemento spontaneo, noi vogliamo dare alla stessa, stessa, stessa lotta economica un carattere politico, noi vogliamo conservare un legame stretto e organico con la lotta proletaria! E ci dicono che noi prepariamo il terreno per trasformare il movimento operaio in uno strumento della democrazia borghese. E chi dice questo? Individui che fanno un «compromesso» con il liberalismo, che si immischiano in ogni problema « liberale» (quale incomprensione del «legame organico con la lotta proletaria»!), rivolgendo tanta attenzione anche agli studenti e persino (oh, orrore!) ai rappresentanti degli zemstvo! Individui che in generale vogliono dare una maggiore (in confronto agli economisti) percentuale delle loro forze all'attività fra le classi non proletarie della popolazione! Non è questa una «mascherata»??
Povero Raboceie Dielo! Riuscirà in fin dei conti a capire questo complicato procedimento?
4. Il primitivismo degli economisti e l'organizzazione dei rivoluzionari

a) Che cos'è il primitivismo?
b) Primitivismo ed economismo
c) Organizzazione degli operai e organizzazione dei rivoluzionari
d) Ampiezza del lavoro di organizzazione
e) Organizzazione "cospirativa" e "democrazia"
f) Lavoro locale e lavoro nazionale
Le affermazioni del Raboceie Dielo, da noi sopra analizzate, secondo cui la lotta economica è il metodo più largamente applicabile di agitazione politica, secondo cui il nostro compito consiste oggi nel dare alla stessa lotta economica un carattere politico, ecc., sono il riflesso di una concezione ristretta dei nostri compiti, non solo nel campo politico, ma anche nelle questioni organizzative. La "lotta economica contro i padroni e contro il governo" non richiede affatto - e quindi non può neanche suscitare - un'organizzazione centralizzata per tutta la Russia, che unisca, per un attacco generale, tutte le diverse manifestazioni di opposizione politica, di protesta e di indignazione, un'organizzazione di rivoluzionari professionali, diretta da veri capi politici di tutto il popolo. Ciò è comprensibile. La struttura di ogni organismo è necessariamente ed inevitabilmente determinata dal contenuto della sua attività. Con le sue affermazioni, analizzate sopra, il Raboceie Dielo consacra e legittima quindi la limitatezza non solo dell'azione politica, ma anche del lavoro organizzativo. Anche in questo caso, come sempre, la consapevolezza cede il passo alla spontaneità. E pertanto la venerazione per le forze organizzative sorte spontaneamente, il rifiuto di comprendere quanto il nostro lavoro organizzativo sia ristretto e primitivo e fino a qual punto, in questo campo importante lavoriamo ancora con metodi "artigiani", tutto ciò, affermo, è un serio indizio del male che affligge il nostro movimento. Naturalmente non si tratta di una crisi di decadenza, ma di sviluppo. Oggi però, mentre l'ondata della rivolta spontanea travolge, si può dire, anche noi dirigenti ed organizzatori del movimento, è assolutamente necessario combattere con inflessibilità contro chiunque intenda difendere la nostra arretratezza e voglia legittimare la nostra limitatezza nelle questioni organizzative; è necessario risvegliare in tutti coloro che partecipano o si preparano a partecipare al lavoro pratico il malcontento contro il primitivismo imperante fra noi e la incrollabile determinazione di sbarazzarcene.
a) Che cos'è il primitivismo?
Cerchiamo di rispondere a questa domanda tracciando un quadro dell'attività di un circolo socialdemocratico tipico tra il 1894 e il 1901. Abbiamo già accennato all'entusiasmo per il marxismo che animava la gioventù universitaria d'allora. Tanta passione era naturalmente suscitata, più che dal marxismo come teoria, dalla risposta che il marxismo dava alla domanda: "che fare?", dall'appello a marciare contro il nemico. E i nuovi combattenti s'accingevano alla lotta con una preparazione e con armi straordinariamente primitive. Per lo più le armi erano poche e la preparazione mancava del tutto. Si andava in guerra come contadini mai staccatisi prima dall'aratro, armati solo di un bastone. Senza nessun legame con i vecchi militanti, senza legami con i circoli delle altre città e neppure con quelli degli altri rioni (o delle altre scuole) della propria città, senza nessun coordinamento tra le varie parti del lavoro rivoluzionario, senza nessun piano di azione sistematico per un periodo più o meno lungo, il circolo studentesco si mette in contatto con degli operai e incomincia il lavoro. Sviluppa progressivamente una propaganda e un'agitazione sempre più intense; si attira così, per il solo fatto della sua costituzione, la simpatia di un numero abbastanza grande di operai, la simpatia di una certa parte dei ceti sociali colti, che danno del denaro e mettono a disposizione del "comitato" sempre nuovi gruppi di giovani. Il prestigio del "comitato" (o dell'"Unione di lotta") aumenta, il suo campo d'azione si allarga e la sua attività si estende spontaneamente. Coloro che, un anno o qualche mese prima, parlavano nei circoli studenteschi, decidono sul cammino da seguire, creano e mantengono rapporti con gli operai, preparano e lanciano dei manifestini, si mettono in contatto con altri gruppi di rivoluzionari, si procurano della stampa, cominciano a pubblicare un giornale locale, cominciano a parlare di organizzare una manifestazione, passano infine alle ostilità aperte (sarà, secondo le circostanze, un primo foglio di agitazione, il primo numero di un giornale o una prima manifestazione); ma allora, e di solito, l'apertura delle ostilità provoca il crollo immediato e completo. Immediato e completo proprio perché quelle operazioni militari non erano il risultato di un piano sistematico per una lotta lunga ed accanita, precedentemente meditato e minuziosamente preparato, ma semplicemente lo sviluppo spontaneo del lavoro di un circolo su una base tradizionale; perché la polizia quasi sempre conosceva in quella determinata località i principali dirigenti che avevano già "fatto parlare di sé" sui banchi delle università e perché, attendendo il momento propizio per una vasta retata, aveva lasciato che il circolo crescesse e si sviluppasse al fine di avere nelle sue mani il corpus delicti e ogni volta aveva intenzionalmente lasciata libera qualche persona conosciuta "per il seme" (è l'espressione tecnica usata, per quanto io sappia, sia dai nostri che dai gendarmi). Questa guerra ricorda la marcia delle bande contadine, armate di bastoni, contro un esercito regolare. E non si può che ammirare la vitalità di un movimento che si ingrandiva, si estendeva e riportava vittorie nonostante la completa mancanza di ogni preparazione da parte dei combattenti. Il carattere primitivo dell'armamento era, è vero, non solo inevitabile all'inizio, ma anche storicamente legittimo, perché permetteva di attirare un gran numero di combattenti. Ma appena cominciarono le operazioni serie (e queste cominciarono con gli scioperi dell'estate del 1896) i difetti della nostra organizzazione divennero sempre più evidenti. Dopo un momento di sorpresa e dopo aver commesso tutta una serie di errori (come l'appello all'opinione pubblica contro i misfatti dei socialisti, la deportazione degli operai dalle capitali nei centri industriali di provincia), al governo non occorse molto tempo per adattarsi alle nuove condizioni di lotta e per disporre nei punti opportuni le proprie squadre di provocatori, di spie e di gendarmi forniti dei mezzi tecnici più perfezionati. Le retate diventarono così frequenti, colpirono tanta gente, fecero un tale "repulisti" nei circoli locali che la massa operaia perdette letteralmente tutti i dirigenti, il movimento si disorganizzò in modo incredibile e fu impossibile mantenere qualsiasi continuità e organicità nel lavoro. La straordinaria dispersione dei militanti locali, il fatto che i circoli erano composti da gente capitatavi per caso, la mancanza di preparazione e l'orizzonte ristretto nel campo teorico, politico e organizzativo: tutto ciò fu il risultato inevitabile delle condizioni descritte più sopra. In certi luoghi, data la nostra mancanza di precauzione e di misure cospirative, gli operai giunsero ad allontanarsi, per diffidenza, dagli intellettuali: la loro avventatezza - essi dicevano - provoca inevitabilmente gli arresti!
Questo primitivismo, come sa chiunque conosca più o meno il movimento, è stato finalmente giudicato da tutti i socialdemocratici ragionevoli come una vera malattia. Ma affinché il lettore male informato non creda che noi «fabbrichiamo» artificialmente una fase o una malattia del movimento, citeremo il testimonio cui siamo ricorsi una volta. Spero che questa lunga citazione ci verrà perdonata.
«Se il passaggio graduale ad un'attività pratica più vasta — scrive B-v [1], nel n. 6 del Raboceie Dielo —, passaggio che è in funzione diretta del generale periodo di transizione attraversato dal nostro movimento operaio, è un fatto caratteristico... esiste un'altra caratteristica non meno interessante nel meccanismo della rivoluzione operaia russa. Vogliamo parlare della insufficienza generale di forze rivoluzionarie adatte all'azione [*1] che si fa sentire non solo a Pietroburgo, ma in tutta la Russia. A misura che il movimento operaio si intensifica, che la massa operaia si sviluppa, che gli scioperi diventano più frequenti, che la lotta di massa degli operai si manifesta più apertamente e che si aggravano le persecuzioni governative, gli arresti, le espulsioni e le deportazioni, questa insufficienza di forze rivoluzionarie altamente qualificate diventa più sensibile e si ripercuote indubbiamente sulla profondità e sul carattere generale del movimento. Molti scioperi si svolgono senza che le organizzazioni rivoluzionarie reagiscano direttamente e fortemente... Si avverte l'insufficienza di fogli di agitazione e di letteratura illegale... I circoli operai rimangono senza agitatori... inoltre la scarsità di denaro si fa continuamente sentire. In una parola, la crescita del movimento operaio oltrepassa la crescita e lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionane. I militanti rivoluzionari sono oggi troppo pochi per tenere in pugno tutta la massa operaia in effervescenza, per armonizzare e organizzare in un modo qualsiasi tutte le manifestazioni di malcontento... I circoli, i rivoluzionari non sono uniti, non sono raggruppati, non formano un'organizzazione unica, forte e disciplinata, con tutte le sue parti razionalmente sviluppate...» Dopo aver dichiarato che l'immediata costituzione di nuovi circoli in sostituzione di quelli distrutti «prova solo la vitalità del movimento... ma non dimostra che esiste un numero sufficiente di nuovi militanti rivoluzionari ben preparati», l'autore conclude: «La mancanza di preparazione pratica nei rivoluzionari pietroburghesi influisce sui risultati del loro lavoro. Gli ultimi processi, specialmente quelli dei gruppi dell’"Autoemancipazione" e della "Lotta del lavoro contro il capitale" [2], hanno dimostrato chiaramente che un giovane agitatore non perfettamente familiarizzato con le condizioni del lavoro, con le condizioni dell'agitazione in una determinata officina, ignorando i principi dell'azione clandestina ed avendo per solo bagaglio (se lo ha) i principi generali della socialdemocrazia, può lavorare forse per quattro, cinque o sei mesi. Dopo è inevitabile l'arresto, che provoca spesso il crollo, per lo meno parziale, dell'organizzazione. Può un gruppo lavorare utilmente e con successo quando la sua esistenza non dura più di qualche mese?... Evidentemente tutti i difetti delle organizzazioni esistenti non possono essere attribuiti unicamente al periodo transitorio... È evidente che il numero, e soprattutto la qualità dei militanti di queste organizzazioni, contano molto. Il primo compito dei nostri socialdemocratici... consiste nell’unificare effettivamente le organizzazioni con una selezione rigorosa dei loro membri».
b) Primitivismo ed economismo
Dobbiamo ora soffermarci sulla questione che certamente tutti i lettori si sono già posta. Questo primitivismo, malattia di crescenza che colpisce tutto il movimento, è legato con l'economismo, considerato come una delle tendenze della socialdemocrazia russa? Crediamo di sì. La mancanza di preparazione pratica, di abilità nel lavoro organizzativo è una malattia che colpisce tutti, anche quelli tra noi che fin dall'inizio sono sempre rimasti sul terreno del marxismo rivoluzionario. E certamente non si può imputare ai militanti questa mancanza di preparazione come un delitto. Ma il primitivismo non consiste solo nella mancanza di preparazione; si riscontra anche nella ristrettezza del lavoro rivoluzionario in generale, nella incomprensione del fatto che tale ristrettezza ostacola la formazione di una buona organizzazione rivoluzionaria e infine - ed è la questione principale - si riscontra nei tentativi di giustificare tale ristrettezza e di farne una "teoria", cioè nella sottomissione alla spontaneità anche in questa materia. Fin da quando si manifestarono tentativi in questa direzione, divenne evidente che il primitivismo era legato all'economismo, e che noi non ci saremmo sbarazzati della nostra ristrettezza, nel lavoro organizzativo, senza esserci prima liberati dell'economismo in generale (cioè della ristretta interpretazione della teoria marxista, della funzione della socialdemocrazia e dei suoi compiti politici). Tali tentativi si sono manifestati in due direzioni. Gli uni hanno cominciato a dire: la massa operaia non si è ancora posta essa stessa compiti politici vasti e combattivi come quelli che le "impongono" i rivoluzionari; essa deve ancora lottare per le rivendicazioni politiche immediate, sviluppare la "lotta economica contro i padroni e contro il governo" [*2] (a questa lotta "accessibile" al movimento di massa corrisponde naturalmente un'organizzazione "accessibile" anche alla gioventù meno preparata). Altri, lontani da ogni "gradualismo", hanno detto: noi possiamo e dobbiamo "fare la rivoluzione politica", ma a tal fine non v'è nessun bisogno di creare una forte organizzazione di rivoluzionari che educhi il proletariato a una lotta continua ed accanita; basta che ci armiamo tutti di un bastone "accessibile" e familiare. Per parlare senza metafore, dobbiamo organizzare lo sciopero generale [*3] o stimolare con "un terrorismo incitante" [*4] il movimento operaio che è un po' addormentato. Queste due tendenze (opportunistica e "rivoluzionaria") cedono di fronte al primitivismo dominante, non vedono il nostro compito pratico più urgente: creare un'organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l'energia, la fermezza e la continuità.
Abbiamo or ora riferito le parole di B-v: «La crescita del movimento operaio oltrepassa la crescita e lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionarie». Questa «informazione preziosa di un osservatore bene informato» (come dice il Raboceie Dielo a proposito dell'articolo di B-v) ci è doppiamente preziosa. Dimostra che noi avevamo ragione di scorgere la causa fondamentale della crisi attuale della socialdemocrazia russa nel ritardo dei dirigenti («ideologi», rivoluzionari, socialdemocratici) rispetto allo slancio spontaneo delle masse. Dimostra inoltre che i ragionamenti degli autori della lettera economica pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, Kricevski e Martynov, sul pericolo di sottovalutare l'elemento spontaneo, la grigia lotta quotidiana, sulla tattica-processo, ecc, sono appunto una difesa e un'esaltazione del primitivismo. Costoro, che non possono pronunciare la parola «teorico» senza una smorfia sprezzante, che qualificano «senso della realtà» la loro venerazione per l'impreparazione e l'arretratezza, dimostrano di non comprendere niente dei nostri compiti pratici più urgenti. Ai ritardatari gridano: « Al passo! Non troppo presto!». A coloro che mancano di energia e di iniziativa nel lavoro organizzativo e di «piani» vasti ed audaci, predicano la « tattica-processo»! Il nostro errore capitale consiste nell'abbassare i nostri compiti politici ed organizzativi al livello degli interessi immediati, «tangibili», «concreti» della lotta economica d'ogni giorno. Eppure continuano a ripeterci il vecchio ritornello: bisogna dare anche alla lotta economica un contenuto politico! Anche qui dimostrano di possedere un « senso della realtà» simile a quello dell'eroe della favola popolare che vedendo passare un funerale gridava: «Cento di questi giorni».
Ricordate l'impareggiabile alterigia, veramente alla «Narciso», con cui questi sapientoni predicavano a Plekhanov: «I compiti politici nel significato reale e pratico della parola, cioè nel senso della lotta pratica, razionale e utile per le rivendicazioni politiche, sono in generale [sic!] inaccessibili ai circoli operai» (Risposta della redazione del Raboceie Dielo, p. 24). Ma vi sono circoli e circoli, signori! Certamente i compiti politici sono inaccessibili a un circolo «artigianesco» fino a quando coloro che ne fanno parte non si saranno resi conto del loro primitivismo e non se ne saranno liberati. Ma se per di più questi dilettanti ne sono innamorati, se sottolineano immancabilmente la parola «pratico» ed immaginano che essere pratici significhi abbassare i propri compiti al livello delle masse più arretrate, allora, evidentemente, sono incurabili, e i compiti politici sono in generale realmente inaccessibili. Ma ad una cerchia di dirigenti come Alexeiev e Mysckin, Khalturin e Geliabov, i compiti politici sono accessibili nel significato più reale, più pratico della parola, precisamente nella misura in cui la loro ardente propaganda trova un'eco nelle masse che si destano spontaneamente, nella misura in cui la loro appassionata energia è sostenuta dalla energia della classe rivoluzionaria. Giustamente Plekhanov, invece di limitarsi a segnalare l'esistenza di questa classe rivoluzionaria e a provare che essa doveva di necessità destarsi spontaneamente all'azione, assegnava anche ai «circoli operai» un grande ed elevato compito politico. Ma voi vi basate sul movimento di massa, sorto in seguito, per abbassare questo compito, per restringere il campo d'azione e l'energia dei «circoli operai». Che cosa è questo, se non attaccamento dell'artigiano al proprio primitivismo? Vi vantate del vostro spirito pratico e ignorate ciò che qualunque «pratico» russo sa; non vedete i risultati meravigliosi che può raggiungere nel campo rivoluzionario l'energia non solo di un circolo, ma perfino di un individuo isolato. Credete forse che non possano sorgere nel nostro movimento capi simili a quelli sorti dopo il 1870? Perché non ve ne sarebbero? Perché siamo poco preparati? Ma noi ci prepariamo, continueremo a prepararci e saremo pronti. Sulle acque stagnanti della «lotta economica contro i padroni e contro il governo» da noi, purtroppo, si è formato uno strato di muffa: c'è della gente che si inginocchia, si prosterna dinanzi alla spontaneità e contempla religiosamente (secondo l'espressione di Plekhanov) «le parti posteriori» del proletariato russo. Ma noi sapremo sbarazzarci di quella muffa. Proprio ora il rivoluzionario russo, animato da una teoria veramente rivoluzionaria, appoggiandosi sulla classe veramente rivoluzionaria, che si desta spontaneamente all'azione, potrà finalmente — finalmente! — levarsi in tutta la sua statura e dispiegare le sue forze, da eroe antico. È solo necessario che la massa dei militanti, e la massa più numerosa ancora di coloro che aspirano all'azione pratica fin dai banchi della scuola accolgano con scherno e disprezzo ogni tentativo di abbassare i nostri compiti politici e di restringere l'ampiezza del nostro lavoro di organizzazione. E noi vi riusciremo, signori, siatene sicuri.
Nell'articolo Da che cosa cominciare? ho scritto contro il Raboceie Dielo: «In ventiquattrore si può cambiare la propria tattica di agitazione in questa o quella questione particolare, la propria tattica in questo o in quel particolare della struttura del partito, ma soltanto individui senza principi possono cambiare in ventiquattrore, o anche in ventiquattro mesi, le proprie idee sulla necessità — in generale costante ed assoluta — di un'organizzazione di lotta e di un'agitazione politica tra le masse». Il Raboceie Dielo risponde «Quest'accusa dell’Iskra, la sola accusa che ha la pretesa di essere concreta, è fondata sul nulla. I lettori del Raboceie Dielo sanno molto bene che fin dall'inizio, senza attendere la pubblicazione dell’Iskra, li abbiamo incitati non solo all'agitazione politica [dicendo a questo proposito che non solo i circoli operai, «ma anche il movimento operaio di massa non può proporsi come suo primo compito politico l'abbattimento dell'assolutismo», ma tutt'al più la lotta per le rivendicazioni politiche immediate e che «le rivendicazioni politiche immediate» diventano accessibili alla massa dopo uno, o, nella peggiore delle ipotesi, più scioperi]... ma con le nostre pubblicazioni abbiamo fornito dall'estero ai compagni militanti in Russia i soli ed unici materiali per l'agitazione politica socialdemocratica... [e con questi soli ed unici materiali, non solo avete applicato largamente l'agitazione politica soltanto sul terreno della lotta economica, ma siete finalmente giunti alla conclusione che tale agitazione limitata è quella «più largamente applicabile». E voi non notate, signori, che i vostri argomenti provano precisamente la necessità della pubblicazione dell’Iskra — di fronte a quegli unici materiali — e la necessità della campagna dell’Iskra contro il Raboceie Dielo?]... D'altra parte le nostre pubblicazioni hanno preparato realmente l'unità tattica del partito... [unità nella convinzione che la tattica è un processo di sviluppo dei compiti del partito che si sviluppano con il partito? Preziosa unità!]... e hanno così reso possibile "l'organizzazione di combattimento" per la creazione del quale 1' "Unione" ha fatto in generale tutto quanto può fare una organizzazione esistente all'estero» (Raboceie Dielo, n. 10, p. 15). Inutile tentativo di svignarsela! Che abbiate fatto tutto quanto vi era possibile non ho mai sognato di negarlo. Ho affermato ed affermo che i vostri limiti del «possibile » sono angusti a causa della miopia delle vostre concezioni. È ridicolo anche soltanto parlare di una «organizzazione di combattimento» per la lotta per le «rivendicazioni politiche immediate» e per la «lotta economica contro i padroni e contro il governo».
Ma se il lettore desidera vedere le perle della passione «economista» per il primitivismo, dovrà naturalmente rivolgersi non all'eclettico ed instabile Raboceie Dielo, bensì alla logica e risoluta Rabociaia Mysl. «Diciamo ora due parole sui cosiddetti intellettuali rivoluzionari — scrive la Rabociaia Mysl nel Supplemento speciale, p. 13. — Essi hanno, è vero, ripetutamente dimostrato di essere pronti ad "ingaggiare un corpo a corpo decisivo con lo zarismo". Il male è che, perseguitati senza pietà della polizia politica, hanno scambiato la lotta contro quest'ultima con la lotta politica contro l'autocrazia. Perciò non hanno ancora risposto alla domanda: "Dove trovare le forze per la lotta contro l'autocrazia?"»
Non è forse stupefacente questo disdegno della lotta contro la polizia da parte di un uomo che venera (nel senso peggiore della parola) il movimento spontaneo? Eccolo pronto a giustificare la nostra scarsa abilità nell'azione clandestina con il fatto che, in un movimento di massa spontaneo, la lotta contro la polizia politica non ha, in fin dei conti, nessuna importanza!! Pochi, pochissimi accetteranno una simile mostruosa conclusione, tanto la questione dei difetti delle nostre organizzazioni rivoluzionarie è diventata il punto dolente per tutti. Ma se Martynov, per esempio, non l'accetta, è solo perché egli non sa spingere, o non ha il coraggio di farlo, il suo ragionamento fino alla sua logica conclusione. Infatti, se la massa pone delle rivendicazioni concrete per raggiungere risultati tangibili, è forse questo un «compito» che esige ad ogni costo la creazione di un'organizzazione rivoluzionaria, combattiva, solida, centralizzata? Non può forse questo «compito» essere assolto anche dalle masse che non «lottano contro la polizia politica»? E inoltre, forse che questo compito potrebbe essere assolto se, oltre ai pochi dirigenti, non se lo addossassero anche gli operai che (nella loro stragrande maggioranza) sono incapaci di «lottare contro la polizia politica»? Questi operai che formano l'elemento medio delle masse, in uno sciopero, in una lotta di strada contro la polizia e contro le truppe, possono dar prova di un'energia e di un'abnegazione senza pari, possono (ed essi solo lo possono) decidere dell'esito di tutto il nostro movimento; ma la lotta contro la polizia politica esige qualità speciali, esige dei rivoluzionari di professione. E dobbiamo fare in modo che la massa operaia non solo «avanzi» le rivendicazioni concrete, ma «generi» anche dei rivoluzionari di professione in numero sempre più grande. Eccoci dunque giunti alla questione dei rapporti fra l'organizzazione dei rivoluzionari di professione e il movimento puramente operaio. Questo problema, poco discusso nella nostra stampa, ha molto occupato noi «politici» nelle nostre discussioni e nei nostri colloqui con i compagni che tendono più o meno verso l'economismo. È bene soffermarvisi. Ma finiamo prima di illustrare con un'altra citazione la nostra tesi sull'esistenza di un legame tra il primitivismo e l'economismo.
«Il gruppo "Emancipazione del lavoro" — scriveva N. N. nella sua Risposta — propugna la lotta diretta contro il governo, senza esaminare dove si trovi la forza materiale necessaria per questa lotta, senza indicare la via da seguire.» Sottolineando queste ultime parole, l'autore, a proposito della parola «via», nota: «Non si può trattare di scopi segreti, perché nel programma non si parla di un complotto, ma di un movimento di massa. La massa non può seguire vie segrete. È forse possibile uno sciopero segreto? Una manifestazione ed una petizione segreta sono possibili?» (Vademecum, p. 59). L'autore affronta quindi la questione della «forza materiale» (organizzatori di scioperi e di manifestazioni) e delle «vie» della lotta, ma si dibatte nel dubbio e nel disorientamento perché «si prosterna» dinanzi al movimento di massa; lo considera cioè come un fattore che ci esime dall'attività rivoluzionaria e non come un fattore destinato a incoraggiare e a stimolare tale attività. È impossibile che uno sciopero sia segreto tanto per i suoi partecipanti quanto per coloro che vi sono direttamente interessati. Ma può rimanere (e, nella maggior parte dei casi, rimane) un «segreto» per la massa degli operai russi, perché il governo si preoccuperà di impedire qualsiasi contatto con gli scioperanti, qualsiasi diffusione di informazioni sullo sciopero. E allora occorre una «lotta» particolare «contro la polizia politica», lotta che non potrà mai essere attivamente sviluppata da una massa così numerosa come quella che partecipa allo sciopero. Questa lotta deve essere organizzata, «secondo tutte le regole dell'arte», da professionisti dell'azione rivoluzionaria. Dal fatto che la massa è spontaneamente trascinata nel movimento non scaturisce che l'organizzazione della lotta sia meno necessaria. Diventa invece ancora più necessaria perché noi socialisti, mancheremmo ai nostri obblighi diretti verso la massa se non sapessimo impedire alla polizia di tener segreto (e se, talvolta, non preparassimo segretamente anche noi) uno sciopero od una manifestazione qualsiasi. Noi possiamo farlo appunto perché la massa che si ridesta spontaneamente all'azione farà sorgere anche dal proprio seno un numero sempre più grande di «rivoluzionari di professione» (a condizione che non cominciamo ad invitare, su tutti i toni, gli operai a segnare il passo).
c) Organizzazione degli operai e organizzazione dei rivoluzionari
Se per un socialdemocratico il concetto di "lotta politica" coincide con il concetto di "lotta economica contro i padroni e contro il governo", è naturale che per lui l' "organizzazione dei rivoluzionari" coincida più o meno con l' "organizzazione degli operai". E ciò effettivamente accade agli economisti, sicché discutendo con costoro sull'organizzazione, parliamo letteralmente due linguaggi diversi. Ricordo per esempio una conversazione avuta un giorno con un economista abbastanza conseguente [3], di cui feci in quell'occasione la conoscenza. La conversazione cadde sull'opuscolo: Chi farà la rivoluzione politica? Ci trovammo subito d'accordo nel ritenere che il suo difetto essenziale consisteva nell'ignorare la questione organizzativa. Pensavamo già di essere completamente d'accordo, ma, proseguendo nella conversazione, ci accorgemmo che parlavamo di cose diverse. Il mio interlocutore accusava l'autore di ignorare le casse di sciopero, le società di mutuo soccorso, ecc. Io, invece, mi riferivo all'organizzazione di rivoluzionari di professione, indispensabile per "compiere" la rivoluzione politica. Manifestatasi questa divergenza, a quanto ricordo, non mi sono mai più trovato d'accordo con quell'economista su una qualsiasi questione di principio.
Qual era l'origine delle nostre divergenze? Era nel fatto che gli economisti deviano costantemente dalla socialdemocrazia verso il tradunionismo, sia nei compiti organizzativi che nei compiti politici. La lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti (e per questa ragione) l'organizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall'organizzazione degli operai per la lotta economica. L'organizzazione degli operai deve anzitutto essere professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile (qui e in seguito mi riferisco - è chiaro - solo alla Russia autocratica). Al contrario, l'organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui professione sia l'azione rivoluzionaria (ed è per questo che io parlo di un'organizzazione di rivoluzionari, riferendomi ai rivoluzionari socialdemocratici). Per questa caratteristica comune ai membri dell'organizzazione nessuna distinzione deve assolutamente esistere fra operai e intellettuali, e a maggior ragione nessuna distinzione sulla base del mestiere. Tale organizzazione necessariamente non deve essere molto estesa e deve essere quanto più clandestina è possibile. Soffermiamoci su questi tre punti.
Nei paesi politicamente liberi la differenza fra l'organizzazione tradunionista e l'organizzazione politica è evidente, come è evidente la differenza tra i sindacati e la socialdemocrazia. I rapporti di quest'ultima con le organizzazioni sindacali variano necessariamente da paese a paese, secondo le condizioni storiche, giuridiche, ecc.; possono essere più o meno stretti, complessi, ecc. (devono essere, secondo il nostro punto di vista, quanto più stretti e quanto meno complessi è possibile); ma nei paesi liberi l'organizzazione sindacale e quella del partito socialdemocratico non possono coincidere. In Russia l'oppressione autocratica cancella, a prima vista, ogni distinzione tra l'organizzazione socialdemocratica e le associazioni operaie, perché sia queste che i circoli sono tutti proibiti, e lo sciopero, manifestazione e arma principale della lotta economica operaia, è considerato un delitto comune (e qualche volta anche un delitto politico!). Cosicché la situazione in Russia, da una parte “spinge” gli operai che partecipano alla lotta economica a porsi le questioni politiche, e dall'altra "spinge" i socialdemocratici a confondere il tradunionismo con la socialdemocrazia (i nostri Kricevski, Martynov e C, i quali parlano sempre del primo caso, non rilevano il secondo). Si pensi infatti a degli uomini assorbiti per il novantanove per cento dalla «lotta economica contro i padroni e contro il governo ». Taluni, per tutto il periodo della loro attività (quattro-sei mesi) non si troveranno mai di fronte alla necessità di una più complessa organizzazione di rivoluzionari. Altri, probabilmente, verranno a conoscere la letteratura bernsteiniana, relativamente abbastanza diffusa, e si convinceranno dell'importanza fondamentale dello «sviluppo della grigia lotta quotidiana». Altri infine si lasceranno forse sedurre dall'idea di dare al mondo un nuovo esempio di «legame stretto e organico con la lotta proletaria», di legame del movimento professionale con il movimento socialdemocratico. Essi penseranno che quanto più un paese giunge tardi al capitalismo, e quindi al movimento operaio, tanto più i socialisti possono partecipare al movimento sindacale e sostenerlo e tanto meno vi devono e vi possono essere dei sindacati non socialdemocratici. Fin qui il ragionamento è completamente giusto; il male è che si va oltre e si sogna una fusione completa fra la socialdemocrazia e il tradunionismo. Prendendo ad esempio lo statuto dell'«Unione di lotta di Pietroburgo», vedremo subito quale influenza nociva esercitino tali sogni sui nostri piani di organizzazione.
Le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere organizzazioni tradunioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possono appartenere alle associazioni "corporative", perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulla massa. Lasciamo partecipare all'associazione corporativa qualunque operaio il quale comprenda la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo! Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggruppassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto larghe. E quanto più saranno larghe, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà, non solo grazie allo sviluppo "spontaneo" della lotta economica, ma anche grazie all'azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni. Ma in un'organizzazione numerosa una stretta clandestinità è impossibile (poiché per questa occorre una preparazione ben più grande che per la lotta economica). Come conciliare la contraddizione tra la necessità di aver molti iscritti e insieme una severa clandestinità? Come ottenere che le organizzazioni corporative siano quanto meno clandestine è possibile? Non vi sono che due mezzi: o la legalizzazione delle associazioni corporative (che in alcuni paesi ha preceduto quella delle organizzazioni socialiste e politiche) o il mantenimento dell'organizzazione segreta, ma in modo così "libero", così allentato, così lose, come direbbero i tedeschi, che per la massa dei soci la clandestinità si ridurrebbe a zero. La legalizzazione delle associazioni operaie non socialiste e non politiche è già cominciata in Russia, e non vi è dubbio che ogni passo nel rapido sviluppo del nostro movimento operaio socialdemocratico incoraggerà e moltiplicherà i tentativi di legalizzazione, che saranno fatti principalmente dai partigiani del regime attuale, ma anche dagli operai e dagli intellettuali liberali. I Vasiliev e gli Zubatov hanno già inalberato la bandiera della legalizzazione; gli Ozerov e i Wonns hanno promesso e dato il loro aiuto. Fra gli operai vi sono già dei seguaci della nuova tendenza. Dobbiamo perciò ormai tener conto di questa nuova corrente. In che modo? Su tale questione non vi possono essere tra i socialdemocratici due opinioni. Il nostro dovere è di smascherare senza tregua ogni partecipazione degli Zubatov, dei Vasiliev, dei poliziotti e dei preti a questa corrente, e svelarne agli operai le vere intenzioni. Dobbiamo smascherare anche qualsiasi nota «armonica» che, nelle riunioni operaie pubbliche, affiorasse nei discorsi dei liberali, sia che costoro credano sinceramente utile la pacifica collaborazione delle classi, sia che vogliano riuscir graditi alle autorità, sia che si tratti semplicemente di inetti. Dobbiamo infine mettere in guardia gli operai contro le trappole della polizia, che nelle assemblee pubbliche e nelle società autorizzate prende nota degli «uomini che posseggono il fuoco sacro» e cerca di introdurre dei provocatori nelle organizzazioni illegali passando attraverso quelle legali.
Ma fare tutto ciò, non significa dimenticare che la legalizzazione del movimento operaio avvantaggerà, in fin dei conti, noi e non gli Zubatov. Con la nostra campagna di denunce, noi separiamo appunto il loglio del grano. Il loglio, lo abbiamo indicato. Il grano è la nostra azione che consiste nell'interessare il maggior numero possibile di operai, anche degli strati arretrati, alle questioni politiche e sociali; nel liberarci, noi rivoluzionari, da funzioni che in fondo sono legali (diffusione di opere legali, mutuo soccorso, ecc.) e che sviluppandosi ci daranno immancabilmente sempre più argomenti per l'agitazione. In questo senso possiamo e dobbiamo dire agli Zubatov e agli Ozerov: lavorate, signori; fate quanto vi è possibile! Voi tendete delle trappole agli operai — mediante la provocazione diretta o servendovi dello «struvismo», mezzo «onesto» per corrompere gli operai —, ma noi ci incaricheremo di smascherarvi. Se voi fate veramente un passo avanti — anche con un «timido zigzag» — vi diciamo: fate pure! Un vero passo avanti amplia, anche di pochissimo, se volete, ma ciò nonostante amplia effettivamente lo spazio entro il quale si muovono gli operai. Ciò non può che esserci utile ed affrettare il sorgere di associazioni legali in cui i provocatori non piglieranno più in trappola i socialisti, ma i socialisti guadagneranno degli aderenti. In una parola, dobbiamo distruggere il loglio. Non è affar nostro coltivare il grano in camera, in piccoli vasi. Estirpando il loglio, dissodiamo il terreno e permettiamo al frumento di crescere. E mentre gli Afanasi Ivanovic e le Pulkheria Ivanovna si occuperanno delle piante da serra, noi dovremo preparare dei mietitori che sappiano oggi strappare il loglio e domani raccogliere il grano [*5].
Perciò, con la legalizzazione noi non possiamo risolvere il problema di creare un'organizzazione professionale che sia la meno clandestina e la più larga possibile (ma saremmo ben felici se gli Zubatov e gli Ozerov ce ne offrissero una possibilità anche parziale, e per questo dobbiamo combatterli con la massima energia!). A noi resta la via delle organizzazioni professionali segrete e dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze gli operai che si mettono già su questa strada (come sappiamo da fonte sicura). Le organizzazioni professionali possono essere utilissime non solo per sviluppare e consolidare la lotta economica, ma offrono inoltre un aiuto prezioso per l'agitazione politica e per l'organizzazione rivoluzionaria. Per ottenere questi risultati, per incanalare il movimento professionale che sorge nell'alveo desiderato dalla socialdemocrazia, occorre prima di tutto comprendere bene che il piano di organizzazione sostenuto dagli economisti di Pietroburgo da più di cinque anni è assolutamente assurdo. Questo piano è esposto nello Statuto della cassa operaia, del luglio 1897 (Listok Rabotnika, n. 9-10, p. 46, n. 1 della Rabociaia Mysl) e nello Statuto dell'organizzazione operaia sindacale dell'ottobre 1900 (foglio volante stampato a Pietroburgo e menzionato nel n. 1 dell'Iskra). I due documenti hanno un difetto fondamentale: espongono tutti i particolari di una vasta organizzazione operaia e la confondono con l'organizzazione dei rivoluzionari. Esaminiamo il secondo statuto, che è il più elaborato. È composto di 52 paragrafi: 23 paragrafi contengono le norme organizzative, il metodo di gestione e le funzioni dei «circoli operai» da organizzarsi in ogni fabbrica («dieci uomini al massimo») e che eleggono dei «gruppi centrali (di fabbrica)». «II gruppo centrale osserva tutto ciò che avviene nella fabbrica o nell'officina e fa la cronaca degli avvenimenti» (§ 2). «II gruppo centrale presenta ogni mese a tutti i soci un rendiconto finanziario» (§ 17), ecc. Dieci paragrafi sono dedicati all'«organizzazione di quartiere» e diciannove ai legami estremamente complessi del «Comitato dell'organizzazione operaia» con il «Comitato pietroburghese dell' "Unione di lotta"» (delegati di ogni quartiere e dei «gruppi esecutivi», «gruppi per la propaganda, per le relazioni con la provincia e con l'estero, per l'organizzazione dei depositi, della stampa, della cassa»).
Si identifica così la socialdemocrazia con i «gruppi esecutivi » per quel che concerne la lotta economica degli operai! Sarebbe difficile dimostrare con maggior evidenza come la concezione dell'economista devii dalla socialdemocrazia verso il tradunionismo, e quanto poco egli si renda conto che il socialdemocratico deve pensare innanzi tutto a un'organizzazione di rivoluzionari capaci di dirigere tutta la lotta di emancipazione del proletariato. Parlare dell'«emancipazione poliziesca della classe operaia», della lotta contro «il regime zarista di arbitrio», ed elaborare degli statuti come questi, significa non comprendere nulla, assolutamente nulla dei veri compiti politici della socialdemocrazia. Nessuno di quei 52 paragrafi mostra che gli autori abbiano compreso la necessità di una vasta agitazione politica tra le masse, di un'agitazione che metta in rilievo tutti gli aspetti del regime autocratico e le caratteristiche delle varie classi sociali in Russia. Inoltre, con un tale statuto, non solo le finalità politiche, ma anche gli scopi tradunionisti del movimento rimangono irraggiungibili, perché essi esigono un'organizzazione per mestiere e lo statuto non ne fa parola.
Ma la caratteristica più spiccata è forse la straordinaria pesantezza di tutto il « sistema», che cerca di collegare ogni officina al «comitato» attraverso tutta una serie di regole eguali per tutti e minuziose fino al ridicolo, e prevede un sistema elettorale a tre gradi. Il pensiero, stretto nell'angusto orizzonte dell'economismo, scende a particolari che puzzano di scartoffie e di burocrazia. In realtà, si capisce, i tre quarti di quei paragrafi non saranno mai applicati, e d'altra parte un'organizzazione così «clandestina», con un gruppo centrale in ogni fabbrica, facilita considerevolmente le più vaste retate poliziesche. I polacchi sono già passati attraverso questa fase del movimento; si entusiasmarono un tempo per la fondazione su vasta scala di casse operaie, ma vi rinunziarono presto, perché si accorsero di fare il giuoco dei poliziotti. Se vogliamo vaste organizzazioni operaie al riparo delle retate e non vogliamo rendere dei servizi alla polizia, dobbiamo fare in modo che queste organizzazioni non siano soggette a una rigida regolamentazione. Potranno allora funzionare? Pensate un po' a queste funzioni: «Osservare tutto ciò che avviene nell'officina e fare la cronaca degli avvenimenti» (§ 2 dello statuto). Ma, per far questo, è assolutamente indispensabile un regolamento minuzioso? Forse che le corrispondenze alla stampa illegale non raggiungeranno meglio lo scopo, anche se non verranno costituiti gruppi appositi? «Dirigere la lotta degli operai per migliorare le loro condizioni nell'officina» (§ 3). Anche per questo non c'è nessun bisogno di regolamento. Qualsiasi agitatore, per poco intelligente che sia, comprenderà facilmente, con una semplice conversazione, quali sono le rivendicazioni degli operai e potrà poi, conoscendole, riferirle ad un'organizzazione ristretta, e non ampia, di rivoluzionari, che pubblicherà un manifestino appropriato. «... Creare una cassa con una quota di due copechi per rublo» (§ 9) e fare ogni mese un rendiconto finanziario (§ 17); escludere i membri che non pagano le quote (§ 10), ecc. Ecco per la polizia una vera manna, perché nulla sarà più facile che scoprire tutto il gruppo clandestino della «cassa centrale di officina», confiscargli il denaro ed arrestare tutti gli elementi attivi. Non sarebbe più semplice emettere delle marchette da uno a due copechi, stampigliate da una determinata organizzazione (molto ristretta, molto clandestina), oppure, senza alcuna marchetta, fare delle collette di cui un giornale illegale renderebbe conto in modo convenzionale? Si raggiungerebbe egualmente lo scopo, e per la polizia sarebbe più difficile scoprire l'organizzazione.
Potrei continuare questa analisi dello statuto, ma mi sembra di averne parlato a sufficienza. Un piccolo nucleo compatto, formato dagli operai più sicuri, più sperimentati e più temprati, che abbia dei fiduciari nei principali quartieri e sia collegato in modo assolutamente clandestino all'organizzazione dei rivoluzionari, potrà, con l'aiuto delle masse e senza alcuna regolamentazione, adempiere perfettamente tutte le funzioni di un'organizzazione professionale e inoltre assolverle nel modo migliore per la socialdemocrazia. Solo in questo modo si potrà, a dispetto dei poliziotti, consolidare e sviluppare un movimento sindacale socialdemocratico.
Mi si obietterà che un'organizzazione lose al punto da non avere un regolamento, da non aver neppure iscritti noti e registrati, non può essere chiamata organizzazione. Può darsi: non m'importa il nome. Ma questa "organizzazione senza iscritti" farà tutto il necessario, e assicurerà fin dal principio un solido collegamento fra i nostri futuri sindacati e il socialismo. Chi, in regime di assolutismo, vuole una vasta organizzazione di operai con elezioni, rendiconti, suffragio universale, ecc. non è che un incurabile utopista.
La morale è semplice: se cominciamo col creare una forte organizzazione di rivoluzionari, potremo assicurare la stabilità del movimento nell'assieme e, in pari tempo, attuare gli scopi socialdemocratici e gli scopi puramente tradunionisti. Ma se cominciamo col costituire una vasta organizzazione operaia con il pretesto che essa è "accessibile" alla massa (in realtà sarà più accessibile ai poliziotti e porrà più facilmente i rivoluzionari nelle mani della polizia), non raggiungeremo né l'uno né l'altro scopo, non ci sbarazzeremo del nostro primitivismo, della nostra dispersione, dei continui arresti, non faremo che rendere più accessibili alle masse le trade-unions del tipo Zubatov od Ozerov.
Quali dovranno essere precisamente le funzioni di questa organizzazione di rivoluzionari? Ne parleremo in modo minuzioso. Ma esaminiamo prima un altro ragionamento tipico del nostro terrorista, che ancora una volta (triste destino!) procede di pari passo con l'economista. La Svoboda, rivista per gli operai, pubblica nel suo primo numero un articolo intitolato L'organizzazione, il cui autore cerca di difendere i suoi amici, gli operai economisti d'Ivanovo-Voznesensk:
È un male che la folla sia silenziosa e incosciente; che un movimento non sorga dal basso. Così, quando gli studenti delle città universitarie durante le feste o durante l'estate tornano alle loro case, il movimento operaio ristagna. Un movimento operaio che vive così, per un impulso esterno, può essere una vera forza? Evidentemente, no. Esso non ha ancora imparato a camminare da solo; bisogna sostenerlo con le dande. E il quadro è lo stesso dappertutto: partiti gli studenti, il movimento cessa; i più capaci vengono presi: tolta la crema, il latte inacidisce; si arresta il «comitato», e fino alla costituzione di un nuovo comitato la calma è di nuovo assoluta. D'altra parte, non si sa come sarà il nuovo comitato; può non rassomigliare affatto al precedente; quello diceva una cosa e questo dirà tutto l'opposto. Il legame tra lo ieri e il domani è spezzato, e l'esperienza del passato non serve all'avvenire. E tutto ciò perché il movimento non ha radici profonde nella folla, perché il lavoro non è fatto da un centinaio di imbecilli, ma da una decina di teste forti. Una decina di uomini cadono facilmente in bocca al lupo, ma quando nell'organizzazione c'è la folla, quando tutto sorge dalla folla, nessuno, per quanti sforzi faccia, può averne ragione (p. 63).
L'esposizione dei fatti è esatta. Il quadro del nostro primitivismo è ben tracciato. Ma per illogicità e mancanza di senso politico, le conclusioni sono degne della Rabociaia Mysl. Esse sono illogiche, perché l'autore confonde il problema filosofico, storico e sociale delle «radici profonde» del movimento con il problema di una migliore organizzazione tecnica della lotta contro la polizia. E mancano di senso politico, perché, invece di voler sostituire i cattivi dirigenti con buoni dirigenti, l'autore vuole sostituirli in generale con la «folla». Questo è un tentativo di farci fare macchina indietro nel campo organizzativo, così come si tenta di farci retrocedere politicamente sostituendo lo stimolante terroristico all'agitazione politica. In verità mi trovo di fronte a un vero embarras de richesses, e non so da dove cominciare l'analisi del guazzabuglio che ci offre la Svoboda. Per maggior chiarezza comincerò con un esempio. Ecco i tedeschi. Non negherete, spero, che la loro organizzazione abbraccia la folla, che tutto viene dalla folla, che il movimento operaio ha imparato in Germania a camminare da solo. Ciò nonostante, quanto sono apprezzati da quella folla di parecchi milioni di uomini i suoi «dieci» capi politici provati! Come si stringe attorno ad essi! Quante volte i socialisti non si sono sentiti irridere in parlamento dai deputati avversari: «Bei democratici! Con voi il movimento della classe operaia non esiste che a parole: in realtà è sempre lo stesso gruppo di capi che fa tutto. Ogni anno, da decine di anni, sempre lo stesso Bebel, sempre lo stesso Liebknecht! I vostri delegati, che si dicono eletti dagli operai, sono più inamovibili dei fun-zionari nominati dall'imperatore!». Ma i tedeschi hanno accolto con sprezzante ironia quei tentativi demagogia di contrapporre la «folla» ai «capi», di risvegliare nella prima gli istinti cattivi e vanitosi e di togliere al movimento la solidità e la stabilità minando la fiducia della massa in una «decina di teste forti». Essi sono politicamente abbastanza educati, hanno sufficiente esperienza politica per comprendere che senza una «decina» di abili capi (e gli uomini abili non sorgono a centinaia), provati, professionalmente preparati ed istruiti da una lunga esperienza, che siano d'accordo fra loro, nessuna classe della società contemporanea può condurre fermamente la sua lotta. Hanno avuto tra di loro dei demagoghi che lusingavano le «centinaia di imbecilli», li ponevano sopra le «decine di teste forti», glorificavano il «pugno muscoloso» della massa, spingevano (come Most o Hasselmann) la massa ad atti « rivoluzionari» sconsiderati e seminavano la sfiducia nei capi energici e risoluti. E solo in seguito a una lotta tenace, implacabile, contro tutti gli elementi demagogici esistenti nel suo seno, il socialismo tedesco è cresciuto e si è rafforzato. Orbene, proprio quando tutta la crisi della socialdemocrazia russa si spiega con il fatto che le masse, entrate spontaneamente in movimento, non hanno dirigenti abbastanza preparati, sviluppati ed esperti, ecco i nostri sapientoni venirci a dire con tono sentenzioso: «È un male che il movimento non sorga dal basso!».
"Un comitato di studenti non serve: è troppo instabile". Benissimo! Ma la conseguenza è che ci occorre un comitato di rivoluzionari di professione. Studenti od operai, poco importa; essi sapranno fare di se stessi dei rivoluzionari di professione. La vostra conclusione invece è che non bisogna stimolare dall’esterno il movimento operaio. Nella vostra ingenuità politica non vi accorgete di fare così il giuoco dei nostri economisti e del nostro primitivismo. In che modo i nostri studenti hanno "stimolato" fino ad oggi gli operai? Permettetemi di porvi la questione. Solamente portando ad essi le briciole di cognizioni politiche che essi stessi avevano, le briciole di idee socialiste che avevano potuto raccogliere (perché il principale nutrimento spirituale degli studenti contemporanei, il marxismo legale, ha potuto dar loro soltanto l’abbiccì, soltanto delle briciole). Questo "stimolo esterno" del nostro movimento non è stato eccessivo, ma scarso, vergognosamente scarso; fino ad oggi ci siamo cotti nel nostro brodo, ci siamo servilmente prosternati dinanzi alla "lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo". Di questo "stimolo" noi, rivoluzionari di professione, dobbiamo occuparci e ci occuperemo molto di più. Ma con la vostra espressione odiosa, "stimolo dall’esterno", che inevitabilmente ispira all’operaio (almeno all’operaio poco sviluppato come voi) la sfiducia verso tutti coloro che gli portano dal di fuori le cognizioni politiche e l’esperienza rivoluzionaria e suscita istintivamente in lui la voglia di cacciare lontano da sé tutti coloro che lo stimolano, voi fate della demagogia e i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia.
Sì, sì! E non protestate contro sistemi polemici "inammissibili fra compagni!". Non sospetto la purezza delle vostre intenzioni; ho già detto che si può diventare demagogo anche solo per ingenuità politica. Ma ho dimostrato che voi siete scesi fino alla demagogia. E non mi stancherò mai di ripetere che i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia. I peggiori, perché risvegliano i cattivi istinti della folla e perché è impossibile agli operai arretrati di riconoscere questi nemici che si presentano, e qualche volta anche sinceramente, come amici. I peggiori, perché in questo periodo di dispersione e di tentennamenti, nel quale il nostro movimento cerca ancora se stesso, è facilissimo trascinare demagogicamente la folla, alla quale solo le prove più amare potranno in seguito aprire gli occhi. Ecco perché gli odierni socialdemocratici russi devono combattere senza pietà e la Svoboda e il Raboceie Dielo caduti nella demagogia (ne riparleremo in seguito) [*6].
"È più facile arrestare una decina di teste forti che un centinaio di imbecilli". Questo magnifico assioma (che vi procurerà sempre gli applausi del centinaio di imbecilli) vi sembra evidente solo perché, nel vostro ragionamento, siete saltati da una questione a un’altra. Avevate cominciato ed avete continuato a parlare dell’arresto del "comitato", dell’"organizzazione", e ora saltate a un’altra questione, alla distruzione delle "radici profonde" del movimento. Certo il nostro movimento è inafferrabile soltanto perché ha centinaia e centinaia di migliaia di radici profonde. Ma non è di questo che si tratta. Anche adesso, nonostante tutto il nostro primitivismo, è impossibile "distruggere" le nostre "radici profonde", e tuttavia dobbiamo continuamente deplorare arresti di intere "organizzazioni", che impediscono ogni continuità del movimento. E poiché voi ponete la questione delle organizzazioni scoperte dalla polizia e vi intrattenete su di essa, vi dirò che è molto più difficile impadronirsi di una decina di teste forti che non di un centinaio di imbecilli. E sosterrò questa mia affermazione, qualunque cosa facciate per eccitare la folla contro la mia "antidemocrazia". Per "teste forti" in materia di organizzazione bisogna intendere, come ho già detto più di una volta, solo i rivoluzionari di professione, poco importa se studenti od operai di origine. E affermo: 1) che non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza un’organizzazione stabile di dirigenti che ne assicuri la continuità; 2) che quanto più numerosa è la massa entrata spontaneamente nella lotta, la massa che è la base del movimento e partecipa ad esso, tanto più imperiosa è la necessità di siffatta organizzazione e tanto più questa organizzazione deve essere solida (sarà facile, altrimenti, ai demagoghi trascinare con sé gli strati arretrati della massa); 3) che tale organizzazione deve essere composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione l’attività rivoluzionaria; 4) che in un paese autocratico sarà tanto più difficile "impadronirsi" di siffatta organizzazione quanto più ne ridurremo gli effettivi, fino ad accettarvi solamente i rivoluzionari di professione, educati dalla loro attività rivoluzionaria alla lotta contro la polizia politica; 5) che in tal modo, tanto più numerosi saranno gli operai e gli elementi delle altre classi che potranno partecipare al movimento e militarvi attivamente.
I nostri economisti, i nostri terroristi e i nostri "terroristi-economisti" [*7] confutino, se lo possono, queste mie affermazioni. Non mi arresterò qui che sulle ultime due. È più facile impadronirsi di una "decina di teste forti" o di "un centinaio di imbecilli"? Tale questione si ricollega a quella che ho analizzato precedentemente: è possibile un’organizzazione di massa a regime strettamente clandestino? Non riusciremo mai a dare a una vasta organizzazione quel carattere clandestino senza di cui una lotta energica e continua contro il governo non è concepibile. La concentrazione di tutte le attività clandestine nelle mani del minor numero possibile di rivoluzionari di professione non significa affatto che questi ultimi "penseranno per tutti", che la folla non parteciperà attivamente al movimento. Al contrario, la folla genererà in sempre maggior numero i rivoluzionari di professione, perché imparerà allora che non basta che alcuni studenti o alcuni operai, i quali guidano la lotta economica, si riuniscano per costituire un "comitato", ma che è necessario, attraverso un processo che durerà degli anni, forgiare dei rivoluzionari di professione, ed essa "penserà" a formarli abbandonando il proprio primitivismo. La centralizzazione del lavoro clandestino dell’organizzazione non implica affatto la centralizzazione di tutta l’attività del movimento. La collaborazione attiva della grande massa alla stampa illegale, lungi dal diminuire, aumenterà enormemente quando una "decina" di rivoluzionari di professione concentrerà nelle sue mani i compiti relativi. Così, e solo così, riusciremo ad ottenere che la lettura della stampa illegale, la collaborazione alle pubblicazioni illegali e in parte la loro stessa diffusione cessino quasi di essere attività clandestine, perché la polizia comprenderà ben presto l’assurdità e l’impossibilità di procedimenti giudiziari e polizieschi a proposito di ogni esemplare di pubblicazioni diffuse a migliaia di copie. E ciò vale non solo per la stampa, ma per tutte le attività del movimento, comprese le manifestazioni. La partecipazione più attiva e larga della massa a una manifestazione non sarà danneggiata, ma di molto avvantaggiata, se una "decina" di rivoluzionari provati, professionalmente addestrati almeno quanto la nostra polizia, ne accentrerà tutto il lato clandestino: pubblicazione di manifestini, elaborazione del piano approssimativo generale, nomina di un gruppo di dirigenti per ogni quartiere della città, per ogni aggruppamento di fabbriche, per ogni istituto scolastico, ecc. (Si obietterà, lo so, che le mie idee sono "antidemocratiche", ma confuterò più oltre questa stupida obiezione.). L’accentramento delle funzioni più clandestine nell’organizzazione dei rivoluzionari, non indebolirà, ma arricchirà e rafforzerà l’azione di moltissime altre organizzazioni destinate al gran pubblico (e quindi il meno possibile regolamentate e clandestine): associazioni operaie di mestiere, circoli operai di istruzione e di lettura delle pubblicazioni illegali, circoli socialisti e anche democratici per tutti gli altri ceti della popolazione, ecc. Dappertutto vi è necessità di questi circoli, associazioni e organizzazioni; bisogna che essi siano il più possibile numerosi, con i compiti più diversi, ma è assurdo e dannoso confonderli con l’organizzazione dei rivoluzionari, cancellare la distinzione che li separa, spegnere nella massa la convinzione già debolissima che per "servire" un movimento di massa sono necessari uomini i quali si consacrino specialmente e interamente all’azione socialdemocratica, si diano pazientemente, ostinatamente un’educazione di rivoluzionari di professione.
Sì, questa convinzione si è indebolita in modo incredibile. Con il nostro primitivismo abbiamo abbassato il prestigio del rivoluzionario in Russia: è questo il nostro peccato mortale nelle questioni organizzative. Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa, più rassomigliante a un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere (la lotta contro la polizia politica), può forse chiamarsi un rivoluzionario? No. È solo un povero artigiano.
Nessun militante deve offendersi di questo epiteto severo: per quanto riguarda l’impreparazione, lo applico prima di tutto a me stesso. Ho lavorato in un circolo [4] che si proponeva compiti molto vasti universali e, come tutti i miei compagni, membri di quel circolo, soffrivo, fino a provarne un vero dolore, nel sentire che eravamo solo degli artigiani grossolani in un momento storico in cui, parafrasando la celebre frase, sarebbe stato giusto dire: dateci un’organizzazione di rivoluzionari e capovolgeremo la Russia! E quando ripenso al cocente sentimento di vergogna provato allora, sento salire in me l’amarezza contro quegli pseudosocialdemocratici, la cui propaganda "disonora il nome di rivoluzionari" e che non comprendono come il nostro compito non consista nell’abbassare il rivoluzionario al lavoro dell’artigiano, ma nell’elevare quest’ultimo al lavoro del rivoluzionario.
d) Ampiezza del lavoro di organizzazione
Come abbiamo visto, B-v parla dell' «insufficienza di forze rivoluzionarie adatte all'azione, che si fa sentire non solo a Pietroburgo, ma in tutta la Russia». Nessuno, credo, vorrà contestare questo fatto. Si tratta però di spiegarlo. B-v scrive:
Non cercheremo di approfondire le ragioni storiche di questo fenomeno; diremo solo che, demoralizzata da una reazione politica prolungata e divisa dai cambiamenti economici che sono avvenuti e continuano a prodursi, la società fornisce solo un piccolissimo numero di uomini atti al lavoro rivoluzionario; diremo che la classe operaia, fornendo rivoluzionari operai, alimenta in parte le organizzazioni illegali, ma che il numero di questi rivoluzionari non corrisponde alle necessità dell'epoca. Tanto più che l'operaio, occupato undici ore e mezza al giorno in officina, di solito non può essere che un agitatore. Ma la propaganda e l'organizzazione, la pubblicazione di proclami, ecc, incombono fatalmente su un numero infimo di intellettuali (Raboceie Dielo, n. 6, pp. 38-39).
Su molti punti non siamo d'accordo con B-v: in particolare le parole che abbiano sottolineato mostrano, in modo evidente, che B-v, tormentato dal nostro primitivismo (come ogni militante più o meno intelligente), non può trovare nell'economismo che lo soffoca un'uscita a questa situazione intollerabile. No. La società fornisce un grandissimo numero di persone utilizzabili per la «causa», ma noi non sappiamo utilizzarle tutte. La situazione critica, la situazione transitoria del nostro movimento, sotto questo rapporto, può essere così indicata: c'è una massa di individui, ma gli uomini mancano. C'è una massa di individui, perché la classe operaia e i ceti sempre più diversi della società forniscono ogni anno un numero sempre maggiore di malcontenti, pronti a protestare e a dare il loro concorso alla lotta contro l'assolutismo, l'intollerabilità del quale, se non è ancora compresa da tutti, è sentita in modo sempre più acuto da una massa sempre più grande. In pari tempo gli uomini mancano, perché non vi sono intelligenze capaci di organizzare un lavoro vasto e nello stesso tempo coordinato, armonico, che permetta di utilizzare qualsiasi forza, anche la più insignificante. «La crescita e lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionarie » è in ritardo non solo rispetto allo sviluppo del movimento operaio — come riconosce anche B-v —, ma anche rispetto allo sviluppo del movimento democratico in tutti gli strati del popolo. (Del resto, è probabile che lo stesso B-v sottoscriverebbe oggi quest'aggiunta alla sua constatazione.) I limiti del lavoro rivoluzionario sono oggi troppo ristretti rispetto alla base spontanea del movimento, troppo compressi dalla misera teoria della "lotta economica contro i padroni e contro il governo". Oggi invece, non solo gli agitatori politici, ma anche gli organizzatori socialdemocratici devono "andare fra tutte le classi della popolazione" [*8]. I socialdemocratici potrebbero assai bene ripartire le mille funzioni particolari del lavoro organizzativo fra elementi delle classi più diverse; nessun militante, credo, ne dubiterà. La mancanza di specializzazione, che B-v deplora così vivamente e così giustamente, è uno dei maggiori difetti della nostra tecnica. Quanto più minute saranno le varie "operazioni" dell’attività generale, tanto più si troveranno degli individui capaci di eseguirle (e completamente incapaci, nella maggior parte dei casi, di diventare dei rivoluzionari di professione), e tanto più riuscirà difficile alla polizia di mettere le mani su tutti quei militanti che compiono un lavoro specifico e montare con l’insignificante reato di una persona un grosso "affare" che giustifichi le spese della polizia segreta. Per quanto concerne il numero delle persone disposte ad aiutarci, abbiamo segnalato, nel capitolo precedente, l’enorme mutamento avvenuto in questi ultimi cinque anni. Ma, d’altra parte, per raggruppare tante piccole frazioni, per non spezzettare, insieme alle funzioni, anche il movimento, per infondere nell’esecutore di un piccolo compito la fiducia nella necessità e nell’importanza del suo lavoro - e senza questa fiducia non farà mai niente [*9]- per tutto ciò è necessaria appunto una forte organizzazione di rivoluzionari provati. Con una tale organizzazione la fiducia nella forza del partito si consoliderà e si diffonderà tanto più quanto più l’organizzazione sarà clandestina. E in guerra, è noto, occorre innanzi tutto infondere nel proprio esercito la fiducia in se stesso, ma occorre anche farsi tenere in grande considerazione dal nemico e da tutti gli elementi neutrali, perché una neutralità benevola può talvolta decidere della vittoria. Con una tale organizzazione, costituita su una base teorica solida, e un giornale socialdemocratico a propria disposizione, non si dovrà più temere che il movimento sia sviato dai numerosi elementi che vi avranno aderito. In una parola, la specializzazione presuppone il centralismo, e a sua volta lo esige in modo assoluto.
Ma lo stesso B-v, che ha così ben dimostrato la necessità della specializzazione, ne apprezza, secondo noi, insufficientemente il valore nella seconda parte del ragionamento che abbiamo citato. Il numero dei rivoluzionari provenienti dagli strati operai è insufficiente, egli dice. Questa osservazione è giustissima, e noi sottolineiamo ancora una volta che la " preziosa informazione di un osservatore bene informato " conferma interamente le nostre opinioni sulle cause dell’attuale crisi della socialdemocrazia e quindi sul modo di porvi rimedio. Non soltanto i rivoluzionari in generale, ma anche gli operai rivoluzionari sono in ritardo sullo slancio spontaneo delle masse operaie. Questo fatto conferma in modo evidente, anche dal punto di vista "pratico", non solo l’assurdità, ma persino il carattere politico reazionario della "didattica" che ci è così spesso ammannita a proposito dei nostri doveri verso gli operai. Esso prova che il nostro primo obbligo, il nostro obbligo più imperioso, consiste nel contribuire alla formazione di rivoluzionari operai, i quali, per quanto riguarda l’attività del partito, siano allo stesso livello dei rivoluzionari intellettuali. (Sottolineiamo: per quanto riguarda l’attività del partito, perché negli altri campi non è per gli operai né così facile né così urgente, benché sia necessario, raggiungere un tale livello.) Perciò bisogna che noi lavoriamo soprattutto per elevare gli operai al livello di rivoluzionari e non bisogna che ci abbassiamo, noi, al livello della "massa operaia", come vogliono gli economisti, al livello degli "operai medi", come vuole la Svoboda (che, da questo punto di vista, sale al secondo gradino della "didattica" economista). Naturalmente, non nego affatto la necessità di una letteratura popolare per gli operai e di un’altra ultrapopolare (ma non volgare, certo) per gli operai più arretrati. Ma mi disgusta questa sovrapposizione continua della didattica alle questioni politiche e organizzative. Infatti, voi, signori campioni dell’ "operaio medio", in fin dei conti insultate l’operaio con la vostra maniera di chinarvi verso di lui per parlargli della politica operaia e dell’organizzazione operaia. Parlategli dunque di cose serie, rialzatevi e lasciate la didattica agli insegnanti e non ai politici e agli organizzatori! Non vi sono forse anche fra gli intellettuali elementi superiori, elementi "medi" e una "massa"? Non esiste forse la necessità, da tutti riconosciuta, di una letteratura popolare per gli intellettuali, e questa non esiste forse? Ma immaginate che in un articolo sull’organizzazione degli studenti universitari o liceali l’autore, con il tono di un uomo che ha fatto una scoperta, brontoli che è innanzi tutto necessaria un’organizzazione di "studenti medi". Farà ridere tutti, e giustamente. Dateci, gli diranno, delle idee sull’organizzazione, se ne avete, e lasciate a noi di vedere quali sono fra noi gli elementi "medi", superiori o inferiori. E se non avete idee vostre sull’organizzazione, tutti i vostri discorsi sulla "massa" e sugli elementi "medi" non serviranno che a importunarci. Rendetevi finalmente conto che le questioni di "politica" e di "organizzazione" sono talmente serie che devono essere trattate con la massima serietà. Si possono e si devono preparare gli operai (come pure gli studenti universitari e liceali) in modo da poter poi discutere con loro su tali questioni, ma se avete cominciato a discuterle, dateci delle vere risposte, non fate macchina indietro verso i "medi" o verso la "massa", non sgattaiolate via con frasi e con aneddoti! [*10].
Per prepararsi completamente ai propri compiti, l’operaio rivoluzionario deve diventare anche lui un rivoluzionario di professione. Perciò B-v ha torto di affermare che le funzioni rivoluzionarie, eccetto l’agitazione, "incombono fatalmente su un numero infimo di intellettuali" perché l’operaio deve passare undici ore e mezza nell’officina. Ciò non avviene "fatalmente", ma in conseguenza della nostra arretratezza, dell’incomprensione del nostro dovere di aiutare ogni operaio che si faccia notare per le sue qualità a divenire agitatore, organizzatore, propagandista, diffusore di stampa, ecc., di professione. Da questo punto di vista, noi sprechiamo vergognosamente le nostre forze, non sappiamo aver cura di ciò che è necessario conservare e sviluppare con particolare sollecitudine. Guardate i tedeschi: le loro forze sono cento volte superiori alle nostre, ma essi comprendono perfettamente che gli operai "medi" non forniscono troppo frequentemente degli agitatori veramente capaci. Si sforzano perciò di porre immediatamente ogni operaio capace in condizione di sviluppare e di applicare tutte le sue attitudini; ne fanno un agitatore di professione, lo incoraggiano ad allargare il campo della sua attività, a estenderlo da un’officina a tutta l’industria, da una località a tutto il paese. Così quell’operaio acquista esperienza e abilità professionale, allarga il suo orizzonte ed aumenta le sue cognizioni, osserva da vicino i maggiori capi politici delle altre località e degli altri partiti, si sforza di elevarsi al loro livello e di riunire in sé la conoscenza dell’ambiente operaio e l’ardore della fede socialista con la competenza professionale, senza la quale il proletariato non può condurre una lotta tenace contro un nemico perfettamente allenato. Così e soltanto così i Bebel e gli Auer sorgono dalla massa operaia. Ma ciò che spesso avviene naturalmente in un paese politicamente libero, deve essere, nel nostro paese, opera sistematica delle nostre organizzazioni. Qualunque agitatore operaio che abbia un certo ingegno e "dia delle speranze" non deve lavorare undici ore in officina. Dobbiamo fare in modo che egli viva a spese del partito, che possa, quando sarà necessario, passare alla vita illegale, trasferirsi in altre città. Senza di ciò non acquisterà mai una grande esperienza, non allargherà il suo orizzonte, non resisterà se non per qualche anno, nella lotta contro la polizia. Via via che la spinta spontanea del movimento operaio si rafforza e si estende, le masse operaie ci forniscono sempre più non solo degli agitatori, ma anche degli organizzatori, dei propagandisti di ingegno e dei "pratici" (pratici nel miglior senso della parola, come ve ne sono ben pochi tra i nostri intellettuali, per natura piuttosto noncuranti e fiacchi). Quando avremo dei gruppi di operai rivoluzionari, opportunamente preparati da un lungo addestramento (beninteso in "tutte le armi" dell’azione rivoluzionaria), nessuna polizia al mondo potrà liquidarli, perché quei gruppi di uomini, devoti anima e corpo alla rivoluzione, godranno anche della fiducia illimitata delle più larghe masse operaie. Se spingiamo troppo poco gli operai su questa via, sulla via dell’addestramento rivoluzionario che è comune a loro ed agli "intellettuali", se li tratteniamo troppo spesso con dei discorsi stupidi su quello che è "accessibile" alla massa operaia, agli "operai medi", la colpa ricade direttamente su noi.
Sotto questo, come sotto gli altri rapporti, la ristrettezza del lavoro organizzativo è certo indissolubilmente legata al restringimento della nostra teoria e dei nostri compiti politici (per quanto questo legame non sia percepito dalla immensa maggioranza degli "economisti" e dei militanti all’inizio del loro lavoro). La sottomissione alla spontaneità genera una specie di paura di allontanarsi anche di un passo da ciò che è "accessibile" alla massa, di elevarsi troppo al di sopra del semplice soddisfacimento dei suoi bisogni immediati. Non abbiate questa paura, signori! Ricordate che, per quanto riguarda l’organizzazione, ci troviamo a un livello così basso che è assurdo pensare che potremmo spingerci troppo in alto.
e) Organizzazione "cospirativa" e "democrazia"
È invece precisamente questo che molti fra di noi - così sensibili alla "voce della realtà" - paventano come il fuoco, accusando i partigiani delle opinioni qui esposte di essere come i seguaci della "Volontà del popolo", di non comprendere la "democrazia", ecc. Bisogna soffermarsi su queste accuse, naturalmente ripetute dal Raboceie Dielo.
Chi scrive sa benissimo che gli economisti pietroburghesi accusavano anche la Rabociaia Gazieta di pencolare verso la "Volontà del popolo" (ed è comprensibile, se si confronta la Rabociaia Gazieta con la Rabociaia Mysl). Non ci siamo quindi meravigliati quando abbiamo saputo da un compagno che i socialdemocratici della città X definivano l’Iskra, poco dopo la sua comparsa, un organo della "Volontà del popolo". Questa accusa era in fondo lusinghiera per noi, perché a quale buon socialdemocratico non è stata mossa questa accusa dagli economisti?
Queste accuse sono originate da un duplice malinteso. Innanzi tutto, nel nostro paese si conosce così male la storia del movimento rivoluzionario che su qualunque tipo di organizzazione di combattimento centralizzata e che dichiari risolutamente guerra allo zarismo si appiccica l’etichetta della Volontà del popolo. Ma l’eccellente organizzazione che avevano i rivoluzionari degli anni settanta, e che dovrebbe servire di esempio a noi tutti, non è stata creata dai seguaci della Volontà del popolo, bensì da quelli di Terra e libertà, i quali, più tardi, si scissero in partigiani della ripartizione nera e in partigiani della Volontà del popolo. Considerare dunque ogni organizzazione rivoluzionaria di combattimento come qualcosa che appartenga specificamente a quest’ultima organizzazione, è assurdo storicamente e logicamente, perché nessuna corrente rivoluzionaria può fare a meno di un’organizzazione simile se si propone di lottare sul serio. Lo sforzo compiuto dai seguaci della Volontà del popolo per attrarre tutti gli scontenti nella propria organizzazione e orientarli verso la lotta effettiva contro l’assolutismo non fu un errore, ma un grande merito storico. Il loro errore consisté invece nell’essersi basati su una teoria che in sostanza non era per nulla rivoluzionaria e nel non aver saputo e potuto legare indissolubilmente il loro movimento alla lotta di classe nella società capitalistica in sviluppo. E solo la più grossolana incomprensione del marxismo (o la sua interpretazione "struvista") poteva far credere che il sorgere di un movimento operaio di massa spontaneo ci esonerasse dal dovere di costituire un’organizzazione rivoluzionaria solida come quella di Terra e libertà, anzi incomparabilmente migliore. Questo dovere ci è invece imposto dal movimento, perché la lotta spontanea del proletariato diventerà una vera "lotta di classe" solo quando sarà diretta da una forte organizzazione di rivoluzionari.
In secondo luogo, molti - compreso evidentemente Kricevski (Raboceie Dielo, n. 10, p. 18) - interpretano falsamente la polemica contro la concezione "cospirativa" della lotta politica, che i socialdemocratici sempre hanno condotto. Noi ci siamo sempre opposti - e beninteso continueremo a farlo - a ogni tentativo di restringere la nostra lotta politica per ridurla ad un complotto [*11], ma ciò non significa affatto negare la necessità di una forte organizzazione rivoluzionaria. Per esempio, nell’opuscolo ricordato in nota, si polemizza contro coloro i quali vorrebbero ridurre la lotta politica ad una cospirazione e si parla, in pari tempo, di un’organizzazione (presentata come l’ideale socialdemocratico) abbastanza forte per poter "ricorrere all’insurrezione" e ad ogni "altro mezzo di attacco" [*12] "per infliggere il colpo decisivo all’assolutismo". Ove si tenga conto solo della forma, un’organizzazione rivoluzionaria di tal genere, in un paese autocratico, può anche essere definita "cospirativa", perché il segreto le è assolutamente necessario, tanto necessario che determina in via pregiudiziale tutte le altre condizioni (numero, scelta, funzione di militanti, ecc.). Perciò, quando ci si accusa di voler creare un’organizzazione cospirativa, noi, socialdemocratici, saremmo molto ingenui se ce ne spaventassimo. Una simile accusa è, per ogni avversario dell’economismo, non meno lusinghiera dell’accusa di essere un partigiano della “Volontà del popolo”.
Ma, si obietterà, un’organizzazione così forte e così rigorosamente segreta, che concentri nelle sue mani tutti i fili dell’azione clandestina, un’organizzazione necessariamente centralizzata può molto facilmente lanciarsi in un attacco prematuro e forzare il movimento in modo inconsulto, prima che l’attacco sia reso possibile e necessario dallo sviluppo del malcontento politico, dall’impeto del fermento e della irritazione esistenti nella classe operaia, ecc. Risponderemo: astrattamente parlando non si può negare che un’organizzazione di combattimento possa ingaggiare avventatamente una battaglia che in altre condizioni non si sarebbe forse perduta. Ma, in realtà, non ci si può limitare a considerazioni astratte, perché in ogni battaglia vi sono possibilità astratte di sconfitta, e il solo mezzo per delimitarle è di prepararsi sistematicamente alla lotta. Ma, se si pone la questione sul terreno concreto della situazione russa attuale, si giunge alla conclusione positiva che una forte organizzazione rivoluzionaria è assolutamente necessaria per rendere stabile il movimento e per premunirlo contro la possibilità di attacchi inconsulti. Proprio in questo momento, data la mancanza di una simile organizzazione, dato il rapido sviluppo spontaneo del movimento operaio, si possono già notare due estremi (che, come è naturale, "si toccano"): un economismo assolutamente inconsistente, che predica la moderazione, e un "terrorismo stimolante" che è altrettanto inconsistente e cerca "di provocare artificialmente i sintomi della fine di un movimento il quale è in progresso continuo, ma ancora più vicino al punto di partenza che non al punto di arrivo" (Vera Zasulic, nella Zarià, n. 2-3, p. 353). L’esempio del Raboceie Dielo indica che vi sono già dei socialdemocratici i quali capitolano dinanzi a questi due estremismi. E non è affatto strano perché, a parte le altre ragioni, è evidente che "la lotta economica contro i padroni e contro il governo" non soddisferà mai un rivoluzionario, ed è quasi fatale che i due estremismi opposti sorgano qua e là. Soltanto un’organizzazione di combattimento centralizzata, che esplichi con energia un’azione politica socialdemocratica e soddisfi, per così dire, tutti gli istinti e tutte le aspirazioni rivoluzionarie, può premunire il movimento contro un’offensiva inconsulta e preparare un attacco che possa concludersi con la vittoria.
Ci si obietterà ancora che la nostra concezione sulle questioni organizzative contrasta con il "principio democratico". Se l’accusa precedente era di origine specificamente russa, quest’ultima ha un carattere specificamente estero. Soltanto un’organizzazione che sta all’estero (l’ "Unione dei socialdemoctici") poteva dare alla propria redazione, fra le altre, le istruzioni seguenti:
Direttiva di organizzazione. Nell’interesse dello sviluppo e della unità della socialdemocrazia, è opportuno mettere in rilievo, sviluppare, rivendicare il principio di una larga democrazia nell’organizzazione di partito. Ciò è tanto più necessario in quanto certe tendenze antidemocratiche si sono già manifestate nelle file dell’organizzazione (Due congressi, pag. 18).
Vedremo nel prossimo capitolo come il Raboceie Dielo lotti contro le "tendenze antidemocratiche" dell’Iskra. Il "principio di una larga democrazia" implica - tutti ne converranno - due condizioni sine qua non: la prima è che tutto si svolga alla luce del sole, e la seconda che tutte le cariche siano elettive. Sarebbe ridicolo parlare di democrazia, se gli atti del partito non fossero pubblici, ma accessibili solo ai membri dell’organizzazione. Chiameremo democratica l’organizzazione del partito socialista tedesco, perché tutto vi si svolge apertamente, perfino le sedute del congresso; ma nessuno chiamerà democratica un’organizzazione che rimanga segreta per tutti coloro che non vi sono iscritti. Perché allora formulare il "principio di una larga democrazia", se l’organizzazione clandestina non può rispettare la condizione essenziale per applicarlo? In questo caso, tale "principio" è soltanto una frase, sonora ma vuota. Anzi, questa frase dimostra una completa incomprensione dei nostro compiti immediati nel campo organizzativo. Tutti sanno quanto la "grande" massa dei rivoluzionari custodisca male i segreti in Russia. Abbiamo potuto costatarlo al pari di B-v, il quale se ne lagna amaramente e domanda a buon diritto una "selezione rigorosa degli iscritti" (Raboceie Dielo, n. 6, p. 42). Eppure ecco dei militanti che si vantano del loro "senso della realtà" e sottolineano in una simile situazione non la necessità di un segreto rigoroso e di una selezione rigorosa (e quindi ristretta) degli iscritti, ma il "principio di una larga democrazia"! Che aberrazione!
Lo stesso dicasi per la seconda premessa della democrazia, l’eleggibilità. Essa è naturalmente sottintesa nei paesi di libertà politica. "Sono considerati iscritti al partito tutti coloro che accettano i princìpi del programma del partito e che lo sostengono nella misura delle loro forze", dice il primo articolo dello statuto del partito socialdemocratico tedesco. Poiché tutta l’arena politica è visibile a tutti, come la scena di un teatro per gli spettatori, tutti sanno dai giornali e dalle assemblee pubbliche se questa o quella persona accetta o non accetta il programma, se sostiene o no il partito. Si sa che questo o quel militante politico ha cominciato in questo o quel modo, ha compiuto questa o quella evoluzione, ha preso questo o quell’atteggiamento in un momento difficile della sua vita, è dotato di questa o quella qualità. Così tutti i membri del partito possono, con conoscenza di causa, eleggerlo o no a questa o a quella carica di partito. Il controllo generale (nel significato letterale della parola), esercitato da ognuno su ogni iscritto al partito nel corso della sua carriera politica, crea un meccanismo che funziona automaticamente ed assicura ciò che in biologia si chiama la "sopravvivenza dei più adatti". Per effetto di questa "selezione naturale", derivante dal carattere pubblico di ogni atto, dall’eleggibilità e dal controllo generale, ogni militante si trova, alla fine, al proprio posto, assume il compito più adatto per le sue forze e per le sue capacità, sopporta lui stesso tutte le conseguenze dei suoi errori e dimostra dinanzi a tutti la propria capacità di comprendere i suoi errori e di evitarli.
Cercate di immaginare una situazione simile sotto la nostra autocrazia! È possibile che in Russia tutti "coloro che accettano i princìpi del programma del partito e che lo sostengono nella misura delle loro forze" controllino ad ogni passo i rivoluzionari clandestini? È forse possibile per loro fare una scelta fra questi ultimi, quando il rivoluzionario è costretto, nell’interesse della causa, a nascondere la propria identità ai nove decimi degli iscritti all’organizzazione? Si rifletta un momento sul significato reale delle grandi parole del Raboceie Dielo e si comprenderà che una "larga democrazia" in una organizzazione di partito che vive nelle tenebre dell’autocrazia, nel regime della selezione poliziesca, non è che un balocco inutile e dannoso. Inutile, perché nessuna organizzazione rivoluzionaria ha mai applicato, né, anche volendo, potrà mai applicare, una larga democrazia. Dannoso, perché i tentativi di applicare effettivamente il "principio di una larga democrazia" servono solo a facilitare le larghe retate, a perpetuare il regno del primitivismo, a distogliere i militanti dal pensiero del loro compito serio ed impellente, che consiste nel formare la propria educazione di rivoluzionari di professione, per concentrarlo su quello della compilazione di statuti particolareggiati e "cartacei" sui sistemi elettorali. Solo all’estero, ove spesso si raccoglie gente che non ha la possibilità di svolgere un vero lavoro attivo, s’è potuto manifestare qua e là, e soprattutto nei diversi piccoli gruppi, questo "giuoco alla democrazia".
Per dimostrare al lettore quanto sia disonesto il metodo preferito dal Raboceie Dielo, che applica il bel «principio» della democrazia all'azione rivoluzionaria, citeremo ancora un testimonio, Serebriakov, direttore della rivista Nakanunie di Londra, che unisce ad una pronunciata simpatia per il Raboceie Dielo una forte avversione contro Plekhanov e i suoi seguaci. Negli articoli sulla scissione della «Unione dei socialdemocratici russi» all'estero, il Nakanunie ha preso decisamente la parte del Raboceie Dielo e ha fatto piovere una grandine di recriminazioni contro Plekhanov. Ancora più preziose sono perciò le sue opinioni su questo problema. Nell'articolo intitolato A proposito dell'appello del gruppo di autoemancipazione degli operai (Nakanunie, n. 7, luglio 1899), Serebriakov, segnalando la «sconvenienza» di sollevare le questioni «di presunzione, di preminenza, del cosiddetto areopago in un movimento rivoluzionario serio», scrive fra l'altro:
Mysckin, Rogacev, Geliabov, Mikhailov, Pierovskaia, Fighner ed altri non si sono mai considerati come dei capi. Nessuno li ha nominati né eletti. Eppure erano in realtà dei capi, perché, sia nei periodi di propaganda che nei periodi di lotta contro il governo, si addossavano il lavoro più difficile, andavano nei luoghi più pericolosi ed esplicavano l'attività più utile. E questa preminenza non era il risultato di un loro desiderio, ma della fiducia che i compagni che li circondavano avevano nella loro intelligenza, nella loro energia e nella loro devozione. Preoccuparsi di un areopago [e se non ce se ne preoccupa, perché parlarne?] che dirigerebbe dittatorialmente il movimento, sarebbe troppo ingenuo. Chi ubbidirebbe?
Lo domandiamo al lettore: quale differenza vi è fra un «areopago» e le «tendenze antidemocratiche»? Non è forse evidente che lo «specioso» principio di organizzazione del Raboceie Dielo è tanto ingenuo quanto sconveniente? Ingenuo, perché l' «areopago» o gli uomini di «tendenze antidemocratiche» non sarebbero obbediti da nessuno, se «i compagni che li circondano non avessero fiducia nella loro intelligenza, nella loro energia e nella loro devozione»; sconveniente perché si tratta solo di una trovata demagogica, che specula sulla vanità di taluni, sul fatto che altri non conoscono la reale situazione del movimento, sul fatto che altri ancora sono impreparati e ignorano la storia del movimento rivoluzionario. Per i militanti del nostro movimento, il solo principio organizzativo serio dev’essere: rigorosa clandestinità, scelta minuziosa degli iscritti, preparazione di rivoluzionari di professione. Con queste qualità avremo anche qualcosa di più della "democrazia": avremo una fiducia completa e fraterna fra rivoluzionati. E questo qualcosa di più è senza dubbio necessario per noi, perché da noi, in Russia, non è possibile sostituirlo con il controllo democratico generale. Sarebbe d’altra parte un errore gravissimo credere che, a causa dell’impossibilità di un controllo veramente "democratico", non si possano controllare i membri dell’organizzazione rivoluzionaria. Questi ultimi infatti non hanno il tempo di pensare alle forme esteriori della democrazia (in un piccolo nucleo di compagni che abbiano gli uni verso gli altri una completa fiducia), ma sentono molto fortemente la propria responsabilità e sanno inoltre per esperienza che, per sbarazzarsi di un membro indegno, una organizzazione di veri rivoluzionari non arretrerà dinanzi a nessun mezzo. Inoltre, nel nostro ambiente rivoluzionario russo (e internazionale), esiste un’opinione pubblica abbastanza sviluppata, che ha una lunga tradizione e che punisce implacabilmente ogni mancanza verso i doveri dei compagni (ora la "democrazia", autentica, che non è un semplice balocco, è un elemento che fa parte organicamente dei rapporti fra compagni!). Si tenga conto di tutto questo e si comprenderà come i discorsi e le risoluzioni sulle "tendenze antidemocratiche" puzzino di chiuso e rivelino la burlesca tendenza degli emigrati a fare i generali!
Si deve inoltre notare che l'ingenuità — seconda sorgente di tali discorsi — è la conseguenza di un'idea abbastanza confusa sulla natura della democrazia. L'opera dei coniugi Webb sul tradunionismo contiene un capitolo curioso sulla «democrazia primitiva». Gli autori vi raccontano che gli operai inglesi nel primo periodo d'esistenza dei loro sindacati consideravano come condizione necessaria della democrazia la partecipazione di tutti gli iscritti a tutti i particolari dell'amministrazione del sindacato. Tutte le questioni erano risolte mediante il voto di tutti i membri e le cariche stesse erano coperte, a turno, da tutti gli iscritti. Fu necessaria una lunga esperienza storica perché gli operai comprendessero l'assurdo di una simile concezione della democrazia e la necessità di organi rappresentativi da una parte e di funzionari sindacali dall'altra. Occorsero parecchi fallimenti di casse sindacali per far comprendere agli operai che la questione del rapporto diretto fra le quote versate e i sussidi accordati non poteva essere risolta solo da un voto democratico, ma che era necessario il consiglio di una persona esperta nei problemi delle assicurazioni sociali. Prendete il libro di Kautsky sul parlamentarismo e la legislazione popolare e vedrete che le conclusioni cui giunge il teorico marxista concordano con la lunga esperienza del movimento operaio «spontaneo ». Kautsky si leva risolutamente contro la concezione rudimentale della democrazia sostenuta da Rittinghausen, schernisce coloro che sono pronti a domandare, in nome di una simile democrazia, che i «giornali popolari siano redatti direttamente dal popolo», dimostra la necessità di giornalisti professionali, di parlamentari, ecc. per la direzione socialdemocratica della lotta di classe proletaria, attacca il «socialismo degli anarchici e dei letterati» che, «mirando all'effetto», esaltano il potere legislativo esercitato direttamente dal popolo e non comprendono che l'applicazione di questo principio è molto relativa nella società attuale. Chi ha lavorato praticamente nel nostro movimento sa quanto sia diffusa la concezione «primitiva» della democrazia nella massa della gioventù universitaria e degli operai. Nulla di strano quindi che essa appaia anche negli statuti e nella letteratura. Gli economisti della scuola di Bernstein scrivono nel loro statuto: «§ 10. Tutte le questioni che interessano l'intera organizzazione sono decise da tutti gli iscritti a maggioranza di voti». Gli economisti del tipo terrorista ripetono, seguendoli: «È necessario che le decisioni dei comitati passino per tutti i circoli prima di essere obbligatorie » (Svoboda, n. 1, p. 67). Notate che a questa richiesta di una larga applicazione del referendum si unisce quella di una struttura di tutta l'organizzazione basata sul principio elettivo! Naturalmente, con ciò non vogliamo affatto condannare quei militanti che hanno avuto troppo poche possibilità per conoscere bene la teoria e la pratica delle organizzazioni veramente democratiche. Ma quando il Raboceie Dielo, che pretende di dirigere, si limita, in tali condizioni, a una risoluzione sul principio di una larga democrazia, come non dire che «mira» puramente e semplicemente « all'effetto»?
f) Lavoro locale e lavoro nazionale Se le obiezioni secondo cui il piano di organizzazione qui esposto non sarebbe democratico e avrebbe un carattere clandestino sono prive di qualsiasi fondamento, rimane ancora una questione sollevata molto spesso e che merita un esame particolareggiato: quella del rapporto fra lavoro locale e lavoro nazionale. La costituzione di un’organizzazione centralizzata - ci si domanda con qualche inquietudine - non farà spostare il centro di gravità dal primo sul secondo? E ciò non danneggerà il movimento? I nostri legami con la massa operaia non ne saranno indeboliti, e, in generale, la continuità dell’agitazione locale non ne soffrirà? Risponderemo che in questi ultimi anni il nostro movimento si è trovato indebolito proprio per il fatto che i militanti locali sono troppo assorbiti dal lavoro locale, che è quindi assolutamente necessario spostare alquanto il centro di gravità verso il lavoro nazionale e che questo spostamento non indebolirà, ma rafforzerà i nostri legami con la massa e la continuità della nostra agitazione locale. Per dimostrarlo, esaminiamo la questione del giornale centrale e dei giornali locali. Non dimentichi però il lettore che la stampa è per noi solo un esempio per illustrare tutta l’azione rivoluzionaria, infinitamente più vasta e multiforme.
Nel primo periodo del movimento di massa (1896-1898), i militanti locali fanno un tentativo per organizzare un giornale per tutta la Russia: la Rabociaia Gazieta; nel periodo successivo (1898-1900) il movimento progredisce notevolmente, ma l’attenzione dei dirigenti è completamente assorbita dai giornali locali. Se si esamina il complesso di quei giornali si trova [*13] che ne è stato pubblicato, in media, un numero al mese. Non è questo un esempio evidente del nostro primitivismo? Non prova forse che la nostra organizzazione rivoluzionaria è in ritardo sullo slancio spontaneo delle masse? Se lo stesso numero di giornali fosse stato pubblicato non da gruppi locali dispersi, ma da un’organizzazione unica, avremmo economizzato una notevole quantità di forze e il nostro lavoro sarebbe stato incomparabilmente più stabile e continuo. Ecco una constatazione molto semplice, di cui troppo spesso non tengono conto quei militanti che lavorano attivamente quasi soltanto per i giornali locali (disgraziatamente, nella stragrande maggioranza dei casi, la situazione è oggi ancora questa) e quei pubblicisti che in questa questione danno prova di un donchisciottismo stupefacente. Il militante si accontenta ordinariamente di ritenere "difficile" [*14] per dei militanti locali l’organizzazione di un giornale per tutta la Russia e preferibile perciò di avere dei giornali locali, anziché non averne affatto. Questo è certamente giusto e riconosciamo, senza difficoltà, la grandissima importanza e la grandissima utilità dei giornali locali in generale. Ma non si tratta di questo: si tratta di sapere se non è possibile rimediare alla dispersione, al primitivismo, attestato così chiaramente dalla comparsa di trenta numeri di giornali locali in tutta la Russia nel giro di due anni e mezzo. Non limitatevi dunque ad affermazioni incontestabili, ma troppo generiche, sull’utilità dei giornali locali in generale, ma abbiate anche il coraggio di rilevarne apertamente i lati negativi, messi in luce dall’esperienza di due anni e mezzo. L’esperienza dimostra che, nelle nostre condizioni, i giornali locali sono per lo più tentennanti dal punto di vista dei principi, senza importanza politica, troppo onerosi per il dispendio di forze rivoluzionarie che esigono e per nulla soddisfacenti tecnicamente (non parlo, beninteso, della tecnica tipografica, ma della frequenza e della regolarità della pubblicazione). E tutti questi difetti non dipendono dal caso, ma sono l’inevitabile risultato di quello spezzettamento che, da una parte, spiega la prevalenza dei giornali locali nel periodo in questione e, dall’altra, perpetua questa prevalenza. Un’organizzazione locale isolata non ha la forza di assicurare al proprio giornale la fermezza dal punto di vista dei princìpi, né di farne un organo politico nel vero senso della parola, non può raccogliere e utilizzare materiali sufficienti per mettere in luce tutta la nostra vita politica. L’argomento che comunemente si adduce nei paesi liberi per giustificare la necessità di numerosi giornali locali: basso costo (perché sono fatti da operai del posto), larghezza e rapidità di informazioni alla popolazione locale; questo argomento, come è provato dall’esperienza, si ritorce nel nostro paese contro i giornali locali. Questi ultimi costano assolutamente troppo, come consumo di forze rivoluzionarie, e compaiono ad intervalli estremamente lunghi, per la semplice ragione che un giornale illegale, per quanto piccolo, ha bisogno di un immenso apparato clandestino, il quale può esistere solo in un grande centro industriale e non può essere organizzato in una bottega d’artigiano. Il carattere rudimentale dell’apparato clandestino permette ordinariamente alla polizia, dopo la pubblicazione e la diffusione di uno o due numeri, di effettuare una vasta retata e di distruggere tutta l’organizzazione, di modo che si deve ricominciare da capo (ogni militante pratico conosce infiniti casi di questo genere). Un buon apparato clandestino esige una buona preparazione professionale dei rivoluzionari e una divisione rigorosamente logica del lavoro. Ma un’organizzazione locale, per quanto forte essa sia in questo momento, non può assolutamente rispondere a queste due esigenze. Anche astraendo dagli interessi generali del nostro movimento (educazione socialista e politica conseguente degli operai), gli interessi specificamente locali sono meglio difesi dagli organi non locali. Sembra a prima vista un paradosso ed è invece un fatto incontestabile, provato da una esperienza, di due anni e mezzo. Tutti riconosceranno che, se tutte le energie locali che hanno fatto comparire trenta numeri di giornali avessero lavorato per un solo giornale, quest’ultimo avrebbe pubblicato facilmente sessanta, se non cento numeri, e avrebbe quindi dato un quadro più completo delle particolarità puramente locali del movimento. Certo non è facile giungere a questo grado di organizzazione, ma bisogna che ne riconosciamo la necessità, bisogna che ogni circolo locale vi pensi e lavori attivamente, senza attendere alcun impulso dall’esterno, senza lasciarsi sedurre dall’idea che un organo locale sia più accessibile alla popolazione locale, il che è in gran parte un’illusione, come dimostra la nostra esperienza rivoluzionaria.
E rendono un cattivo servizio al lavoro pratico quei pubblicisti che, credendosi particolarmente vicini ai «pratici», non se ne rendono conto e se la sbrigano con un ragionamento straordinariamente facile e straordinariamente vuoto: occorrono dei giornali locali, occorrono dei giornali regionali, occorrono dei giornali per tutta la Russia. Tutto ciò è necessario, indubbiamente; ma bisogna pensare anche alle condizioni ambientali e al momento quando si cerca di risolvere concretamente una questione organizzativa. Non è infatti donchisciottesco scrivere, come fa la Svoboda (n. 1, p. 68) quando «si sofferma particolarmente sulla questione del giornale »: «Secondo noi, ogni agglomerazione operaia di qualche importanza deve avere un proprio giornale operaio: non un giornale proveniente da altre località, ma un giornale suo proprio»? Se questo giornalista non riflette sul significato delle sue parole, rifletteteci voi, lettori, per lui: quante decine e centinaia «di agglomerazioni operaie di qualche importanza» vi sono in Russia e per quanto tempo persisterebbe ancora il nostro primitivismo se ogni organizzazione locale si mettesse a pubblicare il proprio giornale! E come tanta dispersione faciliterebbe il lavoro della polizia! Come le permetterebbe di mettere le mani senza nessuno sforzo «di qualche importanza» sui militanti locali fin dall'inizio della loro azione, prima ancora che abbiano avuto il tempo di diventare dei veri rivoluzionari! In un giornale per tutta la Russia — continua l'autore — le malefatte degli industriali e «i fatterelli della vita d'officina di questa o quella città sconosciuta» non offrirebbero nessun interesse; ma «l'abitante di Oriol sarà sempre contento di leggere quanto avviene ad Oriol. Egli conosce coloro a cui "sono state rivedute le bucce", coloro ai quali "si è detto il fatto loro"; e "la sua anima canta"» (p. 69). Certamente, l'anima dell'abitante di Oriol canta, ma anche il pensiero del nostro pubblicista «canta» troppo. È opportuna questa difesa della lotta per cose meschine? Ecco su che cosa egli dovrebbe riflettere. Certo, le rivelazioni sulla vita di officina sono necessarie ed importanti, siamo i primi a riconoscerlo. Ma bisogna ricordare che oggi siamo giunti a un momento in cui le corrispondenze pietroburghesi del giornale pietroburghese Rabociaia Mysl cominciano già ad annoiare i pietroburghesi. Per le rivelazioni sulle officine abbiamo sempre avuto e dovremo sempre avere dei volantini locali, ma, per quanto riguarda il nostro giornale, dobbiamo elevarlo e non abbassarlo al livello di un foglio di officina. Per mezzo di un «giornale» dobbiamo rivelare non tanto i «fatterelli» quanto i difetti essenziali, tipici della vita di officina; dobbiamo esporre esempi particolarmente importanti e che possono quindi interessare tutti gli operai e tutti i dirigenti del movimento, aumentarne le cognizioni, allargarne l'orizzonte, risvegliare alla vita un nuovo rione urbano, una nuova categoria di operai.
«In un giornale locale si possono cogliere immediatamente tutte le malefatte dei padroni o delle autorità. A un giornale centrale lontano, invece, la notizia arriva dopo molto tempo e, prima ancora che il giornale compaia, l'avvenimento è già dimenticato ed il lettore dirà: "Ma quando è accaduto questo fatto? Signore, aiuta la mia memoria"» (ivi). Proprio così: signore, aiuta la mia memoria! I trenta numeri pubblicati in due anni e mezzo sono comparsi, secondo lo stesso rapporto, in sei città. Il che significa, in media, un numero per ogni semestre in ogni città! Anche se il nostro pubblicista irriflessivo triplica nelle sue supposizioni il rendimento del lavoro locale (e sarebbe un calcolo assolutamente sbagliato per una città media, perché il nostro primitivismo impedisce un aumento considerevole del rendimento) avremmo solo un numero ogni due mesi e sarebbe quindi impossibile «cogliere immediatamente» le notizie. Ma basta che dieci organizzazioni locali si uniscano e affidino a dei delegati la funzione attiva di organizzare un giornale comune per poter allora «cogliere» — ogni quindici giorni— in tutta la Russia, non i fatterelli, ma gli abusi tipici! Coloro che sanno ciò che avviene nelle nostre organizzazioni non ne possono dubitare. In quanto a cogliere effettivamente — e non a parole — il nemico in flagrante delitto, un giornale illegale non lo potrebbe fare; ciò è possibile unicamente ai fogli volanti, perché nella maggior parte dei casi non si ha più di un giorno o due di tempo (se si tien conto per esempio dei casi abituali: un breve sciopero, un conflitto fra operai e poliziotti in officina, una manifestazione qualsiasi, ecc).
«L'operaio non vive soltanto nell'officina, ma anche nella città», continua il nostro autore, passando dal particolare al generale con una logica ferrea che farebbe onore perfino a Boris Kricevski. E segnala le questioni relative alle dume municipali, agli ospedali, alle scuole, ecc, esigendo che il giornale operaio si occupi degli affari municipali in generale. L'esigenza è giustissima, ma dimostra che quando si discute di giornali locali ci si accontenta troppo spesso di astrazioni prive di contenuto. Innanzi tutto, se, come vorrebbe la Svoboda, in «ogni agglomerazione operaia di qualche importanza» si fondassero dei giornali con una rubrica municipale particolareggiata, si degenerebbe fatalmente, nelle condizioni russe attuali, in una lotta per cose meschine, si indebolirebbe la nozione dell'importanza di una spinta rivoluzionaria generale contro lo zarismo, si rafforzerebbero i germi, più dissimulati e compressi che non effettivamente estirpati, della tendenza resa ormai famosa dalla celebre frase sui rivoluzionari che parlano troppo del parlamento inesistente e troppo poco delle dume municipali esistenti. Fatalmente, diciamo, sottolineando così che la Svoboda non vuole questo ma l'opposto. Però le buone intenzioni non bastano. Per ottenere che le questioni municipali siano viste in una giusta prospettiva rispetto all'insieme del nostro lavoro, bisogna dapprima determinare questa prospettiva e stabilirla con chiarezza, non solo con dei ragionamenti, ma con un complesso di esempi, bisogna darle la solidità di una tradizione. Ne siamo ancora ben lontani, e quindi di li bisogna cominciare, prima di poter anche solo pensare e parlare di una grande stampa locale.
In secondo luogo, per scrivere veramente bene e in modo interessante sulle questioni municipali, bisogna conoscerle a fondo, e non solo attraverso i libri. Invece in tutta la Russia non ci sono quasi, si può dire, dei socialdemocratici che le conoscano. Per trattare su un giornale (e non in un opuscolo popolare) le questioni della città e dello Stato, bisogna disporre di numerosi documenti recenti, messi insieme ed elaborati da un uomo intelligente. Ma per raccoglierli ed elaborarli, non basta la "democrazia primitiva" di un circolo primitivo, in cui tutti si occupano di tutto e si divertono con dei referendum. È necessario uno stato maggiore di scrittori specializzati, di corrispondenti specializzati, un esercito di cronisti socialdemocratici che stabiliscano dei contatti dappertutto, che sappiano scoprire tutti i "segreti di Stato" (il funzionario russo che li conosce si dà tante arie ma nello stesso tempo li divulga così facilmente!), che sappiano penetrare tutti i "retroscena", e un esercito di uomini che abbiano l’ "incarico" di essere in ogni luogo e di saper tutto. E noi - partito della lotta contro ogni oppressione economica, politica, sociale, nazionale - possiamo e dobbiamo trovare, raccogliere, istruire, mobilitare e mettere in marcia quest’esercito di uomini onniscienti: ma ecco, bisogna ancora farlo! E non solo nella stragrande maggioranza delle località non abbiamo ancora fatto niente da questo punto di vista, ma spesso non comprendiamo neppure la necessità di farlo. Si cerchino, nella nostra stampa socialdemocratica, degli articoli vivaci e interessanti, delle corrispondenze e denunce che chiariscono le nostre questioni e questioncelle diplomatiche, militari, religiose, municipali, finanziarie, ecc.: non vi si troverà quasi niente o molto poco [*15]. Ecco perché "vado sempre su tutte le furie quando qualcuno viene a raccontarmi delle cose molto belle, magnifiche", sulla necessità di avere "nelle agglomerazioni operaie di qualche importanza" dei giornali che smascherino gli abusi commessi nelle officine e nelle amministrazioni municipali e statali.
La prevalenza della stampa locale sulla stampa centrale è un segno o di povertà o di lusso: di povertà, quando il movimento non ha ancora dato forze sufficienti per la produzione in grande, quando vegeta ancora nel primitivismo ed è quasi sommerso dai "fatterelli della vita d’officina"; di lusso, quando è già riuscito a adempiere i propri compiti di denuncia e di agitazione multiforme e quando, oltre al bisogno di un organo centrale, si fa sentire il bisogno di numerosi giornali locali. Ognuno può vedere che cosa significa la prevalenza dei giornali locali in Russia, nel momento attuale. Per evitare ogni malinteso, formulerò le mie conclusioni in modo preciso. Fino ad oggi, la maggior parte delle nostre organizzazioni locali pensa quasi esclusivamente ai giornali locali e lavora quasi esclusivamente in tal senso. È anormale. Bisogna invece che la maggior parte delle organizzazioni locali pensi alla fondazione di un giornale destinato a tutta la Russia e lavori soprattutto per questo. Fino a quando ciò non avverrà, non riusciremo ad organizzare neppure un giornale che possa veramente servire al movimento con una multiforme agitazione. Ma quando ciò sarà stato fatto, si stabiliranno automaticamente relazioni normali fra l’indispensabile organo centrale e gli indispensabili giornali locali.
A prima vista può sembrare impossibile applicare nel campo della lotta economica pura l'affermazione della necessità di trasferire il centro di gravita dal lavoro locale al lavoro nazionale. Infatti il nemico diretto degli operai è qui rappresentato da imprenditori isolati o da gruppi di imprenditori non legati da un'organizzazione che assomigli, anche lontanamente, ad una organizzazione puramente militare, rigorosamente centralizzata, diretta sin nei minimi particolari da una volontà unica, come è quella del governo russo, il nostro nemico diretto nella lotta politica.
Ma ciò non è vero. La lotta economica — come abbiamo già detto parecchie volte — è una lotta di categoria ed esige perciò l'unione degli operai secondo il loro mestiere e non soltanto sulla base del loro luogo di lavoro. E questa organizzazione è tanto più urgente in quanto i padroni si affrettano a riunirsi in associazioni e sindacati di ogni genere. Il nostro spezzettamento ed il nostro primitivismo la intralciano, perché essa esige in tutta la Russia un'organizzazione di rivoluzionari capace di assumere la direzione di sindacati operai nazionali. Abbiamo esposto precedentemente il tipo di organizzazione necessario per questo scopo. Aggiungeremo ora qualche parola a proposito della nostra stampa.
È poco probabile che qualcuno contesti che ogni giornale socialdemocratico debba avere una rubrica per la lotta di categoria (economica), ma lo sviluppo del movimento sindacale ci obbliga a prevedere anche la creazione di una stampa specializzata. Ciò nonostante, ci sembra che, salvo qualche rara eccezione, non si possa ancora pensare in Russia a una stampa di tal genere; sarebbe un lusso, e noi manchiamo spesso del pane quotidiano. In questo campo la forma più adatta alle condizioni attuali del lavoro illegale, la forma fin d’ora necessaria per la stampa sindacale, è piuttosto l’opuscolo sindacale. Sarebbe utile raccogliervi e raggrupparvi sistematicamente dei materiali legali [*16] e illegali sulle condizioni di lavoro in un dato mestiere, sulle differenze di tali condizioni nelle varie località della Russia, sulle rivendicazioni principali degli operai di una determinata categoria, sulle lacune della legislazione che la concerne, sui casi più importanti di lotta economica degli operai di questa o quella categoria, sull’origine, sulla situazione attuale e sui bisogni della loro organizzazione sindacale, ecc. Innanzi tutto, questi opuscoli eviterebbero alla nostra stampa socialdemocratica di doversi occupare di una quantità di particolari che interessano solo una determinata categoria di operai. In secondo luogo, fisserebbero i risultati della nostra esperienza nella lotta economica, conserverebbero e generalizzerebbero i materiali raccolti che oggi sono letteralmente dispersi nella massa dei fogli volanti e delle corrispondenze isolate e frammentarie. In terzo luogo, essi potrebbero servire, in qualche modo, come manuali per gli agitatori, perché le condizioni di lavoro cambiano abbastanza lentamente e le rivendicazioni fondamentali degli operai di un dato mestiere sono straordinariamente stabili. (Si paragonino le rivendicazioni dei tessitori della regione di Mosca nel 1885 e quelle dei tessitori della regione di Pietroburgo nel 1896). Lo studio di tali rivendicazioni e di tali necessità potrebbe per vari anni costituire un aiuto prezioso per l’agitazione economica nelle località arretrate o tra gli strati di operai arretrati. Gli esempi di scioperi vittoriosi in una data regione, le informazioni sull’esistenza di un tenore di vita superiore, di migliori condizioni di lavoro in questa o quella località incoraggerebbero gli operai delle località meno favorite ad ingaggiare la lotta. Infine, prendendo l’iniziativa di generalizzare la lotta economica, rafforzando cioè i legami del movimento sindacale russo con il socialismo, la socialdemocrazia si preoccuperebbe anche di fare in modo che la nostra azione tradunionista non abbia una parte né troppo grande né troppo piccola nella somma del nostro lavoro socialdemocratico. È molto difficile, e qualche volta anche impossibile, per un’organizzazione locale isolata da quelle delle altre città conservare un giusto equilibrio (l’esempio della Rabociaia Mysl mostra a quale mostruosa esagerazione tradunionista si può arrivare). Ma per un’organizzazione nazionale di rivoluzionari, che rimanga costantemente sulla piattaforma del marxismo, che diriga tutta la lotta politica e che disponga di uno stato maggiore di agitatori di professione, non sarà mai difficile determinare questo giusto equilibrio.
5. " Piano " di un giornale politico per tutta la Russia

a) Chi si è offeso per l'articolo «Da che cosa cominciare? »
b) Può un giornale essere un organizzatore collettivo?
c) Quale tipo di organizzazione ci occorre?
"Il più grave errore dell’Iskra da questo punto di vista - scrive Kricevski, che ci rimprovera la tendenza "a trasformare la teoria in una dottrina morta, isolandola dalla pratica" (Raboceie Dielo, n. 10, p. 30) - è il suo "piano" per un’ "organizzazione unica del partito" (cioè l’articolo Da che cosa cominciare?). Martynov è accorso in suo aiuto affermando che "la tendenza dell’Iskra a menomare l’importanza dello sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana immediata rispetto alla propaganda di idee brillanti e ben definite... ha portato al piano di organizzazione per il partito proposto nell’articolo del n. 4, Da che cosa cominciare?" (ivi, p. 61). Infine in questi ultimi tempi tutti coloro che si indignano per il "piano" in questione (le virgolette devono esprimere la loro ironia) hanno trovato un nuovo alleato in Nadezdin il quale, in un opuscolo che ho ricevuto da poco, La vigilia della rivoluzione (edito dal "Gruppo rivoluzionario socialista" Svoboda a noi già noto), afferma che "parlare oggi di una organizzazione collegata ad un giornale per tutta la Russia significa rimanere nelle nuvole, fare del lavoro da tavolino" (p. 126), della "letteratura" e così via.
La solidarietà che il nostro terrorista esprime per i fautori dello «sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana immediata» non può meravigliarci; ne abbiamo indicato le radici nei capitoli precedenti sulla politica e sull'organizzazione. Bisogna però fin d'ora notare che solamente Nadezdin ha tentato coscienziosamente di afferrare il significato dell'articolo che gli è spiaciuto e di rispondere sulla sostanza, mentre il Raboceie Dielo nulla ha detto sulla sostanza e ha cercato solo di ingarbugliare la questione ricorrendo ad una serie di indegne trovate demagogiche. Per quanto sia spiacevole, dobbiamo perdere del tempo per spazzare innanzi tutto le stalle di Augia.
a) Chi si è offeso per l'articolo «Da che cosa cominciare? »
Citiamo un bel mazzo di espressioni ed esclamazioni con le quali il Raboceie Dielo si è scagliato contro di noi. «Non è il giornale che può creare un'organizzazione di partito, ma viceversa»... «Un giornale che sia al di sopra del partito, fuori del suo controllo e indipendente da esso grazie alla propria rete di fiduciari»... «Come è potuto accadere che l’Iskra abbia dimenticato le organizzazioni socialdemocratiche — che esistono di fatto — del partito cui essa appartiene?»... «Coloro che hanno saldi principi e un piano corrispondente sarebbero anche i supremi regolatori della lotta reale del partito, imporrebbero al partito l'esecuzione del loro piano»... «Il piano getta le nostre organizzazioni vive e vitali nel regno delle ombre e vuol far sorgere una fantastica rete di fiduciari»... «.Se il piano dell'Iskra fosse attuato, sparirebbe persino ogni traccia del Partito operaio socialdemocratico russo che si stava formando»... «L'organo di propaganda diverrebbe il legislatore assoluto e incontrollato di tutta la lotta rivoluzionaria pratica»... «Come deve considerare il nostro partito la sua completa sottomissione a una redazione autonoma?», ecc. ecc.
Come il lettore vede dal contenuto e dal tono di queste citazioni, il Raboceie Dielo si è offeso. Ma si è offeso non per sé, bensì per le organizzazioni e i comitati del nostro partito che l'Iskra vorrebbe gettare nel regno delle ombre e di cui vorrebbe far sparire persino ogni traccia. Che orrore, pensate! Di strano c'è una cosa sola. L'articolo Da che cosa cominciare? è apparso nel maggio del 1901, gli articoli del Raboceie Dielo nel settembre del 1901, e adesso siamo già alla metà di gennaio del 1902. In tutti questi cinque mesi (sia prima che dopo settembre) neppure un comitato e neppure una organizzazione del partito ha formalmente protestato contro quel mostro che vuol gettare i comitati e le organizzazioni nel regno delle ombre! Eppure in questo periodo, sia nell'Iskra che in un mucchio di altre pubblicazioni locali e non locali, sono apparse decine e centinaia di notizie da tutti gli angoli della Russia. Com'è avvenuto che coloro che si vuoi gettare nel regno delle ombre non se ne siano accorti e non si siano offesi, ma si sia offesa una terza persona?
Ciò è avvenuto perché i comitati e le altre organizzazioni sono intenti a svolgere un vero lavoro e non a giocare alla «democrazia». I comitati hanno letto l'articolo Da che cosa cominciare?, hanno visto che era un tentativo di «elaborare un determinato piano di organizzazione affinché da ogni parte ci si accinga a costruirla », e siccome sapevano benissimo e vedevano che nessuna «parte» avrebbe pensato di « accingersi a costruirla», fino a che non fosse stata convinta che l'organizzazione era necessaria e il piano di costruzione era giusto, naturalmente non hanno pensato di «offendersi» per il colmo di temerarietà di chi aveva scritto nell'Iskra: «Considerata l'urgenza del problema, ci decidiamo, da parte nostra, a sottoporre all'attenzione dei compagni l'abbozzo di un piano, che. abbiamo sviluppato in modo più particolareggiato in un opuscolo in corso di preparazione per la stampa». Com'è possibile, se si è in buona fede, non comprendere che, se i compagni accetteranno il piano sottoposto alla loro attenzione, lo realizzeranno non per «sottomissione», ma perché convinti della sua necessità per la nostra causa comune e che, se non lo accetteranno, l'«abbozzo» (che parola pretenziosa, non è vero?) rimarrà un semplice abbozzo? Non si fa forse della demagogia quando contro l'abbozzo di un piano si combatte non soltanto «criticandolo» e consigliando ai compagni di respingerlo, ma anche aizzando chi è poco pratico del lavoro rivoluzionario contro gli autori dell'abbozzo, soltanto per il fatto che osano «legiferare» e presentarsi come i «supremi regolatori », ossia osano proporre un abbozzo di piano?? Può il nostro partito svilupparsi e progredire se a causa del tentativo di innalzare i dirigenti locali a idee, compiti, piani, ecc. più vasti, non soltanto ci si muovono obiezioni per l'erroneità di queste idee, ma ci si «offende» perché ci si vuole «innalzare»? Anche L. Nadezdin ha «criticato» il nostro piano, ma egli non si è abbassato fino a una demagogia che solo l'ingenuità o il primitivismo nelle tendenze politiche possono spiegare, ed ha respinto decisamente e fin dall'inizio l'accusa di «ispettorato sul partito». A Nadezdin, quindi, per la sua critica al piano si può e si deve rispondere sulla sostanza, mentre al Raboceie Dielo si può rispondere soltanto col disprezzo.
Ma il disprezzo per uno scrittore degradatosi sino a far chiasso sull’«assolutismo» e la «sottomissione» non ci esime dal dovere di districare il pasticcio che viene offerto al lettore da simili persone. E qui possiamo mostrare con evidenza a tutti di che genere sono queste frasi correnti sulla «larga democrazia». Ci si accusa di ignorare i comitati, ci si accusa di volere o di tentare di gettarli nel regno delle ombre, ecc. Come rispondere a queste accuse quando non possiamo dire al lettore quasi nulla, di fatto, sui nostri reali rapporti con i comitati, e non lo possiamo per ragioni di clandestinità? Individui simili, lanciando un'accusa sferzante, che irrita la folla, ci tagliano la strada grazie alla loro disinvoltura, grazie al loro sprezzante atteggiamento verso i doveri del rivoluzionario che nasconde accuratamente agli occhi di tutti i contatti e i legami che egli ha, stabilisce o tenta di stabilire. È comprensibile che ci rifiutiamo una volta per sempre di entrare in concorrenza, nel campo della « democrazia», con simili uomini. Per quanto riguarda il lettore profano in tutte le cose del partito, l'unico modo di compiere il proprio dovere verso di lui è di raccontargli non quello che c'è e quello che è im Werden [1], ma una piccola parte di quello che c'era e che si può raccontare perché ormai appartiene al passato.
Il Bund allude alla nostra «usurpazione» [*1], l' «Unione» all'estero ci accusa di tentare di far sparire ogni traccia del partito. Va bene, signori! Sarete allora pienamente soddisfatti quando racconteremo al pubblico quattro fatti del passato.
Primo [*2]. I membri di una delle «Unioni di lotta », che hanno preso parte diretta alla fondazione del nostro partito e inviato un delegato al congresso costitutivo del partito, trattano con uno dei membri del gruppo dell'Iskra per fondare una collana operaia che deve appagare i bisogni di tutto il movimento. Non se ne fa niente, e gli opuscoli scritti per la collana, I compiti dei socialdemocratici russi e La nuova legge sulle fabbriche, finiscono, dopo un lungo giro e attraverso terze persone, all'estero, dove vengono pubblicati [2].
Secondo. I membri del Comitato centrale del Bund si rivolgono a uno dei membri del gruppo dell'Iskra proponendogli di organizzare, come il Bund si espresse allora, un «laboratorio letterario». Ed essi dicono che, se non si riuscirà, il nostro movimento potrà andare molto indietro. Risultato delle trattative è l'opuscolo La causa operaia in Russia [*3].
Terzo. Il Comitato centrale del Bund si rivolge, servendosi come intermediario di una cittadina di provincia, a uno dei membri dell'Iskra, proponendogli di assumersi la redazione della Rabociaia Gazieta che dovrebbe riprendere le pubblicazioni; il membro dell’Iskra accetta. In seguito la proposta cambia: si propone la collaborazione, dato che la redazione è stata rimaneggiata. E anche su questo naturalmente si ottiene il consenso [3]. Si inviano degli articoli (che si è riusciti a conservare): Il nostro programma, che protesta apertamente contro il bernsteinismo, contro la svolta nella letteratura legale e nella Rabociaia Mlysl; Il nostro compito immediato («organizzazione di un organo del partito che esca regolarmente e sia strettamente legato a tutti i gruppi locali»; insufficienza del «primitivismo » dominante); Una questione urgente (esame dell'obiezione secondo cui bisogna dapprima sviluppare l'attività dei gruppi locali e solo dopo accingersi all'organizzazione di un giornale centrale; insistenza sulla grande importanza dell' «organizzazione rivoluzionaria», sulla necessità di «portare l'organizzazione, la disciplina e la tecnica cospirativa fino al massimo grado di perfezione»). La proposta di riprendere le pubblicazioni della Rabociaia Gazieta non viene attuata e gli articoli non vengono pubblicati.
Quarto. Un membro del comitato che organizza il II Congresso ordinario del nostro partito comunica a un membro del gruppo dell'Iskra il programma del congresso e propone che questo gruppo si incarichi della redazione della Rabociaia Gazieta che sta per riprendere le pubblicazioni. Questo passo, per così dire preliminare, viene in seguito sanzionato sia dal comitato organizzatore che dal Comitato centrale del Bund [4]; il gruppo dell'Iskra riceve le indicazioni sulla sede e la data del congresso, ma (per alcune ragioni non è sicuro di poter inviare un proprio delegato) redige un rapporto scritto per il congresso. Nel rapporto si dice che con le sole elezioni del Comitato Centrale non soltanto non risolveremo il problema dell'unificazione in un momento di completa confusione come quello che attraversiamo, ma rischieremo di compromettere la grande idea della creazione del partito nel caso di nuovi arresti, che sono più che probabili data la scarsa vigilanza cospirativa; che bisogna cominciare perciò ad invitare tutti i comitati e tutte le altre organizzazioni ad appoggiare l'organo centrale che ha ripreso le pubblicazioni, il quale unirà realmente tutti i comitati con un legame effettivo, preparerà realmente un gruppo di dirigenti di tutto il movimento. Quanto a trasformare un tale gruppo, creato dai comitati, in Comitato Centrale, i comitati e il partito potranno in seguito farlo più facilmente, giacché questo gruppo crescerà e si rafforzerà. Ma il congresso non viene tenuto a causa di numerosi arresti, e il rapporto viene distrutto per considerazioni cospirative; era stato letto soltanto da alcuni compagni, ivi compresi i fiduciari di un comitato.
Il lettore giudichi ora egli stesso questi metodi, quale l'allusione del Bund all'usurpazione o quale l'argomento del Raboceie Dielo, secondo cui noi vorremmo gettare i comitati nel regno delle ombre e «sostituire» all'organizzazione del partito l'organizzazione della diffusione delle idee di un solo giornale. Ma proprio ai comitati, dietro loro reiterati inviti, abbiamo parlato della necessità di approvare un piano concreto per il lavoro comune. Proprio per l'organizzazione del partito abbiamo elaborato questo piano negli articoli per la Rabociaia Gazieta e nel rapporto al congresso del partito, anche questa volta dietro invito di coloro che occupavano nel partito una posizione così influente da assumersi (di fatto) l'iniziativa della sua ricostituzione. E soltanto dopo che sono falliti i due tentativi dell'organizzazione di partito per riprendere ufficialmente insieme a noi la pubblicazione dell'organo centrale del partito, abbiamo ritenuto che fosse nostro dovere fondare un organo non ufficiale, affinché in un terzo tentativo i compagni avessero già davanti a sé certi risultati dell'esperienza e non soltanto supposizioni problematiche. Attualmente già tutti vedono alcuni risultati di questa esperienza, e tutti i compagni possono giudicare se abbiamo compreso in modo giusto il nostro dovere e che cosa bisogna pensare di uomini che, stizziti per l'aver noi dimostrato agli uni la loro incoerenza nel problema «nazionale» e agli altri l'inammissibilità di esitazioni senza principio, cercano di trarre in inganno coloro che non conoscono il passato recente.
b) Può un giornale essere un organizzatore collettivo?
Tutta la sostanza dell’articolo Da che cosa cominciare? consisteva appunto nel porre questo problema e nel risolverlo affermativamente. Il solo che, per quanto sappiamo, abbia cercato di analizzarlo e di dargli una soluzione negativa è L. Nadezdin, di cui riproduciamo testualmente gli argomenti.
"... Il modo con cui l’Iskra (n. 4) ha posto la questione della necessità di un giornale per tutta la Russia ci piace molto. Ma non possiamo riconoscere che corrisponda al titolo dell’articolo Da che cosa cominciare? È indubbiamente un’iniziativa importantissima; ma le basi di un’organizzazione combattiva in un momento rivoluzionario non possono essere poste da un giornale, né da una serie di fogli popolari, né da una montagna di manifestini. È necessario procedere alla creazione di forti organizzazioni politiche locali. E se non le abbiamo, è perché abbiamo lavorato soprattutto fra gli operai colti, mentre le masse hanno quasi esclusivamente condotto la lotta economica. Se non si educano delle forti organizzazioni politiche locali, che cosa sarà un giornale per tutta la Russia, anche se perfettamente organizzato? Un roveto ardente, che brucia senza consumarsi, ma che non infiamma nessuno! Intorno a un simile giornale, per un simile giornale, il popolo si raccoglierà e si organizzerà nell’azione: così pensa l’Iskra. Ma al popolo è molto più facile raccogliersi e organizzarsi intorno ad un’attività più concreta! Quest’attività può e deve essere la creazione su vasta scala di giornali locali, la preparazione delle forze operaie per le dimostrazioni, il lavoro costante delle organizzazioni locali fra i disoccupati (diffondere instancabilmente fra di loro fogli volanti, convocarli in assemblee, incitarli a resistere al governo, ecc.). Bisogna cominciare in provincia un lavoro politico vivo, e quando l’unità diventerà necessaria su questo terreno concreto, non sarà più fittizia, non rimarrà sulla carta. Non è coi giornali che si può giungere all’unificazione del lavoro locale su scala nazionale!" (La vigilia della rivoluzione, p. 54).
Abbiamo sottolineato in questa eloquente tirata i brani che pongono meglio in rilievo l’idea falsa che l’autore si fa del nostro piano e, in generale, l’erroneità della concezione che egli oppone all’Iskra. Se non si creano forti organizzazioni politiche locali, anche il migliore giornale per tutta la Russia non otterrà alcun risultato. Giustissimo. Ma il fatto è che, per educare forti organizzazioni politiche, non vi è altro mezzo all’infuori di un giornale per tutta la Russia. All’autore è sfuggita la dichiarazione più importante dell’Iskra: quella che precede l’esposizione del "piano". È necessario, si dice in quella dichiarazione, "promuovere la formazione di un’organizzazione rivoluzionaria, capace di unire tutte le forze e di dirigere il movimento non soltanto di nome, ma di fatto, di essere cioè sempre pronta a sostenere ogni protesta e ogni esplosione, sfruttandole per moltiplicare e consolidare le forze militari che possono servire per la battaglia decisiva". In linea di principio, continua l’Iskra, oggi, dopo gli avvenimenti del febbraio e del marzo, tutti sono d’accordo su questo punto; ma a noi non occorre una soluzione di principio, bensì una soluzione pratica della questione. Ci occorre immediatamente un piano preciso, affinché si possa cominciare a costruire immediatamente e da diverse parti. Ci si vuole invece far retrocedere dalla soluzione pratica alla grande verità – giusta ed incontestabile in linea di principio, ma insufficiente ed incomprensibile per la maggioranza dei lavoratori – che bisogna "educare delle forti organizzazioni politiche"! Non si tratta di questo, ora, egregio scrittore, ma appunto di come crearle ed educarle!
È falso dire che "abbiamo lavorato soprattutto fra gli operai colti" e che "le masse hanno quasi esclusivamente condotto la lotta economica". Così formulata, questa affermazione fa eco alla tesi radicalmente sbagliata della Svoboda, che contrappone continuamente gli operai colti alle "masse". In questi ultimi anni gli operai colti hanno anch’essi, in Russia, condotto "quasi esclusivamente la lotta economica". Questo da un lato. D’altro lato, le masse non impareranno mai a condurre la lotta politica fino a quando non contribuiremo a educare dei dirigenti per tale lotta, sia fra gli operai colti, che fra gli intellettuali. Ma simili dirigenti possono educarsi solo se si abituano a valutare quotidianamente, sistematicamente tutti gli aspetti della nostra vita politica, tutti i tentativi di protesta e di lotta compiuti dalle diverse classi per cause diverse. Parlare perciò di "educare delle organizzazioni politiche" e nello stesso tempo contrapporre l’ "opera fittizia" di un giornale politico al "lavoro politico vivo nella provincia" è semplicemente ridicolo! E l’Iskra fa appunto collimare il suo "piano" per un giornale col "piano" per ottenere una "preparazione alla lotta" che permetta di appoggiare e il movimento dei disoccupati, e le sollevazioni contadine, e il malcontento dei rappresentanti degli zemstvo, e "l’indignazione della popolazione contro il regime di arbitrio dei cani di guardia dello zarismo", ecc. Chiunque conosca il movimento sa molto bene che l’immensa maggioranza delle organizzazioni locali non vi pensa neppure, che molti dei progetti di "lavoro politico vivo" qui tracciati non sotto mai stati finora applicati da nessuna organizzazione locale, che per esempio il tentativo di richiamare l’attenzione sul malcontento crescente e sulle continue proteste degli intellettuali degli zemstvo sconcerta e Nadezdin ("Dio mio! ma quest’organo non è destinato ai rappresentanti dello zemstvo?", La vigilia della rivoluzione, p. 129) e gli economisti (lettera del n. 12 dell’Iskra) e numerosi militanti. In queste condizioni si può "cominciare" soltanto incitando i militanti a pensare a tali questioni, a sommare ed a generalizzare tutte le manifestazioni di fermento e di lotta attiva. In un periodo in cui i compiti socialdemocratici sono scaduti ad un livello molto basso, si può cominciare un "lavoro politico vivo" esclusivamente con una vivace agitazione politica, che è impossibile senza un grande giornale per tutta la Russia, che si pubblichi spesso e sia regolarmente diffuso.
Chi giudica il "piano" dell’Iskra come pura "letteratura" non ne ha affatto compreso la sostanza; ha scambiato con lo scopo il mezzo più adatto nel momento presente, non si è preso la briga di riflettere su due paragoni che chiariscono il piano. La creazione di un giornale politico per tutta la Russia – scriveva l’Iskra – deve essere il filo conduttore; seguendolo, potremo continuamente sviluppare, approfondire ed estendere l’organizzazione (cioè l’organizzazione rivoluzionaria, sempre pronta a sostenere ogni protesta e ogni esplosione). Ditemi, per favore, quando i muratori collocano su vari punti le pietre di un immenso edificio, di forma assolutamente nuova, tendendo il filo, che, aiutandoli a trovare il punto esatto, indica loro lo scopo finale di tutto il lavoro e permette loro di mettere a posto non solo ogni pietra, ma gli strati di pietre che sovrapponendosi l’uno all’altro daranno la linea definitiva e complessiva, compiono forse un lavoro "fittizio"? Non è chiaro che oggi attraversiamo nel nostro partito effettivamente un periodo in cui, pur avendo delle pietre e dei muratori, ci manca il filo visibile a tutti e sul quale tutti possano regolarsi? Lasciamo strillare a piacer suo chi pretende che, tendendo il filo, noi vogliamo comandare: se così fosse, signori, invece di intitolare il nostro giornale Iskra, n. 1, l’avremmo intitolato Rabociaia Gazieta, n. 3, come ci proponevano alcuni compagni e come avevamo pienamente il diritto di fare dopo quegli avvenimenti di cui si è parlato più sopra. Ma non lo abbiamo fatto perché volevamo avere le mani libere per combattere senza pietà tutti gli pseudosocialdemocratici, perché volevamo far accettare il nostro filo, in quanto e perché è teso in modo giusto e non perché è teso da un organo ufficiale.
"L’unificazione dell’attività locale da parte di organi centrali è una questione che si aggira in un circolo vizioso, – scrive sentenziosamente Nadezdin. – Per l’unificazione occorrono elementi omogenei; ma l’omogeneità stessa può essere creata soltanto da qualcosa che unifica. Questo qualcosa però non può essere che il prodotto di forti organizzazioni locali, le quali in questo momento non si distinguono davvero per omogeneità." Verità rispettabile e incontestabile quanto l’affermazione della necessità di creare forti organizzazioni politiche! Ma verità non meno sterile! Ogni questione "si aggira in un circolo vizioso" perché tutta la vita politica è una catena senza fine composta di un numero infinito di anelli. Tutta l’arte dell’uomo politico consiste precisamente nel trovare e nell’afferrare saldissimamente l’anello che più difficilmente può essergli strappato, che è il più importante in quel dato momento e che meglio gli garantisce il possesso di tutta la catena [*4]. Se avessimo un gruppo di muratori capaci, abbastanza allenati al lavoro collettivo per poter porre le pietre dove è necessario, senza alcun filo (astrattamente parlando, non è impossibile), potremmo forse aggrapparci a un altro anello. Il male è che non abbiamo ancora dei muratori simili, che spesso le pietre sono collocate a caso, senza la guida di un filo e in modo così scomposto che il nemico può disperderle, come grani di sabbia, con un soffio.
Altro paragone: "Il giornale non è solo un propagandista e un agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo. Sotto questo ultimo aspetto, lo si può paragonare alle impalcature che rivestono un edificio in costruzione, ma ne lasciano indovinare la sagoma, facilitano i contatti tra i costruttori, li aiutano a suddividersi il lavoro e a rendersi conto dei risultati generali ottenuti con il lavoro organizzato" [*5]. Non sembrerebbe che qui il letterato, l’uomo specializzato nel lavoro a tavolino, esageri la propria funzione? Le impalcature non sono affatto necessarie per l’edificio in sé; sono fatte col materiale peggiore, innalzate per un tempo relativamente breve e gettate nel fuoco quando nelle sue grandi linee l’opera è finita. Per quanto concerne l’edificazione di organizzazioni rivoluzionarie, l’esperienza dimostra (per esempio negli anni settanta) che si riesce talvolta a costruire senza impalcature. Ma oggi non possiamo neppure pensare alla possibilità di elevare senza impalcature l’edificio che ci è necessario.
Nadezdin non è d’accordo e scrive: "Intorno a un simile giornale, per un simile giornale, il popolo si raccoglierà e si organizzerà nell’azione: così pensa l’Iskra. Ma al popolo è molto più facile raccogliersi e organizzarsi intorno ad un’attività più concreta!". Certamente: "molto più facile... intorno ad un’attività più concreta"... Un proverbio russo dice: Non sputare nel pozzo, perché avrai bisogno della sua acqua. Ma c’è della gente che non disdegna di dissetarsi al pozzo in cui si è sputato. Nella ricerca del "più concreto", quali porcherie non sono stati indotti a dire e a scrivere i nostri brillanti "critici" legali "del marxismo" e gli ammiratori illegali della Rabociaia Mysl! Com’è schiacciato tutto il nostro movimento dalla nostra limitatezza, dalla nostra mancanza di iniziativa e dalla nostra timidezza, giustificate con i tradizionali argomenti di questo genere: "molto più facile... intorno ad un’attività più concreta"! E Nadezdin, che si ritiene particolarmente dotato del senso della "realtà", che condanna severamente gli "uomini da tavolino", che rimprovera all’Iskra (con la pretesa di far dello spirito) il debole di vedere l’economismo dappertutto, che immagina di essere molto al di sopra della divisione in ortodossi e in "critici", Nadezdin non si accorge neppure di fare così il giuoco della limitatezza che lo indigna, non si accorge di bere nel pozzo dove più si è sputato! L’indignazione più sincera contro la nostra limitatezza, il desiderio più ardente di disgustarne coloro che vi si adattano non bastano ancora se si naviga senza timone, alla mercé dei venti, e se ci si attacca istintivamente, come i rivoluzionari degli anni settanta, al "terrorismo stimolante", al "terrorismo agrario", alle "campane a martello", ecc. Vedete ora che cosa propone Nadezdin di "più concreto" per raccogliere ed organizzare "molto più facilmente" il popolo: 1) giornali locali; 2) preparazione di manifestazioni; 3) lavoro fra i disoccupati. Ci si accorge subito che tutto ciò è scritto a caso, come vien viene, solo per dire qualche cosa, perché, da qualunque parte lo si consideri, sarebbe assurdo volervi trovare qualcosa di particolarmente adatto per "raccogliere" e per "organizzare". E lo stesso Nadezdin, due pagine dopo, scrive: "Sarebbe tempo di costatare questo fatto: in provincia il lavoro è infimo, i comitati non fanno la decima parte di quanto potrebbero fare... I centri di unificazione che esistono oggi sono fittizi, sono burocrazia rivoluzionaria, organismi nei quali ci si promuove scambievolmente a ‘generale’, e ciò avverrà fino a quando non avremo delle forti organizzazioni locali". Queste parole, a parte la loro esagerazione, contengono indubbiamente una gran parte di triste verità; ma come mai Nadezdin non vede il nesso fra l’infimo lavoro locale e la ristrettezza d’orizzonte dei militanti, l’angustia del campo d’azione della loro attività, difetti inevitabili data la mancanza di preparazione dei militanti che si rinchiudono nel quadro delle organizzazioni locali? Come ha potuto dimenticare, al pari dell’autore dell’articolo sull’organizzazione pubblicato nella Svoboda, che gli inizi di una vasta stampa locale (1898) sono stati accompagnati da un aumento particolare dell’economismo e del "primitivismo"? Anche se fosse possibile un’organizzazione più o meno buona di una "vasta stampa locale" (ed abbiamo mostrato precedentemente che ciò è impossibile, salvo qualche caso eccezionale), anche allora gli organi locali non potrebbero "raccogliere ed organizzare" tutte le forze dei rivoluzionari per l’assalto generale contro l’autocrazia, per dirigere una lotta unica. Non dimenticate che si tratta solo del giornale come fattore di raggruppamento, come organizzatore, e che noi, quando Nadezdin difende la dispersione, potremmo rispondergli a puntino ritorcendo la domanda ironica che ci muove lui stesso: "Non abbiamo forse ricevuto in eredità almeno 200.000 organizzatori rivoluzionari?". Inoltre non si può contrapporre la "preparazione di manifestazioni" al piano dell’Iskra, perché questo piano prevede precisamente le più larghe manifestazioni come uno degli obiettivi da raggiungere; ma qui si tratta di scegliere il mezzo pratico. Anche in questo caso, Nadezdin ha sbagliato strada; ha dimenticato che solo truppe già "raccolte ed organizzate" possono "preparare" delle manifestazioni (che fino ad oggi sono state per lo più del tutto spontanee); e, precisamente, noi non sappiamo raccogliere ed organizzare.
"Il lavoro fra i disoccupati." Sempre la stessa confusione; è questa una delle operazioni attive di un esercito mobilitato e non un piano per mobilitare l’esercito. Quanto Nadezdin sottovaluti, anche in questo caso, il danno che ci reca la dispersione, la mancanza di "200.000 organizzatori", risulta da ciò che segue. Molti (fra cui Nadezdin) hanno rimproverato all’Iskra di dare troppo scarse informazioni sulla disoccupazione e di non pubblicare che corrispondenze occasionali sulle manifestazioni più consuete della vita rurale. Il rimprovero è giusto, ma l’Iskra non ne ha colpa. Noi ci sforziamo di "tendere" il nostro "filo" anche attraverso la campagna, ma laggiù non vi sono muratori quasi in nessun luogo, e noi dobbiamo incoraggiare tutti coloro che ci inviano anche delle banalità con la speranza che aumenti così il numero dei nostri collaboratori rurali e che finalmente tutti noi impariamo come si selezionano i fatti veramente notevoli. Ma questo materiale è così scarso che, se non generalizzeremo i fatti avvenuti in tutta la Russia, non avremo quasi niente per istruirci. Certo un individuo, che abbia più o meno le attitudini di agitatore che Nadezdin possiede e la sua conoscenza della vita dei vagabondi, potrebbe, con la propria agitazione fra i disoccupati, rendere servizi preziosi al movimento. Ma le sue capacità rimarrebbero quasi inutilizzate se non si adoperasse a far conoscere a tutti i compagni russi i particolari della sua attività, per dare un esempio e un’istruzione a uomini che, nella loro maggioranza, non sanno neppure iniziare questa nuova attività. Tutti parlano attualmente dell’importanza dell’unificazione, della necessità di "raccogliere e di organizzare", ma nella maggior parte dei casi non si sa ancora chiaramente da che cosa cominciare e come raggiungere l’unificazione. Si ammetterà senza dubbio che per "unificare" per esempio i circoli di quartiere di una città occorrono degli organismi comuni, cioè non solo l’etichetta della "unione", ma un lavoro veramente comune, uno scambio di materiali, di esperienze e di forze, una ripartizione delle funzioni, non solo per quartiere, ma anche per specializzazione, in tutta l’attività urbana. È evidente che un buon apparato clandestino non coprirà le sue spese (ci si passi quest’espressione commerciale) se può disporre delle "risorse" (materiali ed umane, beninteso) di un solo quartiere e che l’ingegno di uno specialista non avrà campo sufficiente d’azione in limiti così ristretti. E ciò si riferisce anche all’unificazione delle varie città, perché il campo d’azione di una località isolata si dimostra e si è già dimostrato, nella storia del nostro movimento socialdemocratico, troppo angusto: lo abbiamo chiarito più sopra con l’esempio dell’agitazione politica e del lavoro d’organizzazione. È dunque assolutamente necessario estendere innanzi tutto questo campo d’azione, creare un legame effettivo fra le città per un lavoro metodico comune, perché la frammentarietà comprime le capacità degli uomini, i quali, "chiusi nel loro buco" (come scrive l’autore di una lettera all’Iskra), ignorano ciò che avviene nel mondo, non sanno come istruirsi, come acquistare l’esperienza necessaria e come soddisfare il loro bisogno di una vasta attività. Per conto mio persisto nel sostenere che questo legame effettivo si può cominciare a crearlo solo per mezzo di un grande giornale comune, iniziativa unica e regolare per tutta la Russia, che farà il bilancio delle più diverse forme di attività ed inciterà quindi i militanti a procedere senza requie lungo tutte le molteplici strade, che conducono alla rivoluzione, come tutte le strade conducono a Roma. Se vogliamo una unificazione non soltanto a parole, bisogna che ogni circolo locale mobiliti immediatamente, mettiamo, un quarto delle sue forze per partecipare attivamente all’opera comune. Il nostro giornale gli dà [*6] immediatamente il piano generale, le dimensioni e il carattere di quest’opera, gli mostra le lacune che si fanno maggiormente sentire nella nostra azione su scala nazionale, le località dove manca l’agitazione e con le quali i collegamenti sono deboli, gli ingranaggi dell’immenso meccanismo che egli stesso potrebbe riparare e sostituire. Un circolo che non ha ancora lavorato, ma vuole lavorare, potrebbe mettersi all’opera non come un artigiano che, rinchiuso nella sua piccola bottega, non conosce né l’evoluzione anteriore dell’ "industria", né la situazione generale dei mezzi di produzione, ma come un artefice di una grande impresa nella quale si rispecchia tutta la spinta rivoluzionaria contro l’autocrazia. E quanto più ogni ingranaggio sarà perfetto, quanto più numerosi saranno coloro che si occupano delle diverse parti dell’opera comune, tanto più fitta sarà la nostra rete e tanto meno nocive per le nostre file saranno le inevitabili retate.
Il lavoro di diffusione del giornale comincerebbe di per sé a creare un legame effettivo (ove il giornale sia degno di questo nome, cioè se si pubblicherà regolarmente, e non una volta al mese come le grandi riviste, ma, per esempio, quattro volte al mese). I rapporti fra città e città, necessari per l’opera rivoluzionaria, oggi assai rari ed in ogni caso del tutto eccezionali, diventerebbero allora la regola ed assicurerebbero non solo la diffusione del giornale, ma lo scambio (il che è molto più importante) delle esperienze, dei materiali, delle forze e delle risorse. Il lavoro organizzativo acquisterebbe un’ampiezza cento volte maggiore e i successi ottenuti in un luogo indurrebbero a perfezionare continuamente il lavoro, inciterebbero i militanti di altre zone del paese a giovarsi dell’esperienza. Il lavoro locale migliorerebbe infinitamente in ampiezza e in varietà: le denunce politiche ed economiche raccolte in tutta la Russia darebbero un nutrimento intellettuale agli operai di tutte le categorie, qualunque sia il loro grado di sviluppo, darebbero materia e spunto a conversazioni e a conferenze sui più diversi problemi, sollevati anche con allusioni dalla stampa legale, dai discorsi quotidiani, dai comunicati "pudibondi" del governo. Ogni esplosione, ogni manifestazione sarebbe esaminata e valutata da ogni punto di vista in tutti gli angoli della Russia, susciterebbe l’emulazione (noi socialisti non siamo affatto contro qualsiasi emulazione né contro qualsiasi "concorrenza"!), il desiderio di fare meglio degli altri, di preparare consapevolmente ciò che la prima volta si è prodotto spontaneamente, di approfittare delle condizioni favorevoli di tempo o di luogo per modificare il piano di attacco, ecc. Al tempo stesso, questa vivificazione del lavoro locale non porterebbe a quella tensione "mortale" e disperata di tutte le forze, a quella mobilitazione di tutti i nostri uomini, alla quale ci porta in genere ogni manifestazione od ogni numero di giornale locale. Da una parte, per la polizia sarebbe molto più difficile scoprire le "radici" perché non saprebbe dove cercarle. D’altra parte, un regolare lavoro comune consentirebbe di adeguare l’intensità di un determinato attacco alla forza di questo o quel reparto del nostro esercito (al che oggi non si pensa quasi mai, perché gli attacchi nove volte su dieci si producono spontaneamente) e faciliterebbe il "trasporto" non solo delle pubblicazioni, ma anche delle forze rivoluzionarie da un luogo all’altro.
Oggi, nella maggior parte dei casi, queste forze si fanno sterminare su un ristretto campo di operazioni, cioè nel lavoro locale, mentre allora si avrebbe costantemente la possibilità e l’occasione di spostare da un capo all’altro del paese ogni agitatore od ogni organizzatore di qualche capacità. Cominciando con piccoli viaggi per questioni di partito e a spese del partito, i militanti si abituerebbero a poco a poco a passare interamente alla sua dipendenza, diventerebbero dei rivoluzionari di professione, si preparerebbero alla funzione di veri capi politici.
E se noi riuscissimo ad ottenere che tutti o la maggior parte dei comitati, gruppi e circoli locali si unissero attivamente nell’opera comune, potremmo in breve tempo organizzare un settimanale regolare, diffuso a decine di migliaia di copie in tutta la Russia. Un giornale simile sarebbe una piccola parte di un gigantesco mantice, capace di attizzare ogni scintilla della lotta di classe e dell’indignazione popolare per farne divampare un immenso incendio. Intorno a quest’opera ancora semplice e minuta, ma regolare e veramente collettiva, si recluterebbe sistematicamente e addestrerebbe un esercito permanente di combattenti provati. Sulle impalcature o sui cavalletti di questo cantiere organizzativo comune vedremmo sorgere dalle file dei nostri rivoluzionari dei Geliabov socialdemocratici, dalle file dei nostri operai dei Bebel russi che, alla testa di quell’esercito mobilitato, solleverebbero tutto il popolo contro la vergogna e la maledizione della Russia.
Ecco che cosa bisogna sognare!
"Bisogna sognare!". Scrivendo queste parole sono stato preso dalla paura. Mi è sembrato di trovarmi al Congresso di unificazione e di avere in faccia a me i redattori ed i collaboratori del Raboceie Dielo. Ed ecco il compagno Martynov alzarsi ed esclamare minacciosamente: "Scusate! Una redazione autonoma ha il diritto di ‘sognare’ senza l’autorizzazione preventiva dei comitati del partito?". Poi si alza il compagno Kricevski, il quale (approfondendo filosoficamente il compagno Martynov che ha da molto tempo approfondito il compagno Plekhanov) continua ancora più minaccioso: "Dirò di più. Vi domando: ha un marxista il diritto di sognare se non ha dimenticato che, secondo Marx, l’umanità si pone sempre degli obiettivi realizzabili e che la tattica è il processo di sviluppo degli obiettivi che si sviluppano insieme con il partito stesso?".
La sola idea di queste domande minacciose mi fa venire la pelle d’oca, e non penso che a trovare un nascondiglio. Cerchiamo di nasconderci dietro Pisariev.
"C’è contrasto e contrasto – scriveva Pisariev a proposito del contrasto fra il sogno e la realtà. – Il mio sogno può precorrere il corso naturale degli avvenimenti, ma anche deviare in una direzione verso la quale il corso naturale degli avvenimenti non può mai condurre. Nella prima ipotesi, non reca alcun danno; anzi, può incoraggiare e rafforzare l’energia del lavoratore... In quei sogni non c’è nulla che possa pervertire o paralizzare la forza operaia; tutt’al contrario. Se l’uomo fosse completamente sprovvisto della facoltà di sognare in tal maniera, se non sapesse ogni tanto andare oltre il presente e contemplare con l’immaginazione il quadro compiuto dell’opera che è abbozzata dalle sue mani, quale impulso, mi domando, l’indurrebbe a cominciare e a condurre a termine grandi e faticosi lavori nell’arte, nella scienza e nella vita pratica?... Il contrasto tra il sogno e la realtà non è affatto dannoso se chi sogna crede sul serio al suo sogno, se osserva attentamente la realtà, se confronta le sue osservazioni con le sue fantasticherie, se, in una parola, lavora coscienziosamente per attuare il suo sogno. Quando vi è un contatto tra il sogno e la vita, tutto va per il meglio" [5].
Di sogni di questo genere ve ne sono disgraziatamente troppo pochi nel nostro movimento. E ne hanno colpa soprattutto i rappresentanti della critica legale e del "codismo" illegale, che fanno pompa della loro ponderatezza, del loro "senso del concreto".
c) Quale tipo di organizzazione ci occorre?
Da quanto precede, il lettore comprende che il nostro "piano tattico" è la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un "assedio regolare della fortezza nemica"; in altre parole esige l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente. Quando abbiamo deriso il Raboceie Dielo per il suo sbalzo dall’economismo agli strepiti (levatisi nell’aprile 1901, nel n. 6 del Listok Rabocevo Diela) sulla necessità dell’assalto, il giornale si è naturalmente scagliato contro di noi accusandoci di "dottrinarismo", di incomprensione del dovere rivoluzionario, di appello alla prudenza, ecc. Certo, tali accuse, lanciate da gente che, non avendo principi solidi, cerca riparo dietro la sua profonda "tattica-processo", non ci hanno affatto meravigliato. E neppure ci hanno meravigliato le stesse accuse rivolteci da Nadezdin, che manifesta costantemente il più altezzoso disprezzo per ogni saldo principio programmatico e tattico.
La storia, si dice, non si ripete. Ma Nadezdin con tutte le sue forze cerca di farlo e ricalca con ardore Tkaciov, denigrando "il possibilismo rivoluzionario", invocando "le campane a martello", il particolare "punto di vista della vigilia della rivoluzione", ecc. Egli dimentica, verosimilmente, il detto che se l’originale di un avvenimento storico è una tragedia, la copia non è che una farsa [6]. Il tentativo di conquista del potere, preparato dalla propaganda di Tkaciov e messo in atto con il terrorismo – mezzo per suscitare lo spavento, allora effettivamente suscitato –, fu senza dubbio grandioso, ma il terrorismo "stimolante" di questo piccolo Tkaciov è semplicemente ridicolo, e soprattutto quando è completato con il progetto di organizzare i militanti medi.
"Se l’Iskra uscisse dalle sfere della letteratura – scrive Nadezdin a proposito della lettera di un operaio, pubblicata nel n. 7 dell’Iskra, – vedrebbe che questi sintomi provano che l’ ‘assalto’ è vicino, e che parlare oggi [sic!] di un’organizzazione collegata ad un giornale per tutta la Russia significa rimanere nelle nuvole, fare del lavoro da tavolino". Che razza di confusione! Da una parte si propugna il terrorismo stimolante e l’ "organizzazione dei militanti medi" pur dichiarando che "è molto più facile" raggrupparsi attorno a qualcosa di "più concreto", per esempio intorno a dei giornali locali; dall’altra parte si pretende che parlare "oggi" di un’organizzazione per tutta la Russia significa fare della teoria, il che significa, per dirla chiaro e tondo, che "oggi" è già troppo tardi! E per una "vasta organizzazione di giornali locali" non è troppo tardi, rispettabile signor Nadezdin? Confrontate con questo punto di vista la concezione e la tattica dell’Iskra: il terrorismo stimolante è puerile; parlare di un’organizzazione speciale di militanti medi e di una vasta organizzazione di giornali locali significa spalancare le porte all’economismo. Bisogna parlare di un’organizzazione di rivoluzionari, unica per tutta la Russia e non sarà troppo tardi per parlarne finché l’assalto – effettivo, che non resta sulla carta, – non sarà cominciato.
Sì, – continua Nadezdin – dal punto di vista organizzativo la nostra situazione non è brillante; sì, l’Iskra ha perfettamente ragione di dire che il grosso delle nostre forze militanti è costituito dai volontari e dagli insorti... È bene valutare freddamente la situazione delle nostre forze. Ma perché dimenticare che la folla non è affatto con noi e che quindi si getterà nella "sommossa" senza domandarci quando si dovranno aprire le ostilità?... Quando la folla agirà essa stessa con la forza devastatrice spontanea, potrà spazzare, travolgere "le truppe regolari" che avrete cominciato a costituire, ma che non avrete fatto in tempo ad organizzare in modo solido e sistematico (il corsivo è nostro).
Che logica stupefacente! Ma proprio perché "la folla non è con noi", è irragionevole ed inopportuno parlare di "assalto" immediato, perché l’assalto è l’operazione di un esercito regolare, non già l’esplosione spontanea di una folla. E proprio perché la folla potrà spazzare e travolgere le truppe regolari, noi dobbiamo "fare in tempo" a secondarne lo slancio spontaneo e a "organizzare in modo solido e sistematico" queste truppe, perché quanto più "faremo in tempo", tanto meno esse correranno il rischio di essere travolte dalla folla e tanto maggiori saranno le loro probabilità di marciare alla testa della folla e di dirigerla. Nadezdin commette un errore se immagina che truppe di tal genere, sistematicamente organizzate, agiscano in modo da staccarsi dalla folla, mentre al contrario devono occuparsi esclusivamente di un’agitazione politica generale e molteplice, di un lavoro cioè che tenda appunto ad avvicinare e a fondere in un tutto la forza distruttrice spontanea della folla e la forza distruttrice cosciente dell’organizzazione rivoluzionaria. E qui, signori, voi fate ricadere sugli altri la vostra colpa, perché è proprio il gruppo Svoboda che, includendo il terrorismo nel programma, incita per ciò stesso a creare un’organizzazione terroristica. E un’organizzazione terroristica impedirebbe alle nostre truppe di avvicinarsi alla folla, che purtroppo non è ancora nostra e che purtroppo non ci domanda o ci domanda molto raramente quando e come bisognerà aprire le ostilità.
"Noi non vedremo sopraggiungere la rivoluzione – continua Nadezdin per spaventare l’Iskra – come non abbiamo visto approssimarsi gli avvenimenti attuali, che ci sono caduti come una tegola sulla testa." Dopo quanto abbiamo riportato sopra, questa frase mostra bene l’assurdità del "particolare punto di vista della vigilia della rivoluzione" inventato dalla Svoboda [*7]. Questo particolare "punto di vista" si riduce, a dire il vero, a proclamare che "oggi" è troppo tardi per deliberare e per prepararsi. Ma allora, o valentissimo nemico della "letteratura", perché aver scritto 132 pagine stampate sulle "questioni teoriche [*8] e tattiche"? Non sarebbe stato meglio, dal "punto di vista della vigilia della rivoluzione", lanciare 132.000 manifestini con questo breve appello: "Dàgli al nemico"?
Meno di tutti corre il rischio di non vedere sopraggiungere la rivoluzione chi, come l’Iskra, pone alla base del proprio programma, della propria tattica e del proprio lavoro di organizzazione l’agitazione politica fra tutto il popolo. Gli uomini che in tutta la Russia si sforzano di stendere la rete di un’organizzazione, collegata a un giornale per tutta la Russia, non solo hanno visto sopraggiungere gli avvenimenti della primavera, ma ci hanno dato la possibilità di predirli. E non hanno lasciato passare senza vederle neppure le manifestazioni descritte nei nn. 13 e 14 dell’Iskra; anzi, comprendendo il loro dovere di secondare lo slancio spontaneo della folla, vi hanno partecipato e hanno aiutato con il loro giornale tutti i compagni russi a rendersi conto del carattere delle manifestazioni e a utilizzarne gli insegnamenti. Non lasceranno sopraggiungere senza vederla, se saranno ancora vivi in quel momento, nemmeno la rivoluzione, che esigerà da noi innanzi tutto e soprattutto molta esperienza nell’agitazione, e durante il cui svolgimento dovremo saper appoggiare (da socialdemocratici) tutte le proteste, dirigere il movimento spontaneo e preservarlo dagli errori degli amici come dalle trappole dei nemici.
Eccoci giunti all’ultima considerazione che ci induce a insistere particolarmente sul piano di un’organizzazione accentrata intorno ad un giornale per tutta la Russia, organizzazione da creare mediante un lavoro comune per questo giornale comune. Solo un’organizzazione di tal genere darà alla socialdemocrazia militante la duttilità necessaria, e cioè la capacità di adattarsi immediatamente alle più diverse condizioni, alle sempre mutevoli condizioni della lotta, la capacità "da una parte, di evitare la battaglia in terreno scoperto con un nemico di forze superiori, che ha concentrato le sue forze su un solo punto e, dall’altra, di approfittare dell’incapacità di manovra del nemico per piombargli addosso nel luogo e nel momento in cui meno se l’aspetta" [*9]. Si commetterebbe un grave errore se nell’organizzazione del partito si facesse assegnamento soltanto su esplosioni e su lotte di strada o soltanto sullo "sviluppo progressivo della grigia lotta quotidiana". Dobbiamo svolgere sempre il nostro lavoro quotidiano ed essere sempre pronti a tutto, perché è quasi impossibile prevedere l’avvicendarsi dei periodi di esplosione e dei periodi di calma, e quando ciò è possibile non si può approfittarne per rimaneggiare l’organizzazione, dato che in un paese autocratico la situazione può mutare improvvisamente, magari in seguito a una incursione notturna di giannizzeri zaristi. E non si può pensare che la rivoluzione si svolga in un solo atto (come sembra pensi Nadezdin): la rivoluzione sarà una successione rapida di esplosioni più o meno violente, alternantisi con fasi di calma più o meno profonda. Perciò il contenuto essenziale dell’attività del nostro partito, il fulcro della sua attività, deve consistere nel lavoro che è possibile e necessario sia nei periodi delle esplosioni più violente che in quelli di calma completa, cioè in un’agitazione politica unificata per tutta la Russia, che illumini tutti gli aspetti della vita e si rivolga alle masse più larghe. Ma questo lavoro non può essere compiuto nella Russia attuale senza un giornale per tutta la Russia che si pubblichi molto spesso. L’organizzazione che si costituirà di per sé intorno al giornale, l’organizzazione dei suoi collaboratori (nel senso largo della parola, cioè di tutti coloro che se ne occuperanno) sarà precisamente pronta a tutto, sia a salvare l’onore, il prestigio e la tradizione del partito nei momenti di peggiore "depressione" rivoluzionaria che a preparare, a decidere e ad attuare l’insurrezione armata di tutto il popolo.
Si pensi infatti al caso, assai comune in Russia, in cui i nostri militanti fossero arrestati in una o più località. Poiché tutte le organizzazioni locali mancano di un’attività regolare comune, ne segue spesso un’interruzione di attività per parecchi mesi. Ma se avessero un’attività comune, basterebbero, nel peggiore dei casi, alcune settimane perché due o tre uomini energici ricollegassero con l’organismo centrale nuovi circoli di giovani, che, com’è noto, sorgono molto rapidamente anche adesso, e che in tal caso sorgerebbero e si metterebbero in rapporto con il centro ancora più rapidamente se avessimo un’attività comune pubblica, nota a tutti.
Si pensi d’altra parte a un’insurrezione popolare. Tutti riconosceranno, certo, che oggi dobbiamo pensarci e prepararci. Ma come? Come potrebbe il Comitato Centrale inviare fiduciari in tutte le località per preparare l’insurrezione! E anche se avessimo un Comitato Centrale che prendesse tale misura, non riusciremmo a niente nelle condizioni attuali della Russia. Invece, una rete di fiduciari [*10] che si fosse formata da sé, lavorando alla creazione e alla diffusione di un giornale comune, non si accontenterebbe di "attendere con le braccia incrociate" la parola d’ordine dell’insurrezione, ma svolgerebbe una attività regolare che le garantirebbe le maggiori probabilità di successo in caso di insurrezione. E proprio tale attività rafforzerebbe i legami con le grandi masse operaie e con tutti gli strati della popolazione malcontenti dell’autocrazia. Il che è della massima importanza per l’insurrezione. E proprio nel corso di una tale attività si svilupperebbe l’attitudine a valutare esattamente la situazione politica generale e quindi a scegliere bene il momento favorevole per l’insurrezione. Proprio nel corso di una tale attività tutte le organizzazioni locali imparerebbero a reagire simultaneamente di fronte ai problemi, agli incidenti o agli avvenimenti che commuovono tutta la Russia, a rispondere agli "avvenimenti" nel modo più energico, più uniforme e più razionale possibile; perché, in conclusione, l’insurrezione è la "risposta" più energica, più uniforme e più razionale di tutto il popolo al governo. Proprio nel corso di tale attività le organizzazioni rivoluzionarie di tutti gli angoli della Russia imparerebbero, infine, a mantenere fra di loro i rapporti più regolari e, in pari tempo, più clandestini, rapporti che creano, di fatto, l’unità del partito e senza i quali è impossibile sia discutere collettivamente un piano per l’insurrezione, che prendere, alla vigilia di quest’ultima, le necessarie misure di preparazione, sulle quali dev’essere mantenuto il più stretto segreto.
In una parola, il "piano di un giornale politico per tutta la Russia" non è l’opera teorica di persone affette da dottrinarismo e da mania letteraria (come hanno potuto credere coloro che non vi hanno abbastanza riflettuto); è, al contrario, il mezzo più pratico per ottenere che da ogni parte ci si metta senza indugio al lavoro e ci si prepari all’insurrezione, senza dimenticare neppure per un istante il lavoro quotidiano.
Conclusione

La storia della socialdemocrazia russa si divide in tre periodi ben distinti.
Il primo comprende un decennio: dal 1884 al 1894 circa. In questo periodo nascono e si rafforzano la teoria e il programma della socialdemocrazia. In Russia, la nuova corrente non ha che alcuni seguaci. La socialdemocrazia esiste senza movimento operaio; si trova, come partito politico, nella fase di gestazione.
Il secondo periodo dura tre o quattro anni: dal 1894 al 1898. La socialdemocrazia viene alla luce come movimento sociale, come risveglio delle masse popolari, come partito politico. È il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Gli intellettuali si entusiasmano per la lotta contro i populisti e vanno tra gli operai; è come un’epidemia; negli operai, lo stesso entusiasmo generale, epidemico per gli scioperi. I progressi del movimento sono grandissimi. La maggior parte dei dirigenti, giovanissimi, sono ancora lontani da quei "trentacinque anni" che Mikhailovski considerava come una specie di frontiera naturale. Troppo giovani, non sono ancora preparati al lavoro pratico e molto rapidamente abbandonano la scena. Ma, nella maggior parte dei casi, il loro lavoro è fatto con grande slancio. Molti di essi hanno incominciato a pensare da rivoluzionari come partigiani della Volontà del popolo. Quasi tutti, fin dall’adolescenza, si sono entusiasmati per gli eroi del terrorismo. Per sottrarsi alla seduzione di quella tradizione eroica, devono lottare, staccarsi da uomini che vogliono ad ogni costo restare fedeli alla Volontà del popolo e che quei giovani socialdemocratici stimano moltissimo. Questa lotta li costringe a istruirsi, a leggere delle opere illegali di ogni tendenza, a occuparsi delle questioni del populismo legale. Temprati in quella lotta, i socialdemocratici entrano nel movimento operaio, senza dimenticare "neppure per un istante" la teoria marxista che li ha illuminati con la sua vivida luce e senza dimenticare il compito di abbattere l’autocrazia. La creazione del partito nella primavera del 1898 è l’atto più importante e nel medesimo tempo, l’ultimo atto dei socialdemocratici di questo periodo.
Il terzo periodo, come abbiamo visto, è ai suoi primi albori nel 1897 e sostituisce definitivamente il precedente nel 1898 (1898?). Periodo di dispersione, di disgregazione, di oscillazioni. Nell’adolescente la voce cambia. Durante questo periodo anche la voce della socialdemocrazia ha cominciato a cambiare, a stonare, da una parte nelle opere dei signori Struve e Prokopovic, Bulgakov e Berdiaiev; dall’altra, in quelle di V. I-N, R. M., B. Kricevski e Martynov. Ma mentre i dirigenti vanno avanti a casaccio, senza accordo, o fanno macchina indietro, il movimento continua a svilupparsi e a compiere enormi progressi. La lotta proletaria abbraccia nuovi strati di operai, si estende a tutta la Russia e contribuisce così indirettamente a rafforzare le tendenze democratiche fra gli studenti e gli altri ceti della popolazione. Ma la coscienza dei dirigenti non è all’altezza della spinta spontanea, vasta e potente; fra i socialdemocratici l’elemento predominante è ormai costituito da militanti di un altro tipo che si sono formati quasi esclusivamente sulla letteratura marxista "legale", tanto più insufficiente quanto più alta è la coscienza richiesta dalla spontaneità della massa. Non solo i dirigenti sono in ritardo teoricamente ("libertà di critica") e praticamente ("primitivismo"), ma si sforzano di giustificare il proprio ritardo, con mille e un argomento altisonante. Il movimento socialdemocratico è abbassato al livello del tradunionismo, tanto dai brentaniani della letteratura legale, quanto dai "codisti" della letteratura illegale. Il programma del "Credo" comincia ad attuarsi, specialmente quando i socialdemocratici, con il loro "primitivismo", suscitano una ripresa delle tendenze rivoluzionarie non socialdemocratiche.
E se il lettore mi rimproverasse di essermi occupato troppo di un giornale come il Raboceie Dielo, risponderei: se il Raboceie Dielo ha assunto un’importanza "storica" è perché meglio di ogni altro giornale, ha espresso lo "spirito" di questo terzo periodo [*1]. Sono proprio i Kricevski e i Martynov, banderuole a tutti i venti, e non il coerente R.M., che veramente caratterizzano questo periodo di dispersione e di deviazioni, di pronte concessioni alla "critica", all’"economismo", al terrorismo. Questo periodo è caratterizzato non dal disprezzo altezzoso per la pratica manifestato da qualche adoratore dell’ "assoluto", ma dall’unione di un praticismo meschino con una noncuranza totale per la teoria. Gli eroi di questo periodo sviliscono le "grandi parole", più che negarle: per opera loro il socialismo scientifico cessa di essere una teoria rivoluzionaria organica per trasformarsi in un beveraggio "liberamente" diluito con l’acqua di un qualunque nuovo manuale tedesco; la parola d’ordine della "lotta di classe" non incita più ad un’azione sempre più ampia ed energica, ma serve di emolliente, perché – si dice – "la lotta economica è indissolubilmente legata alla lotta politica"; l’idea del partito non incita a creare un’organizzazione rivoluzionaria di lotta, ma giustifica una specie di "burocratismo rivoluzionario" e i fanciulleschi passatempi con le forme "democratiche".
Quando il terzo periodo sarà sostituito dal quarto (già annunciato da numerosi indizi)? Non sappiamo. Dal campo della storia passiamo qui nel campo del presente e in parte in quello dell’avvenire. Ma crediamo fermamente che il quarto periodo ci porterà al consolidamento del marxismo militante, che la socialdemocrazia russa uscirà dalla crisi rafforzata e virilizzata, che la retroguardia degli opportunisti "avrà il cambio" da una vera avanguardia della classe più rivoluzionaria.
Auspicando tale "cambio" e riassumendo in una parola quanto abbiamo scritto, alla domanda: che fare? possiamo rispondere brevemente:
Liquidare il terzo periodo!