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Le origini della Rivoluzione Russa

Sin dal 1613 i Romanov fondarono il proprio potere sul sistema feudale, ossia una classe ristretta di nobili che possedevano sia la terra sia gli schiavi. Il territorio dell'impero era immenso e comprendeva popoli di molte razze diverse, lo stato si identificava con il monarca assoluto, lo Zar (zar deriva dal latino caesar, il cesare). Nel 1722 lo zar Pietro il Grande costituì una scala delle carriere del servizio pubblico chiamata Cinovnik . Ad ogni gradino (in tutto erano 14) corrispondeva un diverso ceto arisocratico o grado militare. I Cinovniki erano i burocrati a vita dello stato. I primi tentativi considerevoli di ribellione contadina al regime degli Zar si ebbero nelle campagne russe verso la metà del XVII sec.
Stenka Razin Stenka Razin (1630-1671) fu il primo condottiero che capeggiò una rivolta di cosacchi del Don nel 1667 contro i proprietari terrieri. Dal 1668 al 1669 organizzò un esercito popolare e condusse una campagna militare contro la Persia, arrivando ad occupare Astrakhan, Zarizyn, Saratov e Samara.
Proclamata nel 1670 la Repubblica Cosacca e l'abolizione della schiavitù, sostenne l'uguaglianza di tutti e l'abolizione dei privilegi. Nel 1671 la rivolta contadina si estese anche alle regioni settentrionali della russia. In ottobre, Razin fu sconfitto sul fiume Sviyaga , presso Simbirsk, e costretto alla ritirata. Tradito, fu consegnato alle autorità zariste che dopo averlo torturato lo giustiziarono pubblicamente.
La sua memoria sopravvisse in numerose poesie, canti e ballate popolari russe, dove venne rappresentato come difensore degli umili e vendicatore degli oppressi.
L'imperatrice Caterina II cercò a lungo di introdurre delle riforme al fine di creare una monarchia più moderna e liberale, ma i contadini, insoddisfatti, aspiravano all'abolizione della servitù della gleba.
Caterina II Celebre fu la rivolta del cosacco Pugacev (1742-1775). Nelle steppe lungo i fiumi Don e Dniepr i nomadi cosacchi erano insediati fin dal XV secolo, mantenendo intatto il loro spirito di indipendenza che li spingeva a frequenti rivolte contro le imposizioni delle autorità statali.
Nel 1775 Pugacev, spacciandosi per il defunto zar Pietro III, incitò i contadini alla ribellione. Gli insorti arrivarono quasi alle porte di Mosca; a quel punto Caterina II, spaventatasi, mobilitò un imponente esercito per fronteggiare la situazione. Pugacev fu catturato, trascinato nella capitale e squartato vivo. Pugacev divenne un martire agli occhi dell'opinione pubblica, mentre la Zarina cambiò radicalmente la propria politica riformatrice, divenendo sempre più conservatrice ed oscurantista, forse comprendendo per la prima volta l'enorme potenzialità rivoluzionaria delle masse asservite.
Nel 1825 alla morte dello zar Alessandro I venne organizzato dagli ufficiali della guardia imperiale russa un tentativo di instaurare un regime costituzionale. La rivolta scoppiò il 14 dicembre, i membri delle società segrete che prepararono il moto sarebbero stati ricordati col nome di Decabristi (dal nome russo, dekabr', di dicembre) o Decembristi. Il centro principale dei tumulti fu San Pietroburgo, nel giorno in cui doveva avvenire l'incoronazione dello zar Nicola I alcuni reparti dell'esercito dettero vita ad una insurrezione cospirativa contro l'autocratismo governativo, che venne però circoscritta e soffocata. Minor consistenza ebbero i moti organizzati nella Russia meridionale che fallirono rapidamente. I ribelli furono impiccati o condannati ai lavori forzati o alla deportazione in Siberia.
La rivolta fu il frutto dell'aspirazione alla libertà sviluppatasi all'indomani della Rivoluzione francese in alcuni ceti nobiliari e borghesi. Giovani ufficiali che avevano combattuto contro Napoleone ritornarono in Russia portando con sé nuovi ideali comprendenti diritti umani, governo rappresentativo e democrazia di massa. I Decabristi per il loro programma di politica liberale vengono comunque ricordati come gli iniziatori del movimento rivoluzionario in Russia. Soltanto molti anni dopo Alessandro II avrebbe inaugurato una stagione di riforme sociali.
La disfatta della Russia nella guerra di Crimea (1853-1856) diede luogo infatti a carestie e disordini. Lo zar Alessandro II al fine di assicurarsi la fedeltà di un esercito composto in prevalenza da schiavi, con un'abile mossa abolì la servitù della gleba nel 1861. I contadini tuttavia furono sovraccaricati dalle spese di riscatto delle terre (ipoteche e tasse) che servivano a ripagare gli ex proprietari, i quali comunque mantenevano la maggior parte dei latifondi. Il 70% dei contadini emancipati non possedeva abbastanza terrra da sfamare la propria famiglia e venne a costituire una fonte di mano d'opera a buon mercato.
Tra il 1891 e il 1904 la Russia portò a termine un lungo tratto della Transiberiana, la linea ferroviaria più lunga al mondo. Più di novemila chilometri di rotaie avrebbero dovuto collegare lo sconfinato territorio russo dall'Europa a Vladivostok, sul mare di Giappone. La Cina diede il permesso alle ferrovie russe di passare per la Manciuria per raggiungere il Pacifico e Port Arthur, ma il Giappone divenuto una potenza imperialista, temeva di perdere la propria egemonia politica ed economica nelle regioni dell'estremo oriente, per questo, dopo alcuni tentativi falliti di intimidazione, nel gennaio 1904 dichiarò guerra alla Russia.
Il paese nipponico sfruttò la propria posizione geografica, la migliore organizzazione militare e la superiorità degli armamenti. Il 2 Gennaio del 1905, dopo otto mesi di assedio, la base russa di Port Arthur dovette arrendersi; il conflitto russo-giapponese si concluse drammaticamente nel maggio dello stesso anno, quando le corazzate nipponiche dell'ammiraglio Togo affondarono la flotta zarista al largo di Tsushima, presso la costa della Corea.
Nella pace di Portsmouth la Russia cedette al Giappone, con la mediazione del Presidente americano Theodore Roosvelt, le più meridionali delle Isole Sahalin riconoscendo anche la sua influenza in Corea e nella Manciuria.
La domenica di  sangue. I disastri russi nella guerra contro il Giappone, avevano rinfocolato l'insofferenza popolare contro il regime zarista che dal fallito complotto dei Decabristi non aveva mai cessato di provocare rivolte, sia pure isolate.
Il primo sintomo che il malumore e le esplosioni anarchiche stavano degenerando in moti rivoluzionari si era avuto il 9 gennaio: a Pietroburgo, una folla di dimostranti, guidati dal pope Gapon, mentre si stava dirigendo verso il Palazzo d'inverno, venne attaccata dall'esercito e dalla polizia zarista. Sul terreno rimasero centinaia di vittime. Dopo quella domenica di sangue quasi tre milioni di persone in Russia incrociarono le braccia. Mentre i rappresentanti degli Zetvo (consigli provinciali) e delle Duma (consigli municipali) chiedevano a Nicola II di cambiare la struttura burocratica governativa, autocratica e poliziesca, le organizzazioni rivoluzionarie puntavano su soluzioni più radicali. I “professionisti della rivoluzione” compivano attentati (il granduca Serej, zio dello zar, il ministro ed il ministro dell'istruzione Sipjagin caddero vittime del terrorismo politico) e allargavano le basi del loro consenso sotto la direzione di Grigorij Girsuni.
Il socialista Boris Savinkov da un elegante alloggio a Pietroburgo svolgeva la sua attività rivoluzionaria culminata con l'assassinio del ministro dell'interno Pleve; nel magazzino del Commercio all'ingrosso di frutta del Caucaso fu allestita nei suoi scantinati una intera tipografia clandestina. Contemporaneamente l'armeno Petrosian (divenuto famoso con il nome di Kamò) organizzava bande armate per portare a termine espropri proletari per i quali faceva da maestro il georgiano Dzugasvili, il futuro Stalin.
Ma era Odessa che deteneva da tempo il primato dello spirito rivoluzionario la cui Università era divenuta il covo degli agitatori. Nel maggio 1905, gli operai avevano iniziato ad armarsi mentre il comandante militare attendeva il manifestarsi di disordini per dare inizio ad una feroce repressione.
L'occasione si presentò con l'arrivo in porto della Corazzata Potemkin , ammiraglia della flotta zarista nel Mar Nero, il cui equipaggio, dopo l'esecuzione del marinaio Georgij Vakulenciuk da parte del comandante, si era ammutinato a Sebastopoli e aveva trucidato i suoi ufficiali. La salma della vittima, trasportata a bordo di una zattera dai suoi commilitoni e deposta sul molo, divenne meta di un incessante pellegrinaggio. Una grande folla invase la diga: le persone che sfilavano davanti al cadavere deponevano qualche moneta nella cassetta che gli era stata posta accanto e, istigate da gruppi di propagandisti infiltrati, imprecavano contro lo zar ed il suo governo.
La domenica di  sangue. Un gruppo di cosacchi inviato per prelevare la salma e darle sepoltura, fu affrontato e messo in fuga dai marinai ai quali si erano uniti i dimostranti. La Potemkin issò la bandiera rossa e comunicò che avrebbe ritirato il cadavere per dargli sepoltura in mare; se le autorità si fossero opposte la nave avrebbe aperto il fuoco sulla città. Dopo aver quasi terminato il carico di carbone, la corazzata segnalò che esigeva di essere rifornita di viveri, in caso di rifiuto avrebbe bombardato la città di Odessa con i suoi potenti cannoni. Cominciò così un braccio di ferro durante il quale iniziarono gli scontri. Dopo che una bomba lanciata da un dimostrante aveva ucciso un poliziotto, la polizia cominciò a sparare sui dimostranti. Intanto anche un'altra nave, la Pobedonosez, si era ammutinata.
Il giorno successivo giunse ad Odessa la flotta dell'ammiraglio Krieger composta da cinque corazzate e sette cacciatorpediniere e la Potemkin fu costretta a prendere il largo. Mentre la Pobedonosez rientrò in porto e si arrese, la corazzata ribelle cominciò a peregrinare facendo rotta prima su Teodosia e poi su Costanza ove il suo equipaggio, privo di approvvigionamenti, decise di arrendersi alle autorità rumene.
Intanto ad Odessa i tumulti si erano trasformati in rivolta che venne soffocata nel sangue: in una notte furono uccise non meno di 1800 persone e tremila feriti decedettero più tardi. I fatti di Odessa non fecero che attizzare l'incendio che covava sotto la cenere. Gli ammutinamenti (Kronštadt e Sebastopoli) ed i moti rivoluzionari si estesero a tutto il paese e solo la mancanza di una mente direttiva capace di dare uno sbocco alla lotta, la fedeltà della gran parte dell'esercito allo zar e le concessioni all'ala moderata del movimento rivoluzionario permisero al regime zarista di isolare ed annientare gli estremisti del proletariato urbano ritardando di dodici anni la grande rivoluzione del 1917.
Spaventati da ciò che era accaduto alcuni membri dell'alta borghesia e della nobiltà fecero pressioni sul regime zarista affinché attuasse delle riforme per riportare l'ordine tra le masse. Serov- Ritratto di Nicola II Nell'ottobre 1905, su pressioni del Primo Ministro Witte, Nicola II fece emanare quello che venne chiamato Il Manifesto di ottobre con cui concedeva una costituzione e proclamava i basilari diritti civili per tutti i sudditi. Il documento prevedeva anche l'elezione di una Duma, ossia di una parlamento, anche se con poteri molto formali. La prima Duma fu eletta nel 1906, nello stesso anno lo Zar decise di sostituire Witte con il meno indipendente Stolypin.
Il governo di Stolypin istituì un tribunale militare che in poco tempo condannò a morte più di mille rivoluzionari, mentre tremilacinquecento furono giustiziati nei tre anni seguenti per mano di tribunali ordinari. La corda del boia era chiamata in Russia la cravatta di Stolypin .
Grazie al clima di terrore controrivoluzionario che era riuscito ad instaurare, egli introdusse notevoli modifiche alla legge elettorale della Duma, riducendo sempre più il suo potere rappresentativo, e attuò una rilevante riforma agraria che prevedeva l'abolizione della proprietà collettiva delle terre nei villaggi e l'assegnazione ai contadini di piccole tenute, spesso inadeguate al sostentamento. Stolypin sperava così di costringere le comunità agricole(mir) alla vendita sottocosto dei poderi a favore dei grandi proprietari terrieri, fedeli allo Zar. Ma il suo programma fu un fallimento: quasi nessuno infatti acconsentì a privarsi dei propri possedimenti a condizioni così disdicevoli. Nel 1911 Stolypin cadde vittima di un attentato e la carica di Primo Ministro venne assegnata al ministro della Finanze, Vladimir Kokovtsov.
Tra il 1907 e il 1914 l'economia russa ebbe una significativa ripresa dovuta all'intraprendenza di nuove cooperative rurali e di giovani capitalisti. Benché il debito estero rimanesse estremamente elevato, l'incremento della produzione(in particolare dell'acciaio) fu uno dei maggiori del mondo; ma il 1° agosto 1914 l'intera società russa fu travolta dallo scoppio della Prima guerra mondiale.
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